Paolo e Francesca – Dieci anni dopo

Sommario

Cap. 1.     Prologo

Cap. 2.     Una nuova vita

Cap. 3.     La prima uscita

Cap. 4.     Un’occasione mancata

Cap. 5.     Chi la fa l’aspetti

Cap. 6.     Insieme, a casa

Cap. 7.     Una gita ai Castelli

Cap. 8.     Il massaggio di coppia

Cap. 9.     L’estetista

Cap. 10.   La festa alla villa

Cap. 11.   Famolo strano

Cap. 12.   La camera a tema

Cap. 13.   Tornando a casa

Cap. 14.   Parigi val bene una messa

Cap. 15.   Fidanzati a casa

Cap. 16.   Epilogo

C’eravamo lasciati con la scoperta che Francesca, la mia prima moglie, timida e poco incline alla trasgressione, aveva stretto amicizia con la mia prima amante, Andrea, aggressiva, una tigre del materasso, una bisessualità esplicita tendente alla omosessualità. E andò a finire che, la timida Francesca e la aggressiva Andrea, si misero insieme e mi estromisero dalla loro vita.
Un ménage à trois diventato in breve un rapporto stretto ed esclusivamente femminino.
E rimasi da solo.

Sono passati dieci anni da quel giorno in cui le scoprii a baciarsi, i corpi nudi ed unti dall’olio abbronzante, i sessi depilati ed oscenamente rigonfi ed i seni con i capezzoli che si ergevano tesi a manifestare una selvaggia quanto primitiva eccitazione. Avrei dovuto capire che prima o poi il trio sarebbe diventato un duo e che sarei uscito perdente da quella relazione anomala.

Arrivò il giorno in cui trovai i miei abiti, le camicie con le cifre e le cravatte di Marinella, le giacche di cachemire e di fresco di lana, i miei preziosi computer con tutti i miei progetti, le mie carte, insomma, tutte le mie cose perfettamente ordinate e rigorosamente impacchettate, pronte ad essere portate via, maniacalmente impilate in garage.
Non una parola di preavviso, né una spiegazione.

“Da stasera non abiti più qui. Domani sarai contattato dall’avvocato Frescobaldi per la separazione. Sappi che voglio il divorzio. Non ti chiederò nulla di più della casa, dell’auto e dell’uso concordato della villa a Santo Stefano. Puoi tenere la multiproprietà in Sardegna, anche se me l’ha regalata mamma, ed usarla come vuoi, ma dovrai metterti d’accordo con i figli. Tanto lo sai che c’è spazio per dieci persone, non credo avrai problemi a convivere con i ragazzi ed i loro amici. Il cane lo tengo io fino a che non trovi un posto decente dove stare; poi, lo potrai prendere quando vuoi ma voglio poterla tenere almeno tre mesi all’anno. Quanto ai figli, sai che dovrai farti carico delle spese di istruzione e sanitarie, ma a Luca mancano solo sei esami alla laurea e Sophia sta finendo il master, già lavora ed è quasi autonoma. L’assicurazione sanitaria te la passa l’azienda, per cui direi che per questo non c’è problema. Non mi hai fatto nulla di male, non ti addebito nulla, ma non posso più rimanere legata a te con un vincolo legale. La mia vita è con Andrea.”
Non ebbi modo di controbattere, totalmente annichilito dalla notizia che mi era arrivata tra capo e collo.

Era un po’ di tempo che non eravamo più né coppia né trio. Ero stato estromesso dai loro giochi, complice un lieve infarto che mi aveva colpito due anni prima e che mi aveva fatto smettere, come suggerito dall’amico Prof. Paolo Ricagli, primario di Cardiologia al S. Andrea di Roma, tutti gli eccessi a cui ero abituato. Basta fumo, basta vino, niente più goccetto di Oban la sera, niente più Cialis per erezioni semi-perenni, niente più sesso sfrenato.

Ed un trasferimento temporaneo in Giappone a Tokyo, sede della Casa Madre dell’azienda di cui ero divenuto il direttore dei laboratori software di tutto il mondo, mi aveva obbligato ad un’assenza forzata per oltre sei mesi, lontano da casa, dalla famiglia e dalle amicizie. Non bastavano le lunghe ma non frequenti chiamate in videoconferenza con Skype, anche perché otto ore di fuso orario non facilitavano di certo la comunicazione: le otto di sera a Roma erano le quattro del mattino a Tokyo, troppo presto per svegliarmi tutti i giorni quando la sera chiudevo la luce alla mezzanotte locale e la mattina alle 8 dovevo essere in ufficio con l’autista che mi passava a prendere alle 6:30. Giusto la domenica pomeriggio potevo concedermi un po’ di tempo, quando a Roma erano le dieci di mattina ed ero certo di trovare qualcuno a casa, spesso ancora nel sonno.

Tornai da Tokyo con tanta stanchezza ma con una promessa da parte del management che non mi avrebbe più spostato se non per qualche breve trasferta a Londra, Monaco e Madrid, le altre sedi europee, oltre a Roma e Milano, dei laboratori di cui ero a capo. E con un aumento di stipendio vertiginoso, tale da tranquillizzarmi per il futuro mio e dei miei. E comunque, non è che avessi modo di usare tanta agiatezza: trasferte pagate, poco tempo libero per spendere, solo i costi di gestione delle abitazioni e l’argent de poche per i figli, peraltro lautamente sovvenzionati dai nonni materni e dalla mamma che non lesinavano loro un euro, visto che se li strameritavano per l’ottimo rendimento universitario e per il loro ammirevole spirito di iniziativa e desiderio di autonomia che li rendeva quasi indipendenti economicamente; Luca aveva seguito le mie orme e sviluppava app di successo, Sophia aveva trovato lavoro in un’azienda di apparati radiologici e poteva permettersi quasi tutto ciò che desiderava con il suo stipendio e le provvigioni.

Tutto ciò avrebbe reso felice qualsiasi uomo: una moglie ricca di suo e brillante chirurgo estetico, due figli intelligenti, bravi, pieni di iniziativa e con un futuro radioso, un cane devoto, un’amante ex-top model condivisa con la moglie, assieme ad una posizione solida faticosamente e, immodestamente, raggiunta solo per meriti personali.

Ma ecco che il mio microcosmo all’improvviso crolla, si sfalda. Le certezze vengono meno, i punti di riferimento si fanno più labili, gli obiettivi sfuocati e, ad un tratto, lontani e irraggiungibili.

Occorre ricominciare da capo.

Cap. 2 – Una nuova vita

Sono passati sei mesi dalla sentenza di separazione. Il mio avvocato, l’amico ed ex compagno di classe Dott. Steffani, mi ha sostenuto soprattutto moralmente visto che, dal punto di vista legale, c’erano solo da riempire pagine e pagine di accordi che rispettavano la totale consensualità della decisione e regolavano nel dettaglio una sostanza riassumibile in poche parole: non devo niente a mia moglie, se non la casa che abbiamo comperato assieme e la villa a Santo Stefano a cui ha contribuito, lasciandomi tutti gli altri asset: l’appartamentino al superattico ai Parioli con il triplo box associato, i due appartamenti a Vigna Clara ereditati dai miei ed affittati in attesa di donarli ai figli, le mie due auto storiche, una MG Midget del 1960 ed una Citroen DS Pallas del ’72, la mia collezione di stampe antiche del Pinelli assieme a tutti i miei amati libri di storia etrusca e romana, la mia raccolta di vinili d’epoca assieme allo stereo, la batteria Ludwig con piatti Zildjian e la chitarra Hofner. Quasi cinquant’anni di storia e di ricordi attraverso le mie passioni. Tutte, meno una: Francesca e Andrea.

Ho ripreso possesso del superattico ai Parioli, dopo averlo ristrutturato. Ho schiaffato in uno dei box batteria, stereo e dischi, e negli altri due le mie auto preferite. Ho ricavato una libreria a parete per riempirla dei volumi ingialliti e un po’ stantii, ho spostato gran parte dei computer e dei dati sul cloud, tenendomi solo il portatile ed un enorme monitor che campeggia sulla mia scrivania. Il resto dello spazio è diviso tra cucina a giorno, soggiorno ed un enorme letto ai cui piedi campeggia una sontuosa vasca da idromassaggio. Sistemata la logistica, ho cercato di rimettere insieme i cocci della mia vita spezzata.

Sono ormai vicino ai sessanta, ben portati solo grazie ad un ottimo patrimonio genetico che non mi ha fatto invecchiare ed agli ultimi due anni di dieta e di sano esercizio fisico: un’ora al giorno di camminata veloce alternata a qualche corsetta mi hanno asciugato la pinguedine che si era appalesata sui fianchi e mi hanno fatto rassodare cosce, pancia e pettorali. Oggi dimostro almeno cinque anni di meno e, grazie al cielo, ho ancora tutti i capelli appena inframezzati da qualche spruzzo di grigio.

Credo di essere ancora una persona interessante, colto e amante della bellezza: posso ancora ritrovare il gusto per la vita.
Ho ristretto i rapporti di amicizia con i vecchi amici, ho ripreso ad uscire un po’ la sera e a frequentare qualche locale. Ma ho anche osato iscrivermi ad una chat, dietro suggerimento di un collega.
Mi sono connesso, ho cercato di capire come funzionasse, ho pagato l’abbonamento semestrale di prova con la Postepay attivata per l’occasione e ho iniziato a studiare l’ambiente.

Ovviamente, ho scartato subito l’idea di accalappiare le ninfette poco più che ventenni, troppo vicine all’età di mia figlia, e ho eliminato tutte le donne con meno di quarant’anni, perché troppo interessate a sistemarsi; scartate anche le over-60, di ben frollato mangio solo la chianina. Rimane solo l’intervallo tra 45 e 55 anni, di solito costituito da donne separate o vedove, spesso con figli grandi, storie più o meno spiacevoli alle spalle, interessate a rapporti non troppo intensi e comunque non impegnativi. Un insieme interessante e promettente.

Ho messo sul profilo una mia foto recente in barca, senza ritoccarla, se non offuscando appena il volto per non farmi riconoscere al primo sguardo. Devo dire che faccio la mia porca figura con il fisico asciutto ed abbronzato, e lo stare al timone di una barca a vela induce un senso di saldezza e di determinazione in chi ti guarda.
Dopo un paio di giorni ero stato già visitato da almeno venti signore, ricevendo apprezzamenti anche sfacciatamente esagerati, ma anche una fredda risposta da parte di uno dei miei primi contatti.
Viol@64, il suo nick, aveva un profilo scarno, solo l’età, desumibile dal suo pseudonimo, ed il suo stato civile, separata. Nulla più se non alcune foto bloccate e visibili solo ai suoi contatti. “Maleducati e presuntuosi, non faccio per voi. La chat è piena di donne, andate oltre”. Niente di più.
Avevo fatto un ping su questo profilo che avevo visto on line, frutto della prima ricerca limitata alle cinquantenni di Roma, sperando di poter scambiare qualche battuta, ma non avevo insistito più di tanto, limitandomi a lasciarle un messaggio privato.
“Mi piacerebbe poter scambiare qualche parola con lei. Non saprei dirle cosa in particolare mi ha colpito, ma qualcosa mi ha spinto a contattarla. Se ha piacere, accetti la mia richiesta di amicizia”.
Un messaggio asettico, assolutamente casto e rispettoso. Eppure mi risponde seccamente:
“Cosa cerchi? Non me ne frega nulla se sei di trenta centimetri o sei più bello di Adone, non faccio sesso virtuale, non ho la cam, non ho il microfono”.
Una chiusura a priori, peraltro immotivata.

“Sono Paolo, ho sessant’anni, sono separato da poco e non so come si fa a ricominciare con le donne. Non pensavo di aver scritto qualcosa che potesse offenderla. Non cerco sesso virtuale, non mi interessa, potrei permettermi le escort reali ogni sera ma non mi va. Non ho proboscidi né fagiolini, né sono un Adone. Ma magari potrei piacerle per la mia bella testa e quel che c’è dentro. E parlo di quella che sta sul collo…” e clicco su invia. Sto per cancellare il suo contatto dalla lista degli interessi quando mi arriva l’avviso di una chat attiva.
“Scusa, ma mi devo difendere da un branco di deficienti allupati che fanno a gara a chi ce l’ha più lungo e non vedono l’ora di mostrarmelo. Sono Francesca, piacere.”
Ecco, contatto stabilito. Francesca. Ancora. Questo nome mi perseguita. Non so, sono perplesso, inizio a digitare ma cancello, ricomincio, cambio frase, non so cosa scrivere.

“Piacere mio. Posso darle del tu?”. Penoso, ma clicco lo stesso su invio.
“Certo, qui ci si dà del tu. Di dove sei?”
“Di Roma, tu?” Cretino, hai messo il filtro, lo sai già.
“Lo so, lo hai messo sul tuo profilo…intendo, di che parte di Roma?” Ecco, bella figura da idiota.
“Sto ai Parioli. Tu?”
“Quarticciolo. Conosci?” Azz…Per chi non lo sapesse, il Quarticciolo era una delle zone di borgata più disagiate di Roma, un quartiere popolare costruito sotto il fascismo ed abitato oggi prevalentemente da extracomunitari e da ex-occupanti abusivi. Volendo fare il paragone, sta ai Parioli come gli slum di Johannesburg stanno agli Champs Elysees.

“Si, cioè, no, insomma, so all’incirca dov’è ma non ci sono mai stato.”
“Hai presente la Togliatti all’angolo della Prenestina? Ecco, proprio lì”. Non aggiunge nulla alla mia conoscenza, anzi, aumenta il mio disagio. È una zona molto popolare, lontana anni luce dal mio mondo. Un altro pianeta.

“Capito. Cioè, ho capito all’incirca, è una zona che non conosco affatto.”
“Tu invece stai un una bella zona. Mi piace molto. Un po’ meno le persone che ci abitano. Sono per lo più stronzi con la puzza sotto al naso. Certi mi paiono deficienti”. Come darle torto? Uno dei quartieri più in, frequentato da gente snob (sine nobilitate, mi correggerebbero gli antichi Romani), ricca e classista, tipicamente espressione della nuova borghesia dei nouveaux riches, cafoni arricchiti che usano il SUV per andare a fare la spesa o a comprare le sigarette e votano tipicamente a sinistra: una contraddizione continua vivente. Di certo non un bel biglietto di presentazione per una che vive in un quartiere popolare.

“Io non credo di essere deficiente. Vivo qui perché i miei nonni avevano una casa qui già ottant’anni fa”. In effetti, il palazzo è degli anni 30, tipico esempio di bell’architettura del ventennio. “E comunque, la casa non fa il monaco” parafrasando il proverbio.

“È vero. Anch’io in realtà vivo in un appartamento dei miei. Però non mi piace molto dove abito.” Ok. 1-1 palla al centro.
“Che fai nella vita?”
“Sono educatrice in una scuola e lavoro part-time in una casa famiglia che dirigo”. Per me è arabo, ma ho capito che si tratta di supporto ai disabili ed agli anziani non autosufficienti.
“Io invece mi interesso di software. Dirigo i laboratori di sviluppo della mia azienda in Europa”
“Ah, un pezzo grosso. Quindi ci capisci di computer?”
“Beh direi di si, un po’”
“Bene. Ho visto che sei separato da poco. Come mai?”
“È una lunga storia, un po’ troppo lunga da raccontare in chat”
“Corna?”
“In un certo senso si”
“Siete tutti uguali!”. Secca. Definitiva.
“No, che hai capito? Non io, io le ho …diciamo subite.”
“Ah. Lei ti ha messo le corna e tu l’hai scaricata, quindi…” Altra affermazione. Donna battagliera, un po’ di femminismo d’antan a protezione delle compagne di sventura.
“No, in realtà mi ha scaricato lei”
“Ah. Allora ti ha lasciato lei per un altro. E tu le hai concesso la separazione?”
“Si e no. Mi ha lasciato per un’altra, che però era la nostra comune amante. Complicato, lo so. Ma la vita è bella perché è varia, no?”
Silenzio. Nessuna azione, nessuna risposta. Gelo totale.

“Ci sei ancora? Lo so, è una storia un po’ strana. Però è così. Non posso cambiare la realtà delle cose.”
Ancora silenzio. Passano almeno altri due minuti senza risposta. Sono quasi certo che ha pensato che io sono un porco, una sorta di animale amante del sesso promiscuo e senza vergogna.

“Scusa, ma ho dovuto rispondere al telefono e nel frattempo si è impallato il computer. Quindi mi stai dicendo che tu e tua moglie avevate una amante in comune. E lei era consenziente. E ti ha lasciato per stare con l’amante. Mandandoti via. E chiedendo la separazione per stare con lei, giusto?”
“Esatto. Non avrei saputo sintetizzare meglio” affermo in risposta.
“Ed io ci dovrei credere?” Eccola là. Non ci crede. Pensa che sto trollando per fare colpo.
“Padrona di non crederci. Non posso obbligarti. Purtroppo è la realtà. Ma non rimpiango di averlo fatto. Nel senso che ho passato dieci anni stupendi. Ho anche due figli grandi che hanno accettato, in un modo o nell’altro, la situazione.”.
“E perché ti avrebbe lasciato, scusa? Ma sta ancora con la …” Si impunta. Non sa come definirla. Il cursore lampeggia…
“… con la tua ex, no, con la sua …compagna?” Si corregge, torna indietro, riscrive.
“Si, ha preferito lei a me. Dice che con lei si sente totalmente realizzata. E che non le piacciono più gli uomini. Che avrei dovuto fare?”
“Non so. Vi siete separati con quale motivazione? Davanti al giudice, intendo.” Ancora quell’indole protettiva verso le donne. Si preoccupa che io abbia addebitato alla mia ex la separazione per colpa.
“Consensuale. Dopo quasi trent’anni, un rapporto stanco. Niente liti, niente avvocati da ingrassare. Tutto facile e senza scontri o discussioni. E tu, invece?”
“Io pure separata, ma il mio ex-marito mi aveva messo troppe corna e io l’ho voluto ripagare con la stessa moneta, solo che poi mi sono stancata di queste ripicche continue e ho preferito chiudere. Però è un ottimo padre dei nostri figli ed io gli sono ancora grata per avermeli dati. Non lo odio, anche perché sono parecchi anni ormai che siamo separati, e tutto sommato non si è mai comportato male con me da quando ci siamo divisi. Anzi, stiamo meglio ora che prima.”

La conversazione scorre ora fluida, abbiamo rotto il ghiaccio. Il tempo vola, sono quasi due ore che sono in chat con lei. Mi pare già di conoscerla ed empaticamente mi inizia a piacere. Ci scambiamo i permessi di accesso alle foto dei nostri profili. Le mie sono a viso scoperto, foto in vacanza, in barca, o a Tokyo e a Londra, assieme a colleghi. Le sue invece sono scansioni di foto stampate, risalenti a qualche anno prima, almeno venti direi, dalla foggia dei vestiti.

“Le tue foto sono di almeno vent’anni fa, giusto?”
“Si, sei osservatore. Sono esattamente del 97, ottimo occhio.”
“Eri molto bella, ed immagino lo sia ancora. Avevi un fisico da modella, allora, e avevi … 33 anni, giusto?”
“Si esatto. Come hai fatto a indovinare?” mi risponde di getto.
“Beh, facile. Il tuo nick è Viol@64, il che potrebbe significare che sei nata nel 1964. E avresti quindi 54 anni, oggi” affermo con una certa sicurezza.
“Ci siamo già conosciuti, forse? Hai un altro nick?” mi chiede; intuisco una certa freddezza nel suo tono.
“No, mi sono iscritto solo due giorni fa, fino ad allora non conoscevo nemmeno l’esistenza di questa chat” le rispondo prontamente.
Mi arriva una segnalazione che Viol@/Francesca mi ha abilitato l’accesso ad un’altra galleria di immagini. Sono foto più recenti, la ritraggono in varie situazioni, che intuisco essere in parte lavorative, in mezzo a persone in carrozzina e con bambini down, ed in parte al mare, in costume e di sera, vestita elegantemente. Una bella donna, dal fisico asciutto, longilineo, dalle giuste forme con vita scavata e seno piccolo ma bello tondo, come si intuisce da una foto che la ritrae in abito da sera con una scollatura molto profonda che ne evidenzia le forme. In una foto, decisamente casalinga, il suo viso è triste, segnato dal dolore e dal dispiacere, mentre abbraccia affettuosamente una persona anziana in gramaglie.

“In una foto stai abbracciando tua mamma, vero? Per curiosità, avevi perso tuo papà da poco, vero?” butto lì tirando ad indovinare.
“Ma tu, chi sei? Piantala di prendermi per il culo. Sei Antonio, vero? Falla finita con questi scherzi” mi risponde dopo un po’.
“No, ti giuro, sono Paolo. Se non mi credi, ti do il mio cellulare e mi chiami ora, così ti rendi conto che sono io” e le passo il mio numero.
“Ti chiamo” e dopo venti secondi squilla il mio cellulare.
“Sono Francesca” una voce un po’ roca, ma calda, forse da fumatrice.
“Sono Paolo, molto piacere. Hai una bella voce” le dico.
“Pure tu, anche la tua non scherza” mi risponde. “Ora mi spieghi come hai fatto a capire da quella foto che ero in lutto per mio padre.”
“Semplice” le dico “Tua mamma era vestita di nero e aveva due fedi alla mano sinistra. Sul tavolino a fianco a voi c’era una foto di una persona di una certa età e tu la stavi guardando. Avevi le occhiaie di chi ha pianto ed il gesto verso tua mamma era di protezione e di vicinanza. Lo so, sembra strano, ma sono molto empatico e riesco ad intuire cose solo dall’analisi dei particolari.”
“È vero, mio padre era morto da quattro giorni appena, e la foto l’abbiamo scattata il giorno del funerale. Ma chi sei? Sherlock Holmes?” mi dice.
“No, sono solo un osservatore attento delle cose che mi interessano.” rispondo di getto. E proseguo: “In effetti mi interessi. Non so perché né cosa mi abbia scatenato questo sentimento, ma ho la sensazione di doverti conoscere e che se non lo facessi, me ne pentirei. Credo molto al mio istinto, e mi sono sempre fidato di lui. Forse talvolta ho esagerato, ma alla fine mi è quasi sempre andata bene. E oggi il mio istinto mi dice che devo conoscerti.” e la butto lì, di getto: “Anche subito”.

Un momento di silenzio. Mi sembra di sentire il ronzio delle circonvoluzioni neuroniche in azione dall’altra parte della linea. “Sono quasi le otto, dammi un paio d’ore. Devo mettere in tavola per i figli e poi esco. Dove ci vediamo?”.

Accidenti, decisa la signora. Voglio favorirla, non mi va che si metta in mezzo al caos del traffico romano e una ricerca al volo su Google mi suggerisce un ristorantino sulla Prenestina, un po’ particolare ed alternativo. Un buchetto dove si mangia molto bene, un po’ stiloso ma abbastanza contestualizzato alla zona. A quell’ora della sera, potrebbe essere lì in meno di 20 minuti. Sufficiente per darle modo di scegliere cosa mettere, farsi una rapida messa in piega, insomma, darle il giusto tempo senza dover accampare scuse del tipo “non sono pronta, non so cosa mettermi”. O effettivamente, di mettere in tavola e di rigovernare la cucina, se ne avesse effettivamente la necessità.

“Allora alle 10 al Tavolo 27, in via Prenestina” e le leggo l’indirizzo corretto. “Te lo mando su Whatsapp, va bene?”
“Va bene. Allora a dopo. Ciao” e chiude la telefonata.
Immagino a questo punto il suo stato d’animo, i pensieri che le scorrono in testa che vanno dal cosa mi metto? al Sei una stupida, accettare un invito da un perfetto sconosciuto. E se fosse un sadico, un porco, uno stupratore?

Non è che io sia da meno. Anche nella mia testa scorrono pensieri del tipo “Ma sei scemo? Ma che ti aspetti? E poi, una che accetta tout-court un invito da un perfetto sconosciuto…”. Mi pare di sentire i pensieri di mia mamma quando le raccontavo delle ragazze con cui andavo in vacanza conosciute solo sei mesi prima…

Mi butto in doccia, mi faccio la barba e scelgo con accuratezza cosa mettermi. Camicia bianca, pantalone sportivo, scarpa comoda e giacchetto scamosciato. È fine ottobre, a Roma le temperature sono piacevoli ma la sera inizia a rinfrescare. Apro il cassetto della biancheria e …accidenti, sono senza mutande pulite, sono stese ad asciugare ma non sono ancora pronte. Vabbè, chi se ne importa, andrò senza, tanto chi vuoi che se ne accorga. E poi mi fa piacere stare senza, è una sensazione stimolante e gradevole, alla fine.

Una spruzzata di profumo e sono pronto. Scelgo di andare con la Citroen, è tempo che non la uso e farle fare qualche chilometro non le farà male. E viste le buche di Roma, tutto sommato fa anche bene alla mia schiena.

Mi metto in moto per essere lì per tempo, in modo da cercare parcheggio in zona, cosa non facile vista l’ora e date le dimensioni della macchina. Prendo la tangenziale ed esco sulla Prenestina, la traversa del ristorante è lì pochi metri dopo la rampa. Sono quasi le nove e mezza e trovo posto proprio davanti al ristorante: diavolo, è giornata di chiusura! Non avevo controllato. Un attimo di panico. Che figura di merda!

Cerco su Google un’alternativa, leggo i commenti su Tripadvisor ma non c’è nulla che mi attiri o che mi sembri adeguato alla circostanza. Non sono di zona e non ho idea di dove andare, potrei buttarmi su San Lorenzo che è lì vicino, o al Pineto, sempre a pochi passi, ma non conosco ristoranti carini e non impegnativi. Decido di contattare Francesca ed avvisarla dell’imprevisto per evitarle un giro a vuoto. Cavolo, non risponde. Le scrivo su Whatsapp e l’avviso del problema. Il messaggio parte ma non arriva a destinazione, rimane solo la spunta semplice. Aspetto, passano i minuti, sono quasi le 10 e ancora non risponde. Non posso fare nulla. Attendo che arrivi fermo davanti al locale. Uno squillo: “Sono Francesca, sono qui sulla Prenestina ma non trovo la strada per svoltare, la via del ristorante è a senso unico. È la seconda volta che faccio il giro…”

“Aspetta, il ristorante è chiuso per turno, non lo sapevo. Hai qualche indicazione? Senza doverci allontanare troppo”, le dico.
“Si, di locali ce ne sono tantissimi in zona. Dove sei?” mi chiede.
“Sono proprio davanti al ristorante. Se mi dici dove sei e che macchina hai, ti raggiungo. Io sto su una vecchia DS, ti ricordi il “ferro da stiro”? “ le rispondo.
“Si certo, io sono su una Clio grigia. Sono ferma poco prima della rampa delle tangenziale in direzione San Lorenzo”.
“Ok, ti raggiungo, non attaccare”.

Metto in moto la macchina e mi immetto sulla Prenestina. Vedo la sua macchina ferma con le quattro frecce e mi accosto dietro di lei. Scendo e …mi prende il panico. E ora che le dico? Improvviserò. Mi avvicino al suo finestrino e busso leggermente.

“Ciao!” mentre lei abbassa il finestrino e apre lo sportello. “Suppongo tu sia Francesca, giusto?” le dico.
“E tu sei Paolo, immagino…”.

Francesca è una bella signora, non dimostra la sua età o meglio, è in quell’età di mezzo che per certe donne rappresenta il picco di femminilità, con quella bellezza senza età che si mantiene invariata per anni. È vestita informalmente, pantaloni neri aderenti ed una canottierina in seta dello stesso colore, una giacchina scura avvitata, un po’ black lady. Direi troppo informale per essere un outfit studiato. Direi una taglia 40 o 42 su un corpo da 1.60 per 50 chili, più o meno. Capelli castano scuri con riflessi ramati. Unghie abbastanza curate ma di certo non fresche di manicure. Occhi vivaci, vispi ma nel contempo profondi, intensi. Una bellezza mediterranea che forse non colpisce nell’immediato ma che non passa inosservata ad un’indagine più attenta. È… bella. Il mio cuore inizia a battere veloce, non lo controllo e non so perché. O meglio, credo di saperlo ma mento a me stesso: la chimica ha già colpito. I suoi feromoni sono perfettamente riconosciuti dai miei recettori che hanno scatenato scariche di adrenalina e attivato il rilascio di dosi massicce di dopamina. E inizio a sentir caldo dentro.

Ci stringiamo la mano e stiamo lì inebetiti o quasi. Rompo il ghiaccio e le dico “perché non lasci la tua macchina qui e andiamo con la mia?”. Ci pensa un attimo e risponde “Va bene, ma devo parcheggiare. Seguimi, cerco posto.” e accende il motore. Partiamo e giriamo un po’ alla ricerca del posto, missione complessa ma alla fine un colpo di fortuna, una vettura sta uscendo proprio davanti a lei. Parcheggia, chiude la portiera e sale in macchina. Si guarda intorno ammirata e mi dice “Bella, ne avevo anch’io una, è una Pallas, vero?”. Accidenti, preparata ed esperta. La conversazione corre leggera e banale, si sente un po’ di imbarazzo reciproco in aria. “Dove andiamo? Innanzitutto, hai fame o preferisci bere qualcosa?” le chiedo. “Non so, be. Io non avrei molta fame, non so tu. A me va benissimo bere qualcosa. Conosco un posticino qui vicino a San Lorenzo, solo che è un po’ difficile parcheggiare. Altrimenti, proviamo verso il Pineto ma pure lì è complicato” mi risponde.

Seguo le sue indicazioni ed alla fine troviamo un posto – altro colpo di fortuna – poco distante dal locale. Mi affianco a lei e mi faccio guidare per il dedalo di viuzze strette e già invase dalla movida serale. Entriamo nel locale e le faccio scegliere il tavolo: prende un tavolino riservato, all’angolo, in penombra. Ordiniamo, lei un caffè ed io una birretta. Chiedo di portarmi qualche patatina e salatino per non bere a stomaco vuoto. Si alza e mi dice che deve andare alla toilette: ne approfitto per dare una sbirciata al posteriore, ha un culo bello rotondo e assolutamente proporzionato, evidenziato dai pantaloni attillati che peraltro non mostrano alcun segno di biancheria sotto. Interessante…

Giocherello con il piattino delle patatine e attendo il suo ritorno per iniziare a bere. Passano due, tre, poi quattro minuti ed inizio a preoccuparmi. “Scusa, c’era molta fila per il bagno delle signore e non ho fatto in tempo ad andarci prima di uscire” si giustifica. Bah… non mi pare che il locale sia pieno, chissà.

Riprendiamo la conversazione, parliamo dei nostri rispettivi lavori e figli, iniziamo a cercare interessi comuni ed inevitabilmente, il discorso va a finire sulle nostre rispettive situazioni familiari.

Le narro a brevi linee la mia strana storia. “Mi sono sposato con Francesca (il caso!) che avevo trent’anni. È rimasta incinta subito di Sophia e poi di Luca a distanza di tre anni uno dall’altro. Voleva continuare a lavorare ma due gravidanze complicate glielo hanno impedito; poi, ha ripreso in mano la sua carriera di chirurgi estetico, il lavoro un po’ a tempo perso in cliniche di lusso fino alla esplosione della sua carriera con una innovativa tecnica di modellazione tridimensionale delle masse grasse guidata da computer, a cui ho dedicato anch’io un po’ di tempo per diletto. Poi la mia carriera, che ha preso a volare a cavallo dei 50, le mie assenze da casa, la scoperta dell’amante di mia moglie diventata anche la mia amante… e così via. “. Non volevo approfondire troppo, ma mi trovo a raccontarle le sensazioni contrastanti provate il giorno della scoperta, i problemi con i figli che hanno capito cosa stava succedendo, la discrezione assoluta con la quale portavamo avanti la relazione a tre, e così via.

Poi il dolore dell’abbandono, il senso di tradimento da parte delle mie due donne, i problemi con i figli che sono da un lato vicini alla madre e dall’altro increduli della situazione venutasi a creare, insomma, una panoramica dei miei ultimi due anni e dei problemi vissuti. In mezzo, un sostanziale disprezzo verso il genere femminile ed un totale disinteresse verso il sesso, sostituito dalla lettura, la musica, gli amici rigorosamente maschi.

Tocca a lei. “Mi sono sposata molto giovane e ho avuto dopo un po’ il primo figlio. Ero bellissima, piacevo da morire e mi piaceva piacere. “. Non fatico a crederle. “Mio marito era un farfallone, ma finché non c’era Claudio, facevamo una bella vita di coppia, movimentata, ricca di divertimento e di piacevolezze. Poi, con la gravidanza, nonostante cercata da entrambi, si è un po’ allontanato. Mi aveva già cornificato prima, forse anche appena sposata, ma ho sempre pensato che alla fine avrebbe scelto me proprio perché ero imparagonabile rispetto alle sue sciampiste (proprio così, con il massimo disprezzo per la tipologia, non per la categoria di lavoratrici). Ero sicura di me, e qualche volta glie l’ho resa con gli interessi, facendo in modo che sapesse che sapevo e che venisse a conoscenza che lo avevo ripagato. Poi, dopo il parto, la prima separazione. Me ne vado con mio figlio, sono autonoma lavorativamente e soprattutto, sostenuta dalla mia famiglia di origine che mi ha sempre facilitato nella gestione di Claudio piccolo lasciandomi piena libertà. Non avevo ancora trent’anni ed ero tornata la bella ragazza prima del parto, senza un filo di grasso o di cellulite. E piacevo agli uomini, giovani e meno giovani. Lavoravo, guadagnavo bene e, soprattutto, facevo le cose che mi piacevano. Ho fatto anche la modella per un famoso pittore, sai?” e non fatico a crederlo. Una bellezza particolare, non la classica bonazza un po’ volgare che di solito assoceresti al ruolo di modella di un pittore.

“Poi c’è stata una riappacificazione, siamo tornati assieme ed abbiamo messo in cantiere un altro figlio, sperando che potesse risolvere i nostri problemi di coppia. Fortemente voluto più da lui che da me, è nato Serse dopo quasi 11 anni. E credi che sia servito a qualcosa? No, lui sempre assente, impegnato dietro alle sue zoccole, ed io a gestire i figli ed il lavoro, mentre nel frattempo iniziavo ad avere problemi con la salute di mio padre. Ed alla fine ho detto basta e ho deciso di lasciarlo, chiedendo la separazione. È stata dura, ma sono contenta di averlo fatto. Ho ripreso in mano la mia vita, continuando a sbagliare con gli uomini anch’io ma senza dover chiedere nulla a nessuno.” Anche lei è un fiume, sembra che l’empatia spontanea ci faciliti le chiacchere, ci aiuti ad aprirci ed a spogliarci delle nostre scorze esterne, degli scudi alzati a protezione dei nostri ego feriti. È quasi l’una, Francesca guarda l’orologio e mi dice che deve rientrare, la mattina successiva deve alzarsi presto per portare il figlio a scuola prima di andare a lavorare. Chiudiamo qui, l’accompagno alla macchina e mentre guido, mi avvicino al suo viso con una scusa banale e le sfioro le labbra con le mie. Un po’ sorpresa, non si tira subito indietro. Mi accosto alla sua macchina e prima che scenda, la saluto. Ma il saluto diventa un bacio appassionato, lunghissimo, a cui non si sottrae. Il tempo è tiranno però, e non possiamo trattenerci troppo. Passano altri quindici brevissimi ed intensi minuti prima di lasciarci con la promessa di risentirci l’indomani.

Aspetto che parta e la scorto per un po’. Poi, una lampeggiata di fari per salutarla, imbocco di nuovo la tangenziale e torno a casa. Mi spoglio, rapida doccia perché ho sudato, l’eccitazione mi fa puzzare come un ragazzino brufoloso, non son più abituato a controllare gli ormoni. Vado a letto stanco e un po’ eccitato. Il suo odore mi rimane appiccicato addosso, la memoria del gusto ricorda ancora perfettamente il sapore dei suoi baci, le mani la sericità della sua pelle. Sono ancora eccitato e provo sensazioni che credevo di aver rimosso nell’ultimo periodo.

Cap. 3. – La prima uscita

Sono passati alcuni giorni da quando ho incontrato e conosciuto Francesca. Il ricordo dei suoi baci è ancora vivido, impresso a fuoco, embossè. Ci siamo sentiti più volte, ma ancora non ci siamo rincontrati. I suoi orari non si sposano con i miei. Tra i suoi problemi a casa ed i miei, il calendario è scorso velocemente. Ho voglia di rivederla.

“Riesci a prenderti una giornata libera domani?” le butto lì su Whatsapp.

Una spunta, due, celeste. “…dipende… per fare che?” dopo qualche secondo dalla spunta blu. Ci sta pensando.
“Ti volevo proporre una cosa diversa”
“Tipo rinchiuderci tutto il giorno in albergo?” Diretta, schietta, immediata.
“No. Volevo proporti una giornata in una SPA, sai, idromassaggio, sauna, bagno turco, massaggi…”
“Ti propongo io un’altra idea”.
“Ok, dimmi”
“No, è una sorpresa. Portati un costume, un asciugamano ed un paio di ciabatte. Anzi se vieni in tuta è pure meglio…” Prendiamo appuntamento per l’indomani mattina presto. Devo passarla a prendere vicino casa, è momentaneamente senza macchina perché è dal meccanico. “Va bene. Giusto per sapere: è molto lontano dove dobbiamo andare?” “No, vicino Roma, tranquillo”. Visto che sono i primi di ottobre, il tempo è ancora mite e le previsioni sono ottime, mi va di andare con la Midget. Lo spider fa la sua porca figura…

Mi aspetta alla fermata del bus, una sacca sportiva accanto a lei, vestita in maniera molto informale, twin set crema su jeans skinny, stivaletto con tacco nemmeno troppo alto color tabacco ed una borsa di Fendi. Anche la sacca è griffata Fendi… Un rapido saluto dall’auto scoperta, uno sguardo sorpreso e poi un sorriso di contentezza. L’ho un po’ stupita…
Bacio fugace e casto sulle guance… butto la sacca dietro i sedili, le apro lo sportello da dentro e la faccio accomodare. Non è facile entrare se non si conoscono i trucchi: prima una gamba diritta, poi l’altra…
Si parte. “In che direzione?” “Prendi la Roma Civitavecchia ed esci a Civitavecchia Nord.”

“Mi sa che ho capito…”
“Ah si? E dove andiamo allora?”
“Alla Ficoncella!”

La Ficoncella è un insieme di pozze d’acqua termale costruite a valle dei ruderi delle Terme Taurine fatte edificare dall’imperatore Traiano nel secondo secolo. L’acqua è molto calda, ricchissima di zolfo che dopo un po’ precipita formando delle pellicole e delle masserelle che sembrano sporco, ma in realtà è un toccasana per una serie di malattie, dalle dermatiti alle affezioni sessuali, un rimedio naturale ben conosciuto dai locali che l’affollano anche di inverno, visto che le vasche sono anche a 80 gradi. C’ero stato da ragazzo con gli amici, poi vista la vicinanza con Porto Traiano, dove avevo la barca, avevamo provato una volta ad andarci dopo cena ma la folla lo aveva reso impossibile. E comunque avevo un ricordo un po’ naif di queste pozze e delle pellicine galleggianti.

La conversazione in uno spider degli anni 60 senza capote è virtualmente impossibile se si viaggia a più di settanta all’ora. Decido quindi di non prendere l’autostrada e di passare per l’Aurelia, tanto a bassa velocità ci si mette poco di più. Arriviamo dopo un’ora abbondante alle terme, paghiamo il biglietto (che poi è per il parcheggio) e spengo la macchina. Le chiedo se conosce il posto bene e come funziona.

“Possiamo prendere uno spogliatoio, ma forse è un po’ tardi. Vediamo cosa c’è.” e si reca al bar per informarsi. “C’è solo uno spogliatoio funzionante, per cui dobbiamo attendere il turno”.

Ci mettiamo a chiacchierare in attesa che le persone davanti a noi si cambino e ci lascino il posto; ma pare che le operazioni vadano a rilento… bimbi urlanti, madri ululanti, nonne e zie pedanti e mariti sbuffanti… è passata già una mezz’ora. Finalmente tocca a noi.

“Senti, entriamo assieme, ti va? Così facciamo prima” Figuriamoci, tra palestra e barca sono abituato ad esporre le mie nudità senza problemi, per cui va benissimo.

Lo spogliatoio è poco più di una cabina doccia… in due ci si entra a mala pena e ci sono appena una panchetta e due sedie. Guardo di sottecchi Francesca che apre la sacca, toglie la roba ed inizia a spogliarsi. Sfila il twin set, poi i jeans rimanendo in intimo, reggiseno nero e perizoma abbinato, assolutamente non volgare. Io non porto intimo, mi piace stare freeballing quando posso, per cui mi giro di spalle per rispetto nei suoi confronti, anche per concederle il modo di infilarsi il costume. Indosso il mio Speedo (demodè, ma va bene così) e mi giro. “Sono pronto” “Anch’io…”. È rimasta in intimo nero. Se non lo sapessi, direi che è un normale costume in microfibra. Si panneggia con un telo, infila le giapponesine ed apre la porta. La imito e la seguo.

Arriviamo alle vasche, quelle praticabili sono due o tre, più si scende a valle meno l’acqua è calda e ci si può immergere un po’ di più. Ovviamente, sono molto affollate. Ma per magia dopo una mezz’ora si svuotano e noi possiamo prendere possesso di quella un po’ più ampia assieme ad altre coppie. Passa il tempo, si chiacchera del più o del meno anche con le altre persone e faccio sfoggio della mia erudizione spiegando ad un grossetano con la sua signora le origini nobili del suo paese e la sua discendenza dagli Etruschi da me tanto amati. Francesca si fa stretta, mi abbraccia da dietro e si struscia un po’ su di me; appoggia le sue labbra all’orecchio e sussurra un “Andiamo” … In effetti è un bel po’ che siamo in acqua…

Rientriamo nello spogliatoio, mi sfilo il costume, apro la doccia per togliere un po’ di zolfo dalla pelle certo di essere spiato… Mi giro verso di lei nudo e un po’ “fluffy”. Sono tutto depilato e faccio una bella figura pur non essendo un superdotato. Anche lei si è sfilata l’intimo ed è nuda, totalmente depilata meno una piccola striscia sul pube, una “landing strip” ben curata. Reagisco con un ulteriore pulsione al basso ventre, ma mi rinfilo subito i pantaloni della tuta e la polo. Francesca entra sotto la doccia ed inizia a sciacquarsi dandomi le spalle. Ha un bel culo, sodo ed eretto. Da dietro sembra ancora una trentenne, senza un filo di cellulite o di grasso superfluo. “Mi passi il telo per favore?” mi chiede. Lo apro e anziché porgerglielo, la avvolgo con delicatezza chiudendolo sul davanti ma senza toccarle la pelle. Un rapido strofinio per asciugarle la schiena e le spalle e mi distacco da lei. “Ti aspetto di fuori” le dico, per evitare di saltarle addosso nello spogliatoio.

Non devo attendere molto. Dieci minuti, ed è fuori. Radiosa, si è cambiata. Non indossa più i pantaloni, ma una gonna plissè longuette con lo stesso twin set ed un paio di ballerine. Al collo, un giro di perle e due orecchini sempre con perle ai lobi. Un foulard buttato sulle spalle. È stupenda, semplice, un filo di trucco leggero e rossetto appena pronunciato. Porta i capelli sciolti, ancora umidi, ma sembra appena uscita dal parrucchiere. Le capacità miracolose di alcune donne di sapere sempre prima come vestirsi e cosa portarsi in ogni occasione mi stupisce!

Sono quasi le tre del pomeriggio, i ristoranti sono chiusi e forse possiamo trovare solo un po’ di pizza da Mastro Titta. Montiamo in macchina, la capote sempre abbassata, e via verso il mare. Francesca è languidamente distesa, per quanto le è permesso dallo schienale del sedile quasi verticale, visibilmente eccitata. I capezzoli spingono il leggero tessuto del twin-set, deduco che non si è rimessa il reggiseno bagnato. Non ha il seno di una ragazza, ma ci sono ragazze che pagherebbero per ricorrere al chirurgo per avere un seno come il suo. E visto che ha avuto due gravidanze e relativi allattamenti, direi che la natura l’ha aiutata molto, anzi…

Mangiamo un po’, dividiamo una birra piccola e risaliamo in macchina, direzione Roma.

Cap. 4. – Un’occasione mancata

Controllo nel cassettino della macchina, ci dovrebbero essere le chiavi del portello della barca che ho in società con gli amici, ormeggiata al Porto di Traiano; ci sono, abbiamo un posto dove stare un po’, se vuole.

Arrivo alla Marina e giro per il porto, dopo averle chiesto se le andava di accompagnarmi perché, visto che c’ero, volevo vedere se avevano completato i lavori di manutenzione.

“Perché, hai una barca?” mi chiede sorpresa. “Beh, diciamo di si, in realtà è in società con alcuni amici e ce la dividiamo d’estate o facciamo qualche piccola crociera assieme” le rispondo. “Ma non ti credere, è solo una barca a vela da quindici metri, grossa ma non enorme. Ci si entra in sette/otto, una sorta di grosso camper marino” preciso.

Acconsente senza problemi. Mi faccio riconoscere dalla guardia al passo carraio, scendo per parlare e attendo di poter entrare con la macchina. È ottobre, giorno feriale, c’è tutto il posto possibile anche all’interno del porto e parcheggio proprio di fronte alla barca, uno Swan 45 di sette anni fa, una bella barca veloce, quasi da regata, ma molto comoda e rifinita negli interni. La prendemmo da un fallimento pagandola cash un terzo del valore di mercato: un vero affare. Il problema sono i costi fissi, il porto, le tasse, la manutenzione… da solo non ce l’avrei mai fatta, ma in quattro soci è gestibile.

“Vieni?” le dico scendendo dalla macchina. “Aspetta che metto la passerella, apro e ti faccio salire a bordo”.

Avvicino la barca al molo, serro un po’ gli ormeggi a poppa, salto a bordo e abbasso per prima cosa la passerella, dopodiché apro il portello del tambucio, scendo sottocoperta e apro il boccaporto di prua per arieggiare un po’. Risalgo a poppa e la vado a prendere.

“Ce la fai o vuoi una mano?” le chiedo. La vedo un po’ impacciata, forse non è mai salita su una barca a vela e percorrere una passerella stretta trenta centimetri non è proprio agevole. “Togliti le scarpe per favore prima di salire a bordo” le chiedo con gentilezza. Si avvinghia con una mano al paterazzo mentre con l’altra si sfila elegantemente le ballerine, mostrando un filo di coscia. Le vado incontro e la sorreggo per farle scendere il gradino che porta al pozzetto, poi decido di prenderla per la vita, sollevarla e poi adagiarla nel pozzetto stesso. Nel prenderla la serro all’altezza dei glutei, e la gonna leggera le sale scoprendole completamente le gambe. La poggio delicatamente e le dico, sorridendo “Benvenuta a bordo!”.

La guido per la scaletta che porta in cabina, le mostro un po’ l’ambiente e, mentre le spiego un po’, apro i gavoni e gli stipetti per vedere se ci fosse qualcosa per bere o fare un caffè. Trovo una busta di capsule Nespresso, accendo la macchinetta e inizio a preparare.

Francesca si è fermata nella cabina di prua ad osservare qualche foto appesa alla parete accanto alla toilette. “Posso andare un momento in bagno oppure???” immaginando che in porto non si possa andare in bagno. Accendo le pompe dell’acqua e del WC chimico, sperando che ci sia acqua a sufficienza per lo sciacquone e per lavarsi. Controllo al volo l’indicatore e verifico il tutto. Ok, ci sono 400 litri d’acqua, ci possiamo fare cinque docce…

Preparo il vassoietto con le due tazzine, le metto accanto zucchero e dolcificante: non so come lo prenda…

Sento la pompa che si attiva, ha tirato l’acqua e aperto il lavabo. Mi aspetto a momenti di vederla uscire. Scatta il chiavistello e si apre la porta. Dio che bella che è… una lama di luce che filtra dal boccaporto di prua rimbalza sul pavimento tirato a lucido e si riflette tra i suoi capelli e evidenzia in trasparenza le sue gambe. È uno spettacolo. Inizio a sentire un certo movimento in mezzo alle gambe e mi rendo conto solo ora che diventa evidente visto che non porto biancheria e che i pantaloni della tuta sono abbastanza fascianti.

Le porgo il caffè e la invito a mettersi comoda alla dinette. Per entrare dietro al tavolino, deve scorrere il divanetto e facendo questo movimento solleva la gonna scoprendo di nuovo le gambe fino quasi al fianco.
Un’altra morsa mi stringe l’inguine che inizia a crescere evidente in volume. Fortuna che sono in penombra e non può vedere bene… almeno spero.

Mi chiede di mettermi vicino a lei, battendo la mano sul divanetto della dinette.
“Mi è piaciuto molto stare con te. Anzi, mi piace molto. Mi piaci molto” mi dice con voce roca.
“Anche a me. Mi piaci molto, Francesca, sei una donna molto bella oltre che intelligente. Sei veramente una piacevolissima conoscenza, anche se io vorrei di più…”
Mi avvicino alle sue labbra ed inizio a baciarle delicatamente, stringendole tra le mie. Poi le passo un dito sulla bocca, lo appoggio in mezzo alle labbra e lei lo prende in bocca, succhiandolo con voluttà.
La porto a me ed inizio a baciarla con passione, sfiorandole il corpo con la mano che si sofferma sul lato del seno e poi scende verso la coscia. Ma è solo un attimo. La prendo per mano e la conduco in cabina a prua. Sono molto eccitato, il mio pene vuole bucare i pantaloni della tuta, sembra una tenda canadese.
“Ti va di far l’amore?” le chiedo, mentre la accarezzo i glutei attraverso la gonna ed infilo la mano sotto al pull sulla schiena, accarezzandola mentre continuiamo a baciarci con la passione di due adolescenti.
C’è nessuno a bordo? Dottò, so’ er meccanico. Ero ito a pijà i pezzi pÈr motore”…. Stramaledetto lui, il motore e chi ce lo ha chiamato.
“Ah, va bene… che le devo dire? Faccia quel che deve fare” mentre cerco disperatamente di far sgonfiare l’attrezzo e Francesca si rassetta il pull e si alliscia la gonna. Le basta un attimo ed è già perfetta.
La faccio salire davanti a me per la scaletta e approfitto per sollevarle un po’ la gonna da dietro… Cavoli… non porta gli slip! … Niente, non è giornata. Non me ne va bene una che fosse una.
Oramai è tardi, dobbiamo iniziare a rientrare a Roma. Rimontiamo in macchina e ripartiamo.
Approfitto dopo un po’ di chilometri per metterle una mano in grembo ed accarezzarle il pube. Francesca mi facilita un po’ le cose allargando le cosce ed io ne approfitto per sollevarle la veste e sfiorarla dal vivo. Sotto è tutta liscia, e si capisce che è visibilmente eccitata dall’umido tra le sue pliche. Provo ad infilare un dito ma lei con fare deciso mi allontana la mano. “Pensa a guidare!” mi dice…
Ci riprovo dopo Cerveteri, stesso approccio, stesso obiettivo e, ahimè, stesso finale.
Niente da fare, non è cosa. Volevo fare l’amore, volevo stare con lei ma non è stato possibile.
“Ti riaccompagno, dove devo lasciarti?” le chiedo quando siamo sul Raccordo all’altezza della Roma-L’Aquila.
“Verso la Tuscolana, se non ti dispiace” mi risponde.
“Ma come, non stai al Quarticciolo?” le domando con aria indagatrice.
“Devo andare a casa da una persona che abita lì a Cinecittà, devo vederla per mia madre. È un medico”
“Ah, scusa, non sapevo. Ma come fai per tornare? Vuoi che ti aspetto?”.
“No no, non ti preoccupare, con il 451 sono a casa in 20 minuti.”
“Dai, non ti preoccupare. Ti aspetto e ti riporto a casa io”.
“Ti ho detto di no, non mi serve, grazie.” un po’ seccamente. Da quel momento non le ho più parlato per almeno dieci minuti, fino a che non ho imboccato la Tuscolana dal Raccordo.
“Scusami Paolo, ma è una situazione un po’ complicata e non mi va di parlarne. Ti prego, non insistere.”
“Hai un altro, vero?” le chiedo, già immaginando la risposta.
“No, si, non in quel senso. Insomma, No.” Ecco, un po’ meno sicura. Combattuta tra il dire ed il non dire, tra affermare e negare. L’eterna alternanza tra bene e male, tra buono e cattivo.
“Non andare, resta con me stasera” le dico.
“Non posso. Scusa.” Siamo arrivati, scende dall’auto, prende la borsa e la sacca. Ecco perché aveva già i cambi pronti.
Ero rimasto in macchina, molto seccato della situazione, già pensando con fastidio alle cazzate che mi aveva propinato. Si avvicina alla mia parte, si china e mentre mi prende con delicatezza la nuca mi avvicina alla sua bocca e mi bacia con molta dolcezza. Un bacio profondo ed appassionato, che mi ha fatto sentire la scossa fin alla cima dei capelli.

“Ci sentiamo domani” mi dice con voce mielata mentre mi guarda negli occhi. “Buona notte e grazie di tutto” aggiunge.
“Ciao” è stata la mia risposta, più simile ad una “Si, buonanotte a ‘sto cazzo…’sta stronza”.
Ingrano la prima e me ne vado senza guardare né dove fosse né dove andasse.
Mentre tornavo a casa mi davo del cretino per essermi esposto così, per esserci cascato, lamentando la mia cattiva sorte che continuava a perseguitarmi.
Prendo il telefono e provo a chiamarla: “l’utente da lei selezionato non è al momento raggiungibile: si prega di richiamare più tardi” è la risposta impietosa.

Va bene. È il momento di metterci una pietra sopra. Chiamo allora un’amica della mia ex, che sapevo aveva litigato con lei ai tempi del divorzio e che mi aveva sempre offerto supporto morale e materiale: ovvero, un pasto completo ed una bella scopata. “Giovanna, sono Paolo, che fai stasera? Ah, sei impegnata? Ah, ok… Domani? Beh, perché no… anche domani, si… nel pomeriggio dici? Va bene. Ti chiamo io dopo pranzo domani…”. Fatto. L’indomani sarei andato a trovare Giovanna nel pomeriggio, sapendo già come sarebbe andata a finire.

Passo la sera col telefono in mano, in attesa di ricevere un messaggio, una chiamata, un SMS… niente. Muto. Avrei voglia di sbatterlo al muro dalla rabbia.

Vado a letto, sperando che la notte porti consiglio.

Cap. 5. – Chi la fa l’aspetti

Vado presto in ufficio. C’è poco da fare, il mio gruppo romano è ad una presentazione, il team di Milano è dietro due progetti in dirittura d’arrivo, con un mese di anticipo sulle scadenze. Qualche chiamata a Londra, Parigi, Madrid e Bucarest per fare il punto della situazione con i miei collaboratori ma non ci sono criticità. Decido di uscire subito dopo pranzo e di passare prima da Giovanna.

La chiamo al telefono per sapere se stava a casa e mi risponde che no, non era ancora a casa e che non sarebbe rientrata prima delle 18. Avevo fatto bene a chiamarla visto che l’impegno che aveva preso in precedenza si stava protraendo più a lungo e anzi, se la raggiungevo era meglio.

Giovanna faceva la rappresentante di articoli di moda e vendeva ai buyer arabi, indiani e cinesi. Quel giorno era impegnata con una sfilata presso un noto albergo di Roma, accanto a casa mia ai Parioli. Decido di raggiungerla lì e poi di portarla a casa mia.

Mentre mi sposto in auto, mi squilla il telefono. È Francesca. Non rispondo, faccio cadere la chiamata. Non ho voglia di sentire le sue stupide scuse.

Proseguo per la mia strada, arrivo all’albergo e parcheggio. Mentre chiudo lo sportello risuona il telefono. È ancora Francesca. Continuo a non rispondere, lasciando cadere ancora la chiamata.

Entro nella hall e mi dirigo verso le sale dell’evento di Giovanna. Faccio per prendere in mano il cellulare per chiamarla ed avvisarla e risquilla: ancora lei, Francesca. Questa volta rifiuto la chiamata al secondo squillo. Vediamo se capisce. Metto il telefono in silenzioso, raggiungo Giovanna che nel frattempo mi è venuta incontro ed entro nella sala destinata a backstage delle modelle.

Giovanna mi fa fare il giro, mi presenta a destra e a sinistra, l’Ambasciatore Caio e sua moglie, il Prof. Tizio con la sua signora, il senatore Sempronio con la moglie (tutte ragazzette di non più di 27-28 anni… alla faccia delle mogli…). Dopo mezz’ora non ci capisco più nulla ma per fortuna inizia la sfilata e posso stare un momento tranquillo.

Prendo il telefono per fare un paio di foto da inviare agli amici:29 diconsi 29 chiamate perse! E che è successo?
Una di Sophia, una di Luca, i miei figli, una del mio collaboratore di Madrid ed una della mia segretaria. E 25 di Francesca, una ogni cinque minuti circa.
Chiamo con calma i figli, la segretaria che voleva avvisarmi che Carlos mi stava cercando da Madrid ed infine Carlos che mi cercava per dirmi che l’indomani sarebbe stato in ferie…
Smarcate le telefonate, decido di affrontare il problema e di prendere il toro per le corna. Chiamo Francesca: “Ho visto che mi hai cercato. Hai dimenticato qualcosa in macchina?” le dico.
“SEI UNO STRONZO. COME TI PERMETTI DI ATTACCARMI IL TELEFONO? DOVE SEI? DOVE SEI STATO?” mi si rivolge con timbro acuto e perentorio. “Non capisco. Che sta succedendo?” le rispondo con tranquillità.
“Succede che è tutto il giorno che provo a chiamare e tu non rispondi o mi attacchi il telefono. NON LO DEVI FARE PIU’” mi ribadisce.
“Beh, mi spiace. Non credevo ti interessasse molto di quel che faccio…” butto lì con molta acidità. Mi sto prendendo una rivincita. “E poi, scusa, forse che stiamo insieme? Che ti importa di quel che faccio o con chi sto?” le dico.
“Mi interessa eccome. Ecco. Guai a te se me lo rifai!” ribatte. Giuro, non la capisco.
“Mi dispiace per ieri sera, so di aver sbagliato, ma le cose non stanno come tu credi. Sono stata meravigliosamente bene ieri con te. È stato tutto perfetto, ma alla fine sapevo che la serata sarebbe stata uno schifo. Se ci vediamo stasera ti racconto tutto.” mi dice con fare accomodante.
“Stasera non posso, ho già preso un impegno con un’amica, semmai domani” le rispondo un po’ seccamente.
“Come un impegno con un’amica? Chi sarebbe? Dove sei? Ti raggiungo!” con voce gelosa, tono quasi imperioso, ma con un sottofondo innamorato.
Le spiego che sto vicino casa, in un albergo a vedere una sfilata che termina a breve e che sono ospite di quest’amica che la organizza.
“Posso venire anch’io? Mi piacerebbe tanto” …parla da gattina…
Le dò appuntamento da lì ad un paio d’ore e le dico di prendere un tassì che poi la riporterò io a casa.
“Va bene. Allora a più tardi.” E chiude.
Avviso Giovanna del fatto che forse avremmo dovuto cambiare il programma e che ci avrebbe raggiunto da lì a breve un’amica.
“Come un’amica? E chi sarebbe costei?”
“Nulla, un’amica a cui tengo parecchio…” le rispondo.
“In che senso tieni? È la tua amante? Te la sei già scopata? Oppure non te l’ha data e allora mi hai cercato?”. Le donne, quando ci si mettono, sanno essere delle vere bastarde.
“Nel senso che è un’amica che ho conosciuto da poco e che mi interessa parecchio e, no, non me l’ha ancora data e, no, non ti ho cercato perché non me l’ha ancora data!” rispondo debolmente, senza troppa convinzione.
“E da dove viene questa tua amica?” rimarcando con il gesto delle virgolette la parola “amica” e assegnandole un senso denigratorio. Al ché le racconto come è iniziata la storia, di dove fosse, la scampagnata alla Ficoncella, ma omettendo il fatto di essere stato scaricato per un altro.
“Figurati, dal Quarticciolo… sai che bòra?” con quel tono snob da pariolina con la puzza sotto al naso.
“No, in realtà è una piacevolissima signora, molto in gamba, molto bella e molto piacevole. La conoscerai.”
“Vedremo” risponde con tono poco accomodante.

Inizia la sfilata, le modelle indossano capi leggeri, pieni di veli e trasparenze, con spacchi e scollature che poche possono permettersi. Pur non avendo particolare interesse per la moda, non resto insensibile alla bellezza ed in particolare, adoro il vedo/non vedo che trovo particolarmente intrigante.

Dopo una mezz’ora c’è un intervallo durante il quale la gente esce per fumare e per bere qualcosa tra quanto è predisposto sui tavoli fuori della sala. Mi appropinquo anch’io per prendere un bicchiere di prosecco salutando tra i tanti tutti coloro che mi conoscono e di cui io non ricordo minimamente il nome.

Passano un paio di minuti e sento un colpetto sulla spalla, mi giro ed è lei, Francesca, trafelata e sorridente. “Scusa, non trovavo un tassì e mi ha accompagnato mio figlio in moto. Devo andare in bagno a pettinarmi e a rimettermi un po’ a posto. Mi fai strada?” mi chiede.

Sono rimasto basito. Non era la Francesca che avevo visto fino ad oggi. Era una “sophisticated lady”, elegantissima in una tuta pantalone color sabbia, ampia e svolazzante, con profondo scollo che le arrivava in vita, fermato da una cintura gioiello, in un tessuto leggermente trasparente ma non tanto da essere volgare. Ai piedi, un paio di sandali con tacco altissimo, ad evidenziare piedi curatissimi. Uno scialle in tinta buttato sulle spalle a coprire lo scollo all’americana ed una pochette tenuta in mano con molta nonchalance. Mi avvicino per darle un bacio sulla guancia ma lei mi precede sfiorando le mie labbra con le sue. Nell’abbracciarla porto la mano sulla schiena ed apprezzo il fatto che essa è scoperta, assaggiando la sericità della sua pelle nuda.

“Hai fatto presto!” le dico un po’ impacciato e sorpreso.
“Perché, ti ho disturbato? Forse hai di meglio da fare?” mi dice, con tono gentile ma insinuante.
“Ma no, no, nulla da fare. È che ti aspettavo più tardi. Hai fatto una volata” le rispondo.
“Giusto il tempo di mettermi qualcosa addosso mentre chiamavo il tassì” ribatte. “Ma non l’ho trovato così ho chiesto a mio figlio Claudio di accompagnarmi. Lui ha preso la moto ed in quarto d’ora eccomi qui. Solo che ho bisogno di pettinarmi un po’ perché il casco mi ha schiacciato i capelli.”

Immagino la scena, con la sua sciarpa svolazzante ed i sandali a tacco alto sulla moto del figlio che svicola in mezzo al traffico caotico mentre lei gli urla nelle orecchie di andare piano e di stare attento. E nel contempo, immagino con una punta di gelosia gli sguardi allupati che si posano sulla sua schiena nuda e sulle cosce in mostra dagli spacchi laterali degli ampi pantaloni, che noto solo ora mentre la guido verso le toilette.

“Fammi compagnia, non lasciarmi da sola” mi chiede.
“Ma veramente è la toilette delle signore” le dico.
“Ma mi devo solo truccare un momento. Anzi no, approfitto, devo andare un attimo in bagno. Tienimi la borsa, faccio in un momento, devo solo fare pipì” aggiunge con molta naturalezza e con un tono intimo e coinvolgente.
“Però devi aiutarmi, devi slacciare la tuta dal collo.” mi chiede.

Imbarazzato per la situazione, le scosto i capelli e slaccio il gancetto che chiude il cinturino attorno al collo e che trattiene il corpetto della tuta. Senza ritegno, questo cade giù mettendo in mostra il suo seno nudo. E mentre entra nel cubicolo del WC, si abbassa anche i pantaloni evidenziando l’assenza di qualsiasi altro indumento. “Wow!” me ne esco a mezza bocca, sorpreso e ammirato.

“Non avevo slip del colore giusto, solo bianchi o neri e non mi andava si vedessero in trasparenza, e ho deciso che era meglio non mettere nulla. Perché, sto male? Si vede qualcosa?” mi chiede mentre si siede sulla tazza senza nemmeno aver accostato la porta.
“Beh, adesso si vede tutto, non che non ne sia felice, sia chiaro!” butto lì a mo’ di complimento.
“E comunque no, non si vede nulla e stai benissimo. Complimenti”.

Sento rumori fuori della porta di ingresso e accosto la porta del cubicolo mettendomi all’angolo per far capire che sono in attesa. In quel momento entra Giovanna che mi stava cercando.

“Mi hanno detto che eri qui in compagnia di una bella signora” insinua. “Problemi?”
“No, nessun problema. Ho accompagnato Francesca alla toilette che aveva bisogno di aiuto. Anzi, visto che ci sei tu, io esco, aiutala tu per cortesia” le dico, e continuo “Francesca, qui fuori c’è Giovanna e ti aiuta lei a richiudere la tuta, se serve. Io sto qui fuori dal bagno nell’androne.” ed esco senza attendere risposta.

Devo raccogliere le idee. Francesca è arrivata come un tornado ed ha spazzato via in un amen tutte le mie certezze ed il mio risentimento verso di lei. Non solo, mi ha lasciato letteralmente senza parole per il suo look e la sua apparente familiarità nei miei confronti. Cosa vuole da me? Credevo avesse un altro e che non volesse ulteriori pensieri. Pensavo che avesse fatto una scelta pentendosi di avermi frequentato un po’.

Però, il fatto che mi avesse cercato con tanta insistenza e la scenata di gelosia per telefono mi avevano fatto riflettere a lungo. Alla fine, le domande erano: che cosa mi aspettavo da Francesca? E soprattutto, cosa provavo per lei?

Alla prima non avevo coraggio di rispondere. Alla seconda, replicava violentemente il mio corpo, vittima dei feromoni emanati da questa creatura pazzesca. Evidentemente il mio corpo voleva ardentemente questa persona e lo starle vicino mi induceva un’eccitazione tremenda, sentivo il cuore battere forte, il sangue scorrere nelle vene assieme a violente scariche di adrenalina, il tutto accompagnato da una pulsione al basso ventre che prometteva erezioni potenti, se non mi calmavo.

Mentre pensavo a tutto questo, dalla porta escono Francesca e Giovanna, apparentemente in piacevole conversazione.

“Mi avevi parlato di Francesca, ma non mi avevi detto di quanto fosse bella e così naturalmente elegante!” mi dice Giovanna mentre prende sottobraccio la mia amica.
“Anche tu, Giovanna, sei una bellissima donna. E ti dirò, sono molto invidiosa del fatto che si vede che tra voi c’è molta intimità” replica Francesca ammiccando con l’occhio.
“Eh, Paolo è stata un’occasione persa, ahimè. L’ho conosciuto troppo tardi, altrimenti non si sarebbe sposato la sua ex” butta lì, ricordandomi quando c’eravamo conosciuti appena dopo essermi fidanzato con la mia ex moglie Francesca, sua intima amica. Rammento le battute e le scenate di gelosia da parte di Francesca perché mi ero permesso di fare il galante con Giovanna in sua presenza, e che ci fu un raffreddamento della frequentazione proprio a causa di questo piccolo battibecco.

“Beh, ora è libero, no? Intendo, è diventato terreno di caccia libera” butta lì, intendendo evidentemente segnalare che non voleva facilitare in alcun modo la concorrenza.
Ahi! In un attimo ho visto due donne misurarsi, tirare fuori gli artigli entrambe e l’una soccombere immediatamente alla nuova alfa. A sottolineare ciò, Francesca mi prende sottobraccio e si stringe a me segnalando che io ero di sua proprietà. Punto.

Cerco di smorzare la tensione prendendo con l’altro braccio Giovanna e conducendole entrambe verso la sala. “Andiamo, lo spettacolo sta per ricominciare e dobbiamo entrare” dico ad entrambe cercando di assumere il controllo momentaneo della situazione.

Entriamo nel locale della sfilata, Francesca ed io prendiamo posto in seconda fila nei posti a noi riservati e assistiamo allo spettacolo che per me, onestamente, aveva perso qualsiasi interesse preso com’ero a pensare a quanto stava accadendo.

Al termine della manifestazione ci ritroviamo nel fumoir mentre attendo che si unisca a noi Giovanna.

Solo due minuti e compare con un comune amico e ci dice: “Allora, abbiamo una prenotazione qui vicino. Dobbiamo chiamare per far aggiungere un posto per Francesca, sperando che abbia ancora disponibilità”.
“Alla peggio ci stringiamo un po’, dai, oppure cerchiamo un altro posto. No?” affermo speranzoso di stemperare un evidente attacco di gelosia.
“Vedremo. Certo che potevi avvisare prima, no?” mi rinfaccia con tono secco mentre scocca un’occhiata assassina a Francesca la quale risponde con altrettanta secchezza “Beh, se ci fosse un problema, possiamo sempre andare da un’altra parte noi due, no?” e mi guarda con occhio intrigante e foriero di promesse.
“Dai, non credo sia un problema. Dammi il numero che chiamo io” dico accomodante cercando di riprendere in mano la situazione che stava per uscire di controllo.
“Cercalo tu, io ora ho da fare” risponde sorridente ma abbastanza fredda. Si vede che nel frattempo ha maturato un risentimento verso di noi.
“Va bene, ora lo faccio. Fra, accompagnami fuori che c’è meno casino” mi rivolgo a Francesca prendendola sotto braccio e accompagnandola verso l’uscita.
“Sai che c’è? Fanculo il ristorante, Giovanna e tutti gli altri. Andiamo da me, ti preparo una cenetta coi fiocchi, se ti va. Devo solo passare un attimo al supermercato per prendere qualcosa di fresco. Cosa preferisci, carne o pesce?” le chiedo.
“Ma dai, quel che vuoi. Mi va benissimo un’insalata!” mi risponde, accettando l’invito.
“Vada per l’insalata, allora!” le rispondo.

Arriviamo a piedi al supermercato, sono solo quattro passi. Prendo due buste d’insalata, una busta di uvetta, una scatola di ananas e delle noci sgusciate, poi mi fermo al bancone della carne e chiedo al macellaio di prepararmi mezzo chilo di corona di fassona macinato almeno tre volte. Metto nel carrello anche una scatola di uova, aceto balsamico, olio di semi, limoni e una bottiglia di Rosso di Montefalco.

Francesca mi guarda con aria interrogativa ma le dico di aspettare e vedere, e le chiedo: “Ti piace la carne? E la maionese? Sei allergica a qualcosa?” al che mi risponde che è allergica solo al lattosio e intollerante al glutine. Non ho preso né latte, né burro né pane o pasta per cui sto tranquillo. Non avrà crisi alimentari a causa mia, almeno stasera.

Cap. 6. – Insieme, a casa

Giungiamo a casa mia e le mostro i vari ambienti. È molto colpita dalla luce e dalla vista. Si avvicina alla libreria e scorre con il dito i titoli dei volumi, alcuni dei quali in latino, e mi chiede se li abbia letti. “Si, certo. Non è facile tradurre al volo ma con l’aiuto di Google si trova sempre una soluzione, e poi mi basta intuire per poi approfondire quel che mi interessa. Nel frattempo mettiti comoda. Anzi, se ti va di preparare la tavola, è tutto lì negli stipetti accanto al tavolo” ed entro in cucina. Preparo l’insalata mettendo tutti gli ingredienti nella ciotola e mescolando il tutto con le mani; dopodiché mi dedico alla preparazione della maionese: con il Mini Pimer, è questione di cinque minuti ottenere una salsa densa e saporita.

 “Vuoi mangiare ora o più tardi?” le chiedo.
“Ma, magari più tardi. Hai del vino in fresco?” mi chiede.
“Apri il frigo, ci dovrebbe essere una bottiglia di bianco aperta” mentre prendo due calici.
“Mettiamoci fuori in balcone, non fa troppo freddo e si sta bene” le dico, mentre apro la porta-finestra che dà sul terrazzo che circonda casa.
“Va bene, mi fa piacere” mi risponde seguendomi. Le mostro il panorama, indicandole i vari riferimenti visibili. Ci mettiamo seduti e sorseggiamo il vino freddo. La temperatura è fresca e forse Francesca è un po’ leggera, vedo che si è coperta le spalle con lo scialle. “Vuoi rientrare?” le chiedo, avvicinandomi a lei.
“Magari dopo, se invece ora mi scaldi un po’…” e si accosta a me. La prendo per le spalle e l’abbraccio cercando di scaldarla e di coprirla. Alla fin fine, è ottobre pieno e la sera rinfresca un po’. L’abbigliamento di Francesca è forse un po’ troppo leggero per rimanere fuori. Rientro dentro, il tempo di prendere un maglione e di fermarmi ad aprire l’acqua dell’idromassaggio… mi è venuta un’ideuzza…
“Dai, metti questo. Poi tra dieci minuti rientriamo, va bene?” le propongo.
“Va bene… Paolo, ti devo parlare.”
“Si Francesca, in realtà attendo una spiegazione da te. Anche se non se tenuta a darmela, in fin dei conti non c’è nulla di concreto tra noi, ma …” e lascio lì la frase incompleta, in attesa della sua risposta.
“Si, te lo devo. L’altro ieri sono stata meravigliosamente bene. Te ne sarai reso conto, avevo proprio piacere di stare con te e, se non fossimo stati interrotti, probabilmente avremmo finito per fare l’amore. Io ne avevo voglia, e credo, anzi, ne sono certa, anche tu.”
“Il fatto è che avevo una storia in piedi che si trascinava stancamente da un po’ di tempo. E l’altro ieri avevo promesso di chiudere. L’essere stati insieme tutto il giorno non ha cambiato nulla: ero già intenzionata a chiudere. Ma dovevo andare da lui. Lo so, non capisci e non riesci a comprendere, ma avevo promesso a me stessa che avrei chiuso con lui stando assieme a lui un’ultima sera. Non credere che mi abbia fatto piacere dirti di no e, in un certo senso, mentirti. Ci sono stata molto male.” prosegue. La sua voce è roca, le mani si stringono e si serrano l’una contro l’altra, il linguaggio del corpo è evidente: non sta mentendo, si è sentita in colpa ed in difficoltà verso di me.
“Però è finita. Per fortuna.” chiude così.
“Ci sono stato male pure io, non credi? Insomma, eravamo stati assieme tutto il giorno, mi avevi illuso, in un certo senso, mi avevi fatto capire che ti piacevo e che volevi stare con me”
“Ma tu mi piaci! Perché altrimenti starei qui, ora? Di certo non per ripicca” mi interrompe, accalorata.
Le nostre teste si sono avvicinate, le bocce si toccano, iniziamo a baciarci con passione. La sento tremare, è il freddo o il piacere? Decido di rientrare e di metterci comodi in soggiorno. È ancora presto, non voglio precorrere con i tempi.

“Dai, rientriamo, sento che hai freddo” le dico.
“Si, grazie, in effetti sono vestita un po’ troppo leggera, stasera” ribatte.
La faccio accomodare sul divano e le chiedo se ha fame o preferisce aspettare. Mi risponde facendo cenno di sedermi accanto a lei. Lo faccio, mi abbraccia e riprende a baciarmi con passione.

Si toglie il maglioncino che le avevo dato: ora ha la schiena nuda e posso ammirarla in tutta la sua bellezza.
“Ma sento rumore d’acqua che scorre: cos’è?” mi domanda.
Le prendo la mano, la tiro su dal divano e la guido verso la stanza da letto, dove c’è la vasca idromassaggio ormai riempita di acqua calda.
“Ti va di scaldarti un po’?” le chiedo, indicandole la vasca che è praticamente a filo pavimento.
“Perché no?” mi risponde. Si gira di spalle e mi chiede di aiutarla a slacciare di nuovo il top dietro al collo.

Ora si sfila il completo e rimane totalmente nuda. Si avvicina ed inizia a sbottonarmi la camicia dopo averla sfilata dai pantaloni. Poi mi slaccia la cinta, apre la zip dei pantaloni e me li abbassa. Nota con piacere che non porto intimo nemmeno io. Mi accarezza e rimarca il fatto che sono completamente depilato.
“Sai, sei il primo uomo che incontro totalmente depilato: mi piace molto” mentre mi accarezza il membro che si sta ingrossando. Si inginocchia e lo prende in bocca fino alla radice, senza alcun verso o difficoltà: non sono superdotato, ma è la prima volta che subisco un deep-throat così profondo.
“Lo so, sono molto brava, ma è solo questione di tecnica: basta respirare con il naso anche se ti arriva in gola.” mentre lo lecca sulla cappella e poi su e giù sull’asta.
Le mie mani nel frattempo percorrono il suo corpo, soffermandosi sui capezzoli reattivi, che invitano ad essere strizzati, e poi scendono in mezzo alle gambe, alla ricerca del frutto succoso e carnoso in mezzo alle sue piccole labbra. Anche lei è completamente depilata e liscia, al di là della piccola strisciolina di pelo sopra il pube.

Entriamo nella vasca, l’acqua è calda ma non bollente, ed è piacevole stare immersi. Continuiamo a giocare con i nostri corpi. La metto seduta sul bordo e mi dedico a leccarla, dedicandomi con attenzione al clitoride che si nasconde ma che pian piano reagisce alla stimolazione.
Inizia ad ansimare ed a inarcare la schiena.
“Ti voglio, ora!” mi supplica. La penetro lì, sul bordo dell’idromassaggio, affondando dentro di lei con foga e passione. È stretta, ma si lubrifica presto. Risponde alle sollecitazioni abbracciandomi stretto e capisco che è vicina all’orgasmo quando mi pianta le unghie sulla schiena e scossa da un tremito, lancia un urlo sommesso di piacere.
Io sono ancora lontano, e continuo a entrare ed uscire dentro di lei. Il mio pube sbatte contro il suo, schizzi d’acqua si levano da ogni parte. Mi giro e mi metto seduto sul gradino interno, la prendo e la faccio sedere sopra di me, penetrandola da dietro mentre con le mani le stimolo il clitoride e le accarezzo i seni, strizzandole i capezzoli sino a farle male.
“Si! Continua!” grida.
Continuiamo così, fino a raggiungere assieme l’orgasmo liberatorio, che entrambi evidenziamo con un ansimo forte e quasi urlato.
Rimaniamo avvinghiati per un po’, io ancora dentro di lei fino a che, venendo meno l’erezione, le scivolo fuori.
Esco dalla vasca e vado in bagno a prendere teli e accappatoi, oltre ad un paio di ciabatte da albergo, prese durante una delle mie infinite trasferte. Fanno comodo, sono nuove e morbide e si adattano bene anche al suo piede.
La asciugo con dolcezza con il telo e poi le infilo l’accappatoio, e quindi ci sistemiamo sopra il letto, abbracciati stretti stretti.
Mi accorgo che sta piangendo e le chiedo perché.
“È che era tempo che non provavo un orgasmo così intenso. Sei stato così dolce e nello stesso tempo così focoso! Mi hai fatto godere come non mi succedeva da tempo. È come se i nostri corpi si complementassero totalmente. In un certo senso, la mia patatina sembra fatta a posta per il tuo pisello.” risponde. E continua: “E poi, il fatto che tu mi abbia continuato a volere mi ha fatto capire quanto sono stata stupida, l’altro ieri. Mi spiace di averti fatto incacchiare.”
“Si, mi avevi proprio fatto incazzare.”
“Tu pure, però, che non hai risposto alle mie chiamate! Non lo fare più” e mi dà un buffetto sul petto.
“Dai, mangiamo qualcosa, ti va?” le propongo.
“Ok. Mangiamo.”
“Mettiti seduta e aspetta, ci penso io” le dico.
Riaccendo la piastra e dopo poco, butto il macinato in forma di hamburger bella spessa e ampia.
“La gradisci ben cotta o al sangue?” le chiedo.
“Al sangue va benissimo” risponde. Pochi minuti di cottura, accendo la cappa aspirante che avevo fatto sovradimensionare all’architetto pur imponendo il massimo della silenziosità. Non un fumo o un odore ristagnava in cucina. Un goccio di olio a crudo, una spruzzata di sale e di pepe macinato lì per lì e impiatto assieme ad un paio di foglie di lattuga e qualche pomodoro ciliegino. Apro quindi la bottiglia di vino, avrei dovuto farlo prima per farlo respirare, ma spero che sia buono lo stesso.

Porto a tavola e la invito a sedersi.
Mentre mangiamo apprezza il cibo “ottima la carne, saporita e poi questa maionese è deliziosa!” mi dice.
Le verso del vino, “accompagna bene la carne” le spiego.
Inizia a raccontarmi la sua storia appena conclusa.
“Era l’urologo che aveva in cura mio padre” mi dice. “L’ho conosciuto in ospedale. Ha preteso che io andassi a letto con lui in cambio di un trattamento di favore per mio padre. Senza il suo intervento sarebbe rimasto in lista d’attesa chissà fino a quando, e non c’era disponibilità di ricovero se non privatamente ma in una clinica troppo costosa. Lì per lì ho accettato per disperazione, poi, in un certo senso, ho avuto paura di lui. Diciamo che mi ha schiavizzato. Il sesso con lui è stato sempre più oppressivo, quasi violento. Anzi, una volta mi ha proprio violentato. Mi ha legata a pancia in sotto al letto, mi ha messo un cuscino sotto la pancia e mi ha sodomizzato a freddo. Così, senza preamboli e senza lubrificarmi nemmeno un po’. Poi, quando mi ha slegato, gli ho dato uno schiaffo e lui me lo ha restituito con violenza rompendomi un labbro. E mi ha minacciata più volte. Poi, un giorno è entrata nel suo studio sua moglie, proprio mentre mi stava prendendo da dietro a pecorina, e non ti dico il casino… Pensa che poi sono diventata amica della moglie, che sapeva come era fatto il marito. E mi ha raccontato delle cose pazzesche sul suo conto.”
“Ma perché lo hai continuato a vedere, scusa? Non mi sembri così remissiva…” la interrompo.
“Perché, mi chiedi? Perché… perché alla fine mi piaceva quando mi faceva male e quando mi possedeva con violenza.” risponde con un filo di voce. “Alla fine, godevo di più quando mi faceva male che quando mi scopava normalmente. Il fatto è che mi ha schiavizzata sessualmente, me ne sono resa conto e ho deciso di darci un taglio. Prima aveva qualcosa su cui basare un ricatto, ora non più.” aggiunge con un sospiro.
“E poi, ora ci sei tu…” conclude con un sospiro.
Ci abbracciamo e rimaniamo così, avvinghiati l’uno all’altra, per qualche minuto, senza parlare.

Questa donna mi è entrata dentro ed ha preso possesso della mia anima. Non so cosa abbia, ma mi pare di conoscerla da una vita, di aver vissuto con lei e di conoscerla così profondamente che mi sembra impossibile non averla incontrata prima.

“Rimani con me, stanotte?” le chiedo.
“Mi piacerebbe, ma devo accompagnare mio figlio a scuola e parlare con la sua insegnante” mi risponde.
“E poi, sono senza macchina, se dovessi rimanere qui dovrei comunque uscire alle 6, andare a casa, svegliare tutti, cambiarmi e poi andare a scuola.” aggiunge, titubante e sinceramente dispiaciuta.
“Ma non mancherà occasione, no?” conclude.
“No, senz’altro” le rispondo.
Poi, preso da un momento di passione, la bacio e le apro l’accappatoio, massaggiandole i seni con entrambe le mani. Ho ancora voglia di lei, e si nota subito. Slaccio anche il mio accappatoio ed il mio fratellone si mostra pronto sugli attenti.
E ricominciamo le danze.
La porto sul letto, la stendo sulla schiena e incomincio a leccarla con passione e con la massima dedizione alternando colpetti al clitoride con profonde inserzioni tra le piccole labbra e nella sua vagina, arrivando al rimming del suo stretto buchetto. È tutto talmente liscio, setoso, umido. Francesca si bagna molto, è partecipe e mi spinge sempre più la testa verso di lei. Tasto con le dita i suoi orifizi, prima davanti e poi dietro, e poi ancora davanti. Prima un dito, poi due, poi ancora tre dita fino in fondo, a cercare con la punta la rugosità del suo punto G. Lo trovo, ed inizio a scoparla con le dita, prima lentamente, poi sempre più velocemente, fino a quando l’orgasmo più potente che abbia mai visto la sconquassa facendola squirtare abbondantemente e lasciandola esausta, tremante con una mano serrata in mezzo alle cosce in mezzo al lago dei suoi umori.

“Scusami… io non volevo… io non sapevo… è la prima volta che mi succede…” mi dice con voce flebile e quasi strozzata. Il suo viso è distrutto, i capelli appiccicati alla fronte. Sembra che abbia passato gli ultimi minuti in una sauna…

Il letto è un disastro. Anche per me è la prima volta che una donna viene in maniera così copiosa e intensa e soprattutto, così…bagnata. Inizio a disfarlo dopo che Francesca si è alzata per andare in bagno. La macchia è evidente, speriamo che non rimanga; la signora delle pulizie, domattina, potrebbe porsi qualche domanda di troppo e in questa casa, non c’è mai stata traccia di presenze femminili se non la sua o quella di mia figlia.

Francesca esce dal bagno in accappatoio, si è lavata, ha fatto anche lo shampoo ed i suoi capelli sono vaporosi come appena uscita dal coiffeur.

Vede il letto disfatto e subito si preoccupa “Mi spiace! Sono mortificata! Scusa!” visibilmente preoccupata.
“Ma lascia stare! Ma di che? Ora mi dai una mano a girarlo in verticale in modo che si asciughi prima. Poi lo metto io a posto.” le rispondo con la massima dolcezza.
“Ma la macchia? E se la vede qualcuno?”
“Tranquilla, ho rovesciato un bicchiere di vino sul letto…” e le faccio l’occhiolino.
“Sai, non mi era mai capitato prima d’ora di avere un orgasmo così … bagnato. Ad un certo momento credevo di aver perso la pipì, ma invece avevo questa spinta, questo desiderio di liberarmi, e più usciva e più ne veniva!” disse con aria tra il sorpreso ed il contrito.
“Sinceramente, nemmeno a me era mai capitato di assistere ad un orgasmo così. Si, forse ne ho visti su PornHub, ma pensavo fossero un trucco da porno. Invece, è tutto vero!”
“Intenderesti dire per caso che sono un attrice porno?” a metà tra lo scherzoso e lo scandalizzato.
“Assolutamente no. Tu sei meglio di tutte le attrici che ho visto!” le dico ridendo. Lei prende il cuscino che teneva tra le gambe e me lo sbatte in testa, ricambiando la risata.

Dio, inizio a provare qualcosa di grosso per questa donna. Un sentimento che non provavo da tempo.

“Asciughiamoci, ci beviamo un goccio e poi ti porto a casa”.
“Ok, grazie Paolo. Non vorrei fare troppo tardi, anche se non ti nascondo che mi piacerebbe dormire con te, stanotte.”
“Fallo!”
“No, impossibile. Non posso lasciare Serse da solo. E Claudio stasera si ferma a dormire dalla ragazza. Ma non mancherà occasione, tranquillo. Sempre che tu lo voglia ancora…”
“Io lo voglio già ora, figurati domani o dopo…”

La accompagnai a casa, vincendo la sua resistenza. Non voleva mostrarmi dove abitava “ma non perché non mi fidi, è perché mi vergogno un po’ della zona. E poi, sinceramente, c’è talmente tanta gente che mi conosce in giro per il quartiere fino a tardi, che mi scoccia farmi vedere con qualche forestiero. Il Quarticciolo è come un piccolo paese: si conoscono tutti, sanno tutto di tutti, parlano e sparlano di tutti. E non ti auguro di essere sulla bocca di certe commari che passano il tempo sedute fuori del portone a capare la cicoria o i fagiolini!” concluse.
La lasciai ad un centinaio di metri da casa, seguendola da lontano con lo sguardo, ma rimanendo in macchina con il motore acceso.
Squilla il telefono: è lei. “Sono arrivata al cancello, ora sono tranquilla. Ci sentiamo domattina. Buona notte e grazie di tutto. Anzi, grazie di esserci…” e chiude la chiamata.

Non ricordo che strada ho fatto per tornare a casa. So solo che mi sono risvegliato la mattina dopo sul divano, con il collo disastrato per la postura sbagliata, un piacevole senso di appagamento sessuale ed un calore in petto che mi fece sorridere.

Cap. 7. – Una gita ai Castelli

L’intesa con Francesca è totale.

Francesca è un’artista, dotata di rara e profonda sensibilità accompagnata da una magistrale capacità realizzativa qualsiasi sia il campo di applicazione della sua arte.

Costruisce mosaici, ma non quelli su cartone, veri mosaici sui pavimenti, che produce utilizzando scampoli di ceramiche di varie provenienze, vetri, plastiche dure dipinte a sgargianti colori che posa con sapiente abilità a formare disegni, rappresentazioni, immagini astratte caratterizzate da tinte vivaci e contrasti arditi. Protegge poi le sue opere, perché di opere d’arte si tratta, con colate di resina epossidica trasparente che poi lucida a specchio. I suoi mosaici sono particolari non solo per i temi ed i componenti ma per il fatto che sono spesso tridimensionali.
E questa sua produzione ha iniziato a decollare dopo che un cliente del suo ex marito, titolare di una piccola impresa edile, ha mostrato su Pinterest la sua casa ed in particolare il mosaico che ricopre un bellissimo tavolo da esterno.

Mi ha chiesto un giorno di luglio di accompagnarla ai Castelli, a Grottaferrata, per fare un sopralluogo nella villa di un ricco sanitario romano che le ha richiesto un mosaico da inserire nel pavimento di un salone.
Mentre ci recavamo con la mia MG senza capote salendo per la Anagnina, abbiamo iniziato a discutere sul soggetto.
“Il professore mi ha chiesto di realizzare un mosaico con il suo stemma. Dice che la sua famiglia risale al dodicesimo secolo e che era venuta dall’Albania a seguito di alcuni monaci che poi si sono stabiliti lì a Grottaferrata ed hanno dato origine all’abbazia di S. Nilo.”

“Quindi sono di origine bizantina” le dico. Stiamo entrando in uno dei campi in cui mi sento ferrato, la storia medievale romana.
“Boh, dice di sì.”
“Ma nel XII secolo non esistevano stemmi nobiliari. Al massimo c’erano i vessilli delle grandi famiglie nobili romane che governarono l’Urbe, i Colonna, i Teofilatto, i Crescenzi fino alla cattività avignonese. Gli stemmi come li intendiamo noi sono successivi.”
“Anzi, so che l’Abbazia di S. Nilo fu fondata proprio grazie alla donazione di terre e risorse da parte di certo Gregorio dei Conti di Tuscolo. Fu il figlio di Gregorio, Romano, che poi diventò papa con il nome di Giovanni XIX, a garantirne il possesso e l’autonomia e a consacrare la chiesa di S. Maria.”.
“Ma come fai a sapere queste cose?” mi chiede. “Anzi, come fai a ricordartele?” aggiunge.
“Tengo la testa giovane ed allenata, e tu mi aiuti a farlo!” le rispondo con un sorriso.

Sto vivendo un periodo splendido accanto a Francesca che mi ha restituito la gioia di vivere ed il piacere di godermela. Lei non se ne rende conto del tutto, ma grazie a lei mi sento rinato.

“E poi, io conosco questa parte della storia perché mi piace, tu invece sei una enciclopedia vivente, conosci come nessun altro la storia della pitture dalla fine dell’800 in poi!”.
“Si, magari!” mi risponde.
“Magari che? Dimmi ad esempio quante versioni ci sono di Guernica” le chiedo.
“Due. Una è quella che conoscono tutti, l’altra è il bozzetto che è stato ritrovato nelle cantine di un ex franchista scappato in Svizzera durante la seconda guerra mondiale. È più piccolo ma ancor più drammatico.”

Appunto, lo sa. Avevo sentito per sbaglio la notizia alla radio qualche mese prima e l’avevo messa da parte. Non credevo fosse di dominio pubblico.

“E tu come facevi a saperlo?”
“L’ho sentito alla radio qualche mese fa.”
“Ah, io invece ho parlato con un gallerista che era riuscito a metterci le mani su mentre tutti credevano fosse un falso, mentre invece c’è un documento autentico, una lettera in cui Picasso afferma che ha messo il primo quadro in cantina perché a rivederlo provava troppo orrore.” mi spiega.
“Ecco, lo vedi che ne sai sempre molto più degli altri? Ed io che credevo che ti avrei trovata impreparata…”

Siamo di fronte al cancello della villa. Francesca chiama il proprietario e lo avvisa che siamo arrivati.

“Professore, sono con il mio … amico, Paolo” mi presenta mentre scendiamo dalla macchina.
“Molto lieto professore!” mi presento stringendogli la mano. “Spero non la disturbi troppo”
“Nessun disturbo, si figuri!” mi risponde facendoci strada.
“Complimenti, bellissima villa” gli dico.
“È una residenza del XVIII secolo ricostruita sulle rovine di un antico casale che risale probabilmente al XII secolo o prima. Secondo alcuni documenti storici, era stato edificato da un gruppo di calabri sfuggiti ai saraceni, provenienti dalla zona di Rossano Calabro e quindi di origine albanese o bizantina. Si stabilirono qui appunto attorno al XI secolo e ottennero di poter coltivare parte dei terreni dell’Abbazia di S. Nilo che era tenuta da monaci loro conterranei. Secondo alcune ricerche che ho fatto fare, tra loro ci doveva essere un mio tris-tris-trisavolo. Uno di questi esperti di araldica avrebbe prodotto anche una sorta di stemma, ma io credo che sia fittizio, fasullo. I contadini non avevano proprietà e i miei possibili avi erano profughi dalla Calabria: che proprietà potevano avere?”
“Ciò non toglie che vorrei celebrarli in qualche modo. Le faccio vedere quel che mi hanno mandato quelli dell’araldica” e mi mostra un fascicolo con un pacco di pagine di storia, riferimenti agli archivi parrocchiali di varie zone limitrofe ed un bozzetto di uno stemma.

Francesca lo esamina, chiede se è possibile averne una copia per poterlo studiare un po’ e scatta una foto al bozzetto. Poi osserva con attenzione il pavimento della sala, tutto in marmo giallo lucido, e prende alcune dimensioni. Discute qualche dettaglio con il professore, e alla fine sembra perplessa e incerta sulla cosa.
“Mi piacerebbe poter ripetere lo stesso disegno sul fondo della piscina” e ci guida verso il retro della villa ove, incastonata in un bellissimo giardino circondato da pini, querce e cipressi secolari, c’è una piscina a forma di fagiolo di oltre venti metri di lunghezza e almeno sei o sette di larghezza, circondata da un impiantito in cotto opaco ed incassata in un curatissimo prato all’inglese.
Anche in questo caso Francesca prende il suo smartphone e scatta una serie di foto prendendo nota delle varie dimensioni.

Il sole è alto, inizia a far caldo, la piscina è molto invitante.
Il professore ci invita a rimanere “Avete portato i costumi, no? Glielo avevo detto per telefono, Francesca, ricorda?”
“No professore, non lo abbiamo fatto. Paolo ha un impegno nel pomeriggio e deve rientrare!”
“Ma suvvia, un bagnetto e poi vi offro un piccolo rinfresco. Vi prometto che per le quattro del pomeriggio vi mando via!”
Io faccio cenno a Francesca di decidere lei anche per me. So che ci tiene a questo lavoro e immagino che voglia restare per piaggeria.

“Professore, il problema è che io e Paolo non abbiamo costumi con noi!”
“Vuol dire che ne farete a meno. Tanto, chi vuole che vi guardi? Io rientro in casa per far preparare qualcosa da mangiare. Fate come se foste a casa vostra, liberi ed indisturbati. Vi prometto che per mezz’ora non vi disturba nessuno!” e girandosi sui tacchi, rientra in casa a passo spedito.

Sono perplesso. Non so se sia il caso. Personalmente non ho problemi, credo che anche Francesca non abbia particolari pudori a fare il bagno nuda, ma non la sento convinta e decisa come l’ho vista altre volte.

“Che ne pensi, Fra? Ci facciamo un tuffo?”
“Paolo, sinceramente non mi interessa di avere o meno il costume, in altre situazioni sarei già in acqua. Non vorrei che il professore stesse facendo tutto questo per mirare ad altro. So che ogni tanto organizza festini particolari qui in piscina, almeno così mi ha raccontato il mio ex-marito che ha l’appalto per la manutenzione degli impianti”
“E allora?”
“Non vorrei che fosse una scusa per trascinarci in una di quelle feste”
“E mica ci obbliga nessuno! Sai che faccio? Io mi spoglio e mi faccio un tuffo, esco, mi rimetto i pantaloni e mi asciugo sulla sdraio.”
“Io ti seguo, ma lo faccio con l’intimo. Me lo tolgo dopo quando mi rivesto.”
“Mi pare una buona idea!” e le faccio l’occhiolino.

Pochi minuti e siamo in acqua, io completamente nudo, Francesca in reggiseno e slip. Non capisco che cosa se li tenga a fare visto che sono color carne, di tulle leggerissimo e di dimensioni microscopiche…

In effetti, è una stupenda visione, la sua, che mi provoca un immediato alzabandiera.

Fra è appoggiata con i gomiti sul bordo della piscina, coperta davanti dalla parete. Mi avvicino alle sue spalle e le sussurro all’orecchio “Dio quanto sei bella! Vorrei prenderti qui, in acqua” facendole sentire la mia erezione puntando in mezzo ai glutei totalmente scoperti visto che il perizoma dietro è solo un misero filetto.
Si agita un po’ come per accogliermi, poi mette la mano dietro di sé, mi prende il membro e se lo mette in mezzo alle gambe, a contatto con la vagina che al momento è praticamente scoperta. Quindi, inizia a muoversi ritmicamente strusciando le sue grandi labbra ed il clitoride sulla mia verga pulsante.
“E se ci vede?” dice con un filo di voce.
“Si farà una sega anche lui!” le rispondo.
Qualche decina di secondi e decido di approfittare di quell’anfratto caldo ed accogliente e la penetro con un movimento fluido. Fra mi favorisce inclinando il bacino in modo da assumere una posizione più comoda, ed inizia a muoversi ritmicamente.
Sarà l’eccitazione, sarà il fatto che mi è sembrato di vedere in casa una tenda muoversi ed aprirsi, vengo in pochi minuti. Francesca non è venuta, ma ha comunque gradito. Ho sentito ritmiche contrazioni e un piacevole fluido caldo che mi lambiva i testicoli.
Restiamo abbracciati qualche minuto in attesa che la mia erezione cessi, e poi con un gesto fluido esco dalla piscina, mi inginocchio e porgo la mano a Francesca.
Prendiamo due teli che erano appoggiati ad una scansia vicino alla piscina e ci asciughiamo al meglio.
Vado quindi a raccogliere i nostri vestiti e li porto a Francesca che si è intanto seduta su un lettino.
Le porgo maglietta e gonna che indossa dopo essersi sfilata la lingerie bagnata. Io infilo i pantaloni e mi sdraio sul lettino accanto al suo, le prendo la mano e la bacio.

Inizio ad adorare questa donna che riempie la mia vita di passione, sesso ed emozioni forti.

Dopo un po’ arriva il Professore con due persone di servizio in divisa al seguito, che spingono un carrello con bottiglie, piatti e vivande.
“Allora ho fatto preparare un tagliere di affettati, un po’ di pane fresco e del vino bianco ghiacciato. Che ne pensate?”
“Penso che sia un’ottima idea!” esclamo. Quella sveltina mi ha proprio messo appetito. Anche Francesca sembra gradire.

Ci sediamo all’ombra di un ombrellone ed approfitto per levare il calice alla salute del nostro ospite. “Brindo alla sua salute, a Francesca ed al suo prossimo lavoro!”.
Il professore ricambia levando il calice “Ed io brindo alla vostra salute. Spero di rivedervi presto qui. Anzi, vi avviso che sabato prossimo riceverò alcuni amici ed amiche per una festa in piscina all’insegna della massima libertà. Spero vogliate essere miei ospiti. Vi prego di accettare, non sopporto l’idea di un vostro rifiuto” mentre mi guarda con occhio ammiccante.
“Non so, professore, vedremo.” risponde Francesca.
“Mi scusi professore” mi intrometto “ma cosa intende per massima libertà?”
“Beh, quello che avete fatto voi poco fa è ciò che io intendo per massima libertà… e spero che gli altri ospiti siano liberi almeno quanto voi…”

Cap. 8 – Il massaggio di coppia

Ormai da parecchie settimane, Francesca ed io siamo “coppia” nel senso che usciamo, ci vediamo, incontriamo gente. Siamo andati a fare un weekend in barca, una bella uscita di un paio di giorni auspice un tempo un po’ anormale per ottobre con temperature veramente primaverili, aria tiepida e sole che scalda al punto tale da mettersi in costume.

Ho invitato il mio avvocato, Fabrizio Steffani, e la sua socia/assistente, Laura, da poco assurta al ruolo di amante/compagna dopo la dolorosa perdita di sua moglie subita cinque anni prima.
Lo capisco, pover’uomo.
A cinquantacinque anni, dopo trent’anni di vita coniugale piatta ma serena, perdere tua moglie per un banale incidente domestico è un brutto colpo. La moglie, di dieci anni più giovane, stava facendo la doccia e rimase folgorata dallo scaldabagno elettrico che era andato in corto e che, montato male, non aveva fatto scattare il differenziale. Una morte orrenda.

Era ad un convegno di divorzisti cattolici, tutti gli avvocati rotali di Roma, a discutere del nuovo ordinamento dei procedimenti di fronte alla Sacra Rota, quando venne chiamato fuori dalla sala mentre era il relatore per conoscere la triste notizia. Per fortuna, io assieme agli altri amici ci impegnammo molto per aiutarlo psicologicamente. Lo sostenemmo cercando di coinvolgerlo nelle nostre attività extra lavoro e gli presentammo Laura, una giovane avvocato trentacinquenne figlia di un cassazionista dell’Ordine di Roma, dalle cui oppressive paterne attenzioni voleva sfuggire.

Comunque, questa bella e brava ragazza si è innamorata di questo uomo dolce e sensibile, e gli è stata accanto sia lavorativamente che affettivamente fino a che non si è lei stessa dichiarata facendosi trovare, un giorno, nuda sulla sua scrivania…
E da quel giorno il mio caro Fabrizio è come rinato, dopo cinque anni di lutto nel cuore e nel corpo.
E così abbiamo deciso di fare questa uscita con le nostre nuove compagne.

Francesca e Laura si sono trovate subito in sintonia, dedicandosi a prendere il sole piacevolmente caldo a prua, alternandosi nel preparare da bere e portarcelo mentre Fabrizio ed io condividevamo il pozzetto e ci alternavamo al timone raccontandoci piccoli e piccanti aneddoti sulle nostre nuove compagne.
Ad un certo punto, arrivati all’altezza di Ansedonia, decidiamo di ancorarci a qualche decina di metri dalla Formica di Burano, uno scoglione a poco più di tre miglia dalla costa.
Fabrizio ed io mettiamo giù il filaccione con qualche pezzo di esca e aspettiamo sorseggiando un goccio di bianco fresco, ma non facciamo in tempo a vuotare i bicchieri che subito due forti toccate fanno oscillare il filo e poi lo mettono subito in tensione. Molliamo i bicchieri e ritiriamo la lenza per accorgerci, con somma gioia e sorpresa, di aver catturato un bel sarago da una trentina di centimetri abbondanti, poco meno di un chilo.
Evviva, la cena di pesce è assicurata!

“Ragazze, voi che sapete maneggiare bene il pesce, lo pulite voi?” chiedo con voce ironica ridacchiando.
“Ma certo, ci pensiamo noi al vostro pesce! Vedrete come sarete contenti” risponde ridacchiando Francesca, subito spalleggiata da Laura.
“Si certo, ci pensiamo noi al vostro pesce! Ne sarete soddisfatti!” aggiunge l’amica anche lei ridacchiando.

Si alzano dal materassino e noto che sono senza reggiseno, entrambe solo con lo slip del costume.
Francesca indossa una brasiliana con i fianchetti, Laura un perizoma con i laccetti.
Si avvolgono con il pareo e vengono a vedere il pesce appena preso.

“È un bel pesce. Bello grosso. Come piace a me” esordisce Laura, passandosi platealmente la lingua sulle labbra.
“A me quelli troppo grossi non piacciono. Faccio fatica a maneggiarli” risponde per le rime Francesca. “E poi, di solito quelli troppo grossi hanno poco sapore, sono coriacei e brutali! Invece quelli più piccoli sono molto più delicati!” conclude con un sorriso sornione.
Devo dire che il dialogo sarebbe sembrato surreale se non fosse stato che Fabrizio, mio ex compagno di classe, di calcetto e di palestra, è notoriamente superdotato anche rispetto a me che, con i miei quasi 18 centimetri, ma soprattutto con gli oltre 12 da moscio, faccio la mia porca figura.

E so per sua stessa ammissione che la sua precedente moglie, pur gradendo il sesso, non riusciva a godere né a portare a termine un rapporto sessuale soddisfacente per via delle dimensioni quasi asinine. E questa era stata peraltro una delle cause per la quale non avevano avuto (o voluto) figli.
A quanto pare, invece, Laura era di …più ampie vedute ed apprezzava l’anatomia del suo partner.

Ad ottobre, nonostante l’ora legale, alle cinque del pomeriggio il sole inizia ad esser basso sull’orizzonte e scalda molto di meno. In barca, complice l’umidità, le temperature sembrano minori e bisogna coprirsi un po’.
Il vento è cambiato contro le previsioni, ha girato a maestrale ed il riparo dell’Argentario è troppo lontano per attenuare vento e onde, e decidiamo di salpare in direzione di Cala Galera, a sole 5 miglia di distanza.

Attacco il motore e a 4 nodi per evitare di sbattere troppo l’onda, ci vuole un’oretta circa e nel frattempo contatto la marina per chiedere se c’è un posto in banchina. Sono fortunato, c’è un posto proprio di fronte al molo carburanti, manovra facile e ormeggio all’inglese, di fianco.
Decidiamo di scendere a terra, sgranchirci un po’ le gambe e andiamo in capitaneria a regolare i documenti.
Le ragazze si sono cambiate e si sono fermate al bar del ristorante sotto la torre della Direzione a prendere un aperitivo e stanno amabilmente conversando.

Le raggiungiamo e decidiamo sul proseguo della serata. Possiamo scegliere di mangiare a bordo, cucinando un po’ di pasta ed il sarago già sfilettato, oppure di fermarci al ristorante. “È buio, siamo già seduti, fermiamoci qui” dicono in coro le ragazze, contente di poter evitare un turno in cambusa.

Ci convinciamo facile, e chiamiamo il cameriere per la comanda.
Ordiniamo da mangiare e da bere, poco, giusto per placare la fame.
Alle nove e mezza siamo in barca. Abbiamo bevuto il giusto, siamo allegramente sobri, o sobriamente allegri.

Nel pozzetto fa freddo, non si può stare fuori. Scendiamo sotto coperta, accendo un po’ la stufa per stemperare l’aria, visto che abbiamo lasciato i boccaporti aperti. Le ragazze approfittano per andare alla toilette mentre tiro fuori una bottiglia di sambuca ed una di buon whiskey per Fabrizio. Io ho già esagerato col vino, oggi, e non posso permettermi altro alcol.
Dopo qualche minuto l’aria si è riscaldata al punto tale che decido di andarmi a cambiare e togliermi i pantaloni lunghi per un più pratico pantaloncino corto portato, more solito, senza biancheria. Anche Fabrizio è della stessa idea, anche lui si trova a suo agio senza mutande sotto al pantalone corto da barca.
Le ragazze escono dalla cabina di prua in cui si erano chiuse, entrambe in felpone e pantaloncino corto da yoga; devo dire che fanno entrambe una splendida figura inguainate in quei capi così attillati.

“Paolo, Laura mi ha detto che lei e Fabrizio sono andati a fare un corso di massaggio orientale assieme quest’inverno” esordisce Francesca. “Laura dice che è una cosa fantastica essere massaggiati in coppia, e questi massaggi aiutano molto il rilassamento perché producono molte endorfine, le stesse sostanze che produciamo con l’orgasmo!”, continua.
“E poi, aiutano molto a sviluppare una forte intesa sessuale” interviene Laura. “All’inizio ti senti a disagio perché il massaggio viene fatto sul corpo nudo, e se non sei abituato puoi provare vergogna o eccessivo pudore. Poi ti rilassi, ti abitui e ti rendi conto che è una cosa assolutamente naturale. E soprattutto, il farlo accanto alla persona che ami stimola appunto la consapevolezza del proprio corpo e dei propri sentimenti.”

Fabrizio annuisce, leggermente in difficoltà.
“Non me ne avevi mai parlato, prima.” gli dico.
“È vero, ma non sapendo come l’avresti presa, ho pensato di evitare” risponde.
“E per quale motivo me la sarei dovuta prendere?”
“È che eri appena…fidanzato…Serve un po’ di intesa perché la cosa funzioni. Non puoi farlo con una persona che conosci poco e con la quale non hai la totale intimità. E non parlo solo di sesso, ma di tutti gli aspetti di vita assieme che si verificano quando due persone vivono la stessa quotidianità” disse allargando le braccia. “Però se pensi di essere pronto, Laura ed io potremmo provare a farvi conoscere queste tecniche.”
Guardo Francesca con fare interrogativo e la vedo interessata. Annuisce e si mette con le gambe raccolte sotto ed un cuscino tra le braccia. Ha voglia di coccole ed il suo corpo parla chiaro.
“Devo però chiarire alcune cose, prima.” dice Fabrizio, mentre Laura annuisce.
“Vai avanti. Facci capire meglio.”, dico.
“È semplice. Il massaggio orientale che vi faremo provare, se vorrete, si chiama tantrico. Il tantra è una filosofia di vita …”
“Si, che permette di fare sesso per ore!” taglio corto io.
“No. O meglio, anche. Ma non è così. Il tantra aiuta a raggiungere la piena consapevolezza del proprio corpo e del proprio sentire. Fatto in coppia, permette di elevarsi a livelli di unione spirituale molto alti, che si ripercuotono beneficamente anche sulla pratica sessuale. E non è necessario fare sesso, anzi, molti preferiscono non arrivare all’orgasmo per non rovinare l’armonia raggiunta. Altri invece usano il tantra per curare problemi di coppia, spesso di comunicazione o di mancanza di fiducia. Il fatto che massaggiatore e massaggiato siano entrambi nudi, implica un certo livello di fiducia e comprensione, quando anche il tuo o la tua partner viene massaggiato con te. Chiaro?”
“Aspetta: mi stai dicendo che non solo siamo nudi noi, ma pure voi?”
“Si, ovvio” interviene Laura. “E inoltre l’uomo massaggia la donna e la donna massaggia l’uomo” continua.
“Ma cosa succede se… ad esempio, io ho un erezione?” chiedo.
“Nulla, è assolutamente normale, sarebbe anormale il contrario. Il massaggio tende a risvegliare le energie sopite ed a farle emergere. Poi vengono canalizzate da un chakra all’altro fino all’ultimo chakra, detto corona, che sta sulla testa”
“Insomma, si mettono in connessione le due teste” ironizzo ridacchiando.
“In un certo senso si, non hai detto una stupidaggine” afferma Fabrizio.
“E che succede se ho voglia di fare l’amore?”
“Dovete avere voglia di fare l’amore, è naturale che l’abbiate. Lo scopo alla fine è quello. Fare bene all’amore.” dice Laura.
“E voi? Non avrete voglia anche voi?” chiede Francesca.
“Certamente. A quel punto, ci separeremo ritirandoci nell’altra cabina, oppure lo faremo assieme a voi, se vorrete e se non sarete a disagio. Non ci devono essere forzature. Tutto deve essere naturale, spontaneo. Sono gesti d’amore, sia fra di noi che fra di voi, che tra noi e voi. Solo Amore. Il sesso viene dopo, vedrete.” conclude Laura. È lei la teorica, a quanto pare.

Guardo Francesca perplesso. Non so cosa ne pensa. Non è mai capitato di parlarne, è una donna libera, ma non libertina e non so come possa prendere questa situazione.

“Che ne pensi?” le chiedo.
“Penso che … se sei d’accordo, possiamo provare. Io non credo che qualcuno possa stuprarmi qui, stasera. E se dovessi essere infastidita o bloccata, possiamo sempre lasciar perdere ed interrompere, no?” mi risponde.
“Ma certamente!” rispondono all’unisono Laura e Fabrizio.
“Va bene, ma come ci organizziamo? Cosa dobbiamo fare? Come ci dobbiamo mettere?”.
“Direi che è meglio usare la vostra cabina, è un po’ più spaziosa e mi pare un po’ più calda.” dice Fabrizio.
“Si, e poi c’è il bagno in camera, il che fa sempre comodo” continua Laura.
“Per cominciare, ci spogliamo completamente ognuno in cabina sua. Voi maschi vi mettete questi attorno alla vita” dice Laura mostrando due foulard di cotonina leggera a stampa batik “e noi ci mettiamo gli stessi annodati attorno al collo e ci troviamo in cabina quando siete pronti. Ok?” conclude.

Guardo Francesca e lei assente con un cenno del capo. I suoi occhi mostrano curiosità mista a perplessità.
“Fra, se non vuoi, non ne facciamo nulla. Sono certo che Laura e Fabrizio capiranno!” le dico prendendole le mani tra le mie e guardandola in quegli occhi.
“No. Voglio provare. Sono curiosa. E poi sono certa che ci piacerà…” ammicca, mentre si liscia il labbro con un dito.

Ci spogliamo. Io sono pronto immediatamente. L’idea di fare un qualcosa di potenzialmente piccante mi stimola e mi rende barzotto sotto il pareo che mostra tutta il mio rigonfiamento. Anche Francesca è pronta in un minuto. Si sfila la felpa, si toglie i pantaloncini ed è pronta a richiudere il suo pareo al collo.
Un minuto e sentiamo bussare alla porta.
“Siete pronti?”
“Si, entrate!”
Laura e Fabrizio sono nella stessa nostra tenuta. Laura è un po’ più robusta di Francesca di seno, ma è appena più magra di fianchi. I quindici anni di età di differenza si vedono solo dai fianchi: quelli di Fra hanno portato due gravidanze, anche se non si direbbe se non per il piccolo taglio del parto cesareo.

Fabrizio si è ripreso dal periodo di sconforto e si vede. È in splendida forma, ha ancora la tartaruga sull’addome e noto che lui è completamente depilato. Non ha un pelo né sul petto, né sulla pancia, né sulla schiena. O sulle gambe. In compenso ha alcuni tatuaggi con simboli orientali che non gli avevo mai visto prima.

Portano una bottiglietta d’olio, alcune strisce di stoffa ed un piccolo supporto sotto al quale mettono una piccola candela che riscalda una ciotola piena d’olio. Accendono inoltre un paio di candele da massaggio che diffondono un profumo speziato nell’aria.
Terminati questi preparativi, Fabrizio mi chiede di collegare il suo cellulare all’altoparlante di cabina per mettere della musica.
Note orientali, suoni di tamburi e di cimbali si innalzano nell’aria contribuendo a riscaldare l’atmosfera.
Spengo la luce centrale e lascio acceso solo un lumino schermato con un pezzo di stoffa rossa, che diffonde una luce calda e sensuale.

Laura ci fa porre uno di fronte all’altro in ginocchio e chiede di seguire e ripetere i movimenti che fanno loro.
Da inginocchiati, giungiamo le mani al petto e ci inchiniamo verso il partner. Dopo di che, ripetiamo un mantra di rispetto e di amore mentre tocchiamo il pube, la pancia, lo stomaco, il cuore, la gola, la fronte e la cima della testa. “I sette chakra.”, afferma Laura.

“Ora ci possiamo togliere i pareo” ci dice Laura che fa da sacerdotessa per questo strano rito. Restiamo nudi l’uno di fronte all’altro. Fabrizio è decisamente …grande ed attira l’attenzione di Francesca, che lo guarda sgranando gli occhi “Avevi detto che era… grosso, ma non immaginavo così!” rivolta a Laura che sorride sorniona.

Ora ci abbracciamo da dietro. Inizio con Fra che è in ginocchio sulle cosce mentre le accarezzo il seno da dietro. Il mio membro inizia a gonfiarsi un po’ ed a premere sulla sua schiena. La carezzo dalla testa al ventre mentre le soffio lievemente nelle orecchie. Le piace, i capezzoli sono reattivi e la temperatura del collo è aumentata.

Anche Laura e Fabrizio si scambiano le stesse effusioni, la loro intesa è perfetta e lei si inarca spostando il sedere verso il membro del suo partner che è già in stato di semi erezione…. E si vede!
Dopo una decina di minuti di questi esercizi di “riscaldamento”, la temperatura nella cabina è già alta, tanto da aprire la porta per far entrare un po’ d’aria fresca. Ma non è solo la temperatura dell’aria…anche i nostri corpi iniziano a scaldarsi ed i nostri cuori a pompare più forte sangue ed adrenalina.
Laura ci chiede di stenderci a pancia in giù, fianco a fianco. Prendo la mano di Francesca e gliela stringo dolcemente. Lei ricambia la stretta, un tacito segno di intesa “È tutto ok!”.
Fabrizio si inginocchia tra le gambe divaricate di Francesca ed altrettanto fa Laura tra le mie.
Il pisello mi dà fastidio sotto alla pancia per cui chiedo se posso metterlo in mezzo alle gambe “Devi fare quel che senti di fare. Devi stare comodo e rilassato”. Anche Francesca chiede se può alzare un po’ il bacino con un cuscino per alleggerire il peso sul seno. “Ma certo, fai pure” dice Fabrizio. Noto che il suo sguardo è caduto sulle grandi labbra di Francesca, che sembrano inturgidite e più grandi del solito.
La cosa mi genera un’ulteriore pulsione tanto che inizio a sentire il mio pisello che si gonfia un bel po’.

Laura e Fabrizio iniziano a massaggiare i nostri corpi con olio caldo, partendo dai piedi e risalendo per le gambe e poi per le cosce, una volta all’esterno, l’altra all’interno; quando tocca all’interno, Laura porta la mano fino al cavo inguinale strusciando ogni volta contro il mio membro che è sempre più gonfio. Non bastasse, conclude il percorso massaggiando i glutei per poi ridiscendere all’interno del solco titillando l’ano e lo scroto.
Analogamente fa Fabrizio con Francesca. Le sue mani si muovono senza indugio dentro e fuori, passando per la fessura della vulva e generando in lei piccole contrazioni e lievi mormorii di piacere.
Dopo un po’, Laura si stende su di me ed inizia a massaggiare la mia schiena con il suo seno e le cosce con la sua vagina, che sembra gonfia ed umida.
Lo fa anche Fabrizio, ma questa volta Francesca fa il gesto di allontanarsi dal suo membro che nel frattempo è in crescente erezione.
“Fabrizio, mi fai male con il braccio sulla schiena, puoi spostarlo?” chiede.
“Ma se ti sto tenendo i polsi in alto, come faccio a toccarti la schiena con il braccio?”
“Ma se non è il braccio, che cos’è?” “MA NOOO… È ENORME!!!” dice Francesca con uno strilletto, provocando l’ilarità di tutti…
“Shhh, concentratevi sul vostro respiro” ci richiama all’ordine Laura.

Dopo un po’ ci fa girare. Io sono in piena erezione, la cappella è completamente scoperta e luccicante di gocce di liquido seminale.
Francesca ha i capezzoli dritti ed il monte di Venere è più gonfio e proteso verso l’alto. Fabrizio non è ancora del tutto eretto ma pur in queste condizioni è già ben più grosso di me. Anche Laura ha i capezzoli eretti, ma non sembra farvi caso.
Inizia la fase del massaggio frontale. Faccio fatica a mantenere il controllo del mio piacere ed inizio a contrarre il pisello verso la pancia.

Laura esclama “Francesca guarda come faccio” e prende il mio membro tra pollice ed indice della mano destra, premendo contemporaneamente i lati e la faccia esterna sotto il frenulo con il pollice della mano sinistra.
“In questo modo rallento le contrazioni e gli impedisco di ejaculare. Tu dovrai fare lo stesso con i muscoli della tua vagina e ora Fabrizio ti mostrerà come”.
Nel frattempo, il mio amico le infila due dita dentro la vulva e le dice “Ora stringi! Bene. Ora rilascia. Bene. Respiro… trattieni, stringi, rilascia, espira. Ecco, ripetiamo.” mentre gira le due dita a faccia in su.
“Ora dovrai fare lo stesso esercizio mentre ti spingo sul punto G, così” e nel frattempo le spinge il bottone magico che la fa letteralmente saltare e serrare le gambe.
“No, Francesca. Mi devi lasciar fare. Devi prendere confidenza con il tuo punto G. Lascia che ti guidi e che ti aiuti.” mentre con l’altra mano le accarezza dolcemente il pube.

Le mie contrazioni sono aumentate di parecchio, ho voglia di masturbarmi o di scopare…
“No Paolo, devi resistere. Aspetta, proviamo in un altro modo. Francesca, mi permetti di fare un esercizio con il pisello di Paolo?” e Francesca, frastornata e impegnata a capire come resistere alle ondate di piacere, annuisce distrattamente.
“Ecco! Così” e si inginocchia prendendo tutto il mio membro palpitante in bocca fino in gola. Ad ogni mia contrazione risponde una altrettanto energica contrazione della glottide, come se dovesse ingoiarne ancora. E piano piano recupero il controllo e smetto di essere sul punto di venire.
Si toglie il mio pisello dalla gola, si pulisce la bocca e ci dice: “Avrei potuto farlo con la vagina o con il sedere, ma ho paura di farti male con le contrazioni!” con la massima naturalezza di chi ha appena fatto una manovra atletica anziché aver ingoiato un pisello di quasi venti centimetri fino alle palle…
Il massaggio continua, ed ogni volta che mi avvicino all’orgasmo, Laura mi blocca in qualche modo, una volta con le mani, una volta con la bocca, una volta con le labbra della vagina, e mi riporta indietro nella rampa del piacere.

Anche Francesca ha instaurato la sua personale battaglia, ma ora Fabrizio le sta massaggiando il clitoride mentre le infila due dita dentro e fuori. Poi risale verso il seno, le titilla i capezzoli e poi riscende. Ogni tanto il suo pollice entra dentro il suo sfintere provocandole botte di piacere e mugolii di soddisfazione.
Laura da par suo ha iniziato il massaggio con la vagina. Mi struscia le sue piccole labbra umide per il corpo, ma soprattutto sul pisello. Sembra come se mi stesse facendo una sega, ma le mani sono lì sul petto e sullo stomaco.
Ad un certo punto, mi dice ad un orecchio “Rilassati”.
Si sposta indietro e mi ficca un dito nel culo muovendolo avanti ed indietro. Nel frattempo, inizia a leccarmi l’asta da cima a fondo mentre l’altra mano mi masturba lentamente. All’inizio provo un po’ di fastidio, ma poi accade una cosa stranissima: inizio a provare un piacere intenso mai sentito prima. È diverso da qualsiasi orgasmo abbia mai provato, più profondo, meno scontato. Mi pare di stare per venire, ma dopo due secondi riscendo nella valle del piacere per risalire dopo poco al parossismo e poi riscendere. Sono sulle montagne russe!

Francesca nel frattempo sta ansimando vistosamente.
Fabrizio sta strusciando la sua enorme cappella, grossa quasi quanto un pugno di Laura, tra le piccole labbra, indugiando un po’ sull’entrata del canale vaginale. A quel punto Francesca si tira un po’ in avanti come per accoglierlo, ma lui si risposta indietro. È entrata giusto la punta della cappella per un dito o giù di lì, ma viene prontamente spostata e poi puntata sul buco successivo. Lì Fabrizio dà una piccola spinta, giusto per allargare un po’ lo sfintere, ma senza entrare. Poi rimette dentro il pollice come fosse un plug.
Francesca inizia a sentire forte le morse del piacere.

“Ora tocca a voi. Fate quel che volete, ma cercate di raggiungere l’orgasmo assieme” ci dice Laura. Si toglie e guida Francesca su di me. Poi, prende il mio membro, lo bagna con un po’ d’olio caldo, con lo stesso olio lubrifica la vagina di Francesca dentro e fuori e poi mi guida dentro di lei. Inizio a fare dentro e fuori, non capisco nulla, vedo con la coda dell’occhio Laura che prende in bocca la punta della cappella di Fabrizio, la bagna per bene e poi si impala senza colpo ferire sul quel bastone veramente lungo ma sproporzionatamente più grande di diametro. Inizio a sentirmi vicino, Francesca sbatte e si fa sbattere, siamo quasi all’apice quando Laura ci dice “Fermi! Francesca, prendilo di dietro” e nel dire ciò, prende un po’ d’olio e le unge abbondantemente lo sfintere stranamente rilassato tanto da entrare con tre dita.

Poi mi prende, e mi guida pulsante dentro il suo buchetto. È molto meno accogliente della vagina, lo sento come se fosse un guanto stretto.
“Francesca, quando Paolo sta per venire, strizza lo sfintere più che puoi!” le dice.
E questo è ciò che fa almeno altre tre volte nei successivi minuti.
Ho perso completamente la concezione del tempo. Mi rendo conto da una rapida occhiata all’orologio nautico che sono passate quasi tre ore. Sono quasi tre ore che ho un’erezione continua, ed almeno un’ora che sto scopando Francesca nel culo. Incredibile.

Laura a questo punto ha deciso di prendersi tutto. Fabrizio è steso a pancia in su, i piedi verso la porta e la testa verso la paratia, nel punto più alto della cabina. Laura si stende sopra di lui e si fa infilzare il culo con quel paletto grosso quasi quanto il tangone dello spinnaker…
“Francesca”, le dice, “ora mi devi fare un regalo. Voglio che Paolo mi scopi davanti mentre Fabrizio mi sta di dietro. E voglio che sia tu a guidare il suo membro dentro di me. Me lo concedi?”
Rimango basito. Anche Francesca si blocca. Poi, con la massima naturalezza, risponde “Si. Però poi tocca a me.”
Dire che sono scioccato è dire poco.
Fabrizio mi guarda e mi dice “Devi volerlo. Anzi, dovete essere voi a volerlo. Se non siete d’accordo, finisce qui. Senza problemi. E ognuno gioca con la propria donna e decide come, dove e quando venire. Ma dovete decidere voi. Anzi, Francesca, sei tu quella più … esposta, consentimi. Sei sicura di quel che vuoi?” guardandola con la massima sincerità e franchezza”.
Francesca tace per qualche secondo e poi dice “Si, lo voglio. Ho sempre sognato una doppia penetrazione!” mi dice con sguardo quasi implorante.
“E sia!” rispondo.

Mi appropinquo verso Laura, Francesca prende il mio pene, lo succhia e lo bagna per bene. Ora è lei che mette due dita nella vagina di Laura e la bagna con un po’ di saliva. Poi lo prende e lo guida, aiutandomi a mantenere l’allineamento…
Inizio a spingere, sento qualcosa di duro sotto la mia cappella: è il membro enorme di Fabrizio che è separato dal mio da un sottilissimo diaframma di tessuto connettivo. Laura ansima, inizia a tremare. Dopo qualche decina di colpi, alternati a quelli di Fabrizio, sento un potente getto di liquido caldo che mi inonda la base del pisello mentre la cappella è quasi stritolata da potenti convulsioni. “Ancora, ancora, spingete di più!” quasi urla. Un’altra decina di spinte mie e di Fabrizio, e un altro potente getto mi investe. Francesca nel frattempo mi sta facendo un rimming e alterna lingua e dito dentro il mio sfintere. Sto per venire, lo annuncio ma in quel momento Laura urla “NO!” e quasi mi stritola la cappella. Un altro piccolo getto, e ansimando mi dice: “Ora tocca a Francesca. Verrete entrambi con lei e per lei”.
Tiriamo il fiato un momento, anche Fabrizio è affannato, lo sforzo di muoversi con il peso di Laura non è piccolo.
Ora Fabrizio ci chiede: “Francesca, come vedi sono piuttosto grosso. Io ti consiglio davanti, e lascia che sia Paolo ad infilarti di dietro. Altrimenti ti faresti male…”

Francesca sembra drogata, quasi inebetita guarda il cazzo mostruoso di Fabrizio e sussurra “di dietro no, di dietro no…”. Poi si scrolla e si mette in ginocchio tra le gambe di Fabrizio, prende la sua enorme mazza e la mette in bocca per quel che può. Arriva al massimo a metà cappella, poi decide di bagnarlo con la lingua. Interviene Laura a supporto che l’aiuta nella salivazione accompagnando le leccate dal lato opposto.
Poi, mentre Francesca si fa vicino per salire sul pisello di Fabrizio, le ficca la lingua tra le gambe e la lecca appassionatamente. “Ora tocca a te, dai!” le sussurra. Francesca si arrampica letteralmente sul membro di Fabrizio e lentamente se lo appoggia alla vagina. È enorme, quasi il doppio del mio. Forse è veramente troppo.
“Fra, non farti male, lascia perdere. Chiudiamo qui!” le sussurro.
“No, lo voglio. E quando mai mi ricapita un’occasione del genere? E poi, se è uscita la testa di un bambino, entrerà pure quella testa di cazzo!” e sbottiamo a ridere per la battuta.
È visibilmente in sofferenza.
Laura, da vera sacerdotessa di questo rito pagano del dio Shiva, si adopra massaggiandole il clitoride ed inserendole un paio di dita di dietro per stimolare piacere e dilatazione. Alterna dita e lingua, davanti e dietro, fino a che prima la cappella e poi metà dell’asta sparisce dentro. Francesca sbuffa, si appoggia con il petto sul viso di Fabrizio e con la mano alla paratia per mantenere l’equilibrio. Laura mi prende, mi succhia la cappella e l’asta, se lo ficca fino alle palle in gola stimolando un paio di conati, poi lo tira fuori e mi finisce di lubrificare con le secrezioni mucose dello stomaco.
Sono pronto ad infilare Francesca. Laura mi guida la cappella dentro allo sfintere, piano piano, poi mi dà un colpetto sui reni per farmi inarcare e completare la penetrazione.
Francesca sembra soffrire. “Fra’, interrompiamo, ti fa male?”
“Zitto e muoviti. MUOVITI! MUOVETEVI! MI VOLETE SCOPARE??? CAZZO, FATEMI GODERE!!!” urlando di piacere.
Io sono lontano, però. È una cosa innaturale, sono ancora duro ma sono indietro.
Sto per dire di smettere quando sento Laura che mi infila la lingua nel culo, bagnandomelo abbondantemente. E dopo la lingua, sento che mi inserisce un qualcosa come una grossa supposta che inizia a vibrare.
Immediatamente mi giro per vedere che cosa sta succedendo ma nel contempo dò una bella spinta al culo di Francesca “SI!!! ANCORA!”. Inizio a pompare più forte, sempre alternandomi con Fabrizio.
Quell’affare è sempre nel mio culo, mi dà fastidio ma nel contempo mi piace. Mi stimola un sacco. Ogni volta che Laura me lo infila dentro, io dò una spinta nel culo di Francesca e lei urla di piacere.
Sto per venire. Oramai sento i segnali sempre più forti.
“Vengo!!!” urlo.
Immediatamente mi sfilo fuori, Fabrizio si libera di Francesca ed iniziamo ad eiaculare sulla pancia delle nostre donne.
Schizzi fortissimi colpiscono Francesca sulle labbra, sul seno, e poi ancora sul seno di Laura, sembro una pistola ad acqua, un super liquidator bello carico.
Ma è niente in confronto a Fabrizio. Lui sembra un estintore, per quanto è grossa la sua verga ed intensa la sua venuta.
Copre letteralmente il seno di Laura, poi la pancia, poi ancora uno schizzo colpisce il viso di Francesca. È … pazzesco.

E poi, subito dopo, uno schizzo quasi interminabile di Francesca che traccia un arco di almeno mezzo metro. Anche lei è esagerata. Ma le sorprese non sono finite. Laura infila due dita nella fica di Francesca e continua a stimolarle il punto G e in pochi secondi la fa eiaculare ancora. Ma dove stava tutto quel liquido? Sembra che a terra si sia rovesciata una bottiglia sana d’acqua per quanto ce ne è.
Ci stendiamo sfiniti l’uno accanto all’altro. Io accarezzo Francesca, Fabrizio coccola Laura.
Riprendiamo il fiato e “Pazzesco!” abbiamo esclamato all’unisono Francesca ed io.
“È stato… devastante!” dice Francesca. “Non avevo mai goduto così. E sinceramente, credevo che non sarei mai riuscita a prendere quel coso lì” indicando il membro di Fabrizio, ancora bello barzotto.
“Laura, ma come fai? Non ti fa male? Non hai prolassi dello sfintere?”
“Francesca, è solo questione di tecnica. E no, è più di un anno che frequento Fabrizio e che me lo godo nella sua totalità. Forse mi ci sarò pure abituata, visto che non mi basta mai!” e ci fa l’occhietto.
“Fra, ti ho fatto male?” le chiedo.
“Ma magari mi facessi male così sempre…” risponde sorniona. “Non credo di aver avuto del sesso così… estremamente coinvolgente in vita mia. E sinceramente, di cazzi ne ho presi un bel po’ ma così, mai. Grazie Laura, grazie Fabrizio. È stata una grande lezione. Mi piacerebbe rifarlo… ma tra qualche settimana, eh! Prima mi devo riprendere, non nascondo che mi sento un po’… allargata e dolorante.”, conclude con un sorrisino.

Sono passate quasi quattro ore. Quasi quattro ore di sesso, per me di erezione quasi continua. Non credo di aver avuto un’erezione così lunga nemmeno con il Cialis o con il Viagra, quando potevo.
E se penso che è stato fatto solo con l’applicazione di tecniche di controllo degli sfinteri… rimango basito.

Francesca ed io ci facciamo una rapida doccia, giriamo il materasso e ci accoccoliamo l’uno tra le braccia dell’altro, finchè Morfeo non ci prende e ci porta via.
Domani è un altro giorno.

Cap. 9 – L’estetista

Avevo deciso di andare a farmi depilare l’inguine, cosa che faccio da moltissimo tempo, ma il recente incontro con Fabrizio e Laura mi aveva fatto solleticare l’idea di farmi togliere tutti i peli.
Alla fine, visto che il mio fisico, pur non essendo scultoreo, stava ancora bene, e vista la mia idiosincrasia verso i peli miei e degli altri, avevo deciso di ricorrere ad un’estetista per una depilazione totale, non limitata al solo inguine.
Contatto quindi tramite WhatsApp la mia estetista, Sara, in realtà estetista della mia ex-moglie e poi diventata anche la mia, per fissare un appuntamento.
Sara risponde dopo qualche minuto dicendomi che è presa per le prossime due settimane e che se ne parla a fine maggio, ma che è meglio se mi sbrigo se no rischio addirittura di arrivare a metà giugno.
Le scrivo che no, è troppo in là, e poi ho deciso di depilarmi anche il corpo.
“Ah, quindi mi servono quasi due ore, non solo una. Allora guarda, visto che sei tu, facciamo così. Il prossimo lunedì volevo andare fuori e non ho preso appuntamenti, ma se come sembra il tempo è brutto, ti faccio la cera. Ok?” mi scrive.
“Va bene. Ok per lunedì. Va bene alle 10:30?”
“Ok. Lunedi alle 10:30. Ciao. Ah, ti mando il nuovo indirizzo, ho cambiato sede, ma è vicinissimo a dove stavo prima. Ricordatelo.”
Sara è molto meticolosa, usa sia la cera tradizionale che la resina a seconda delle zone sui cui va a operare. Ad esempio sul pube va con la cera, ma sullo scroto e sui testicoli preferisce usare la resina.
Però ricordavo che mi aveva detto che aveva imparato la tecnica della pasta di zucchero e che voleva metterla in atto per fare esperienza. Le avevo proposto di farle da cavia, ma poi non se ne era fatto nulla.

Le riscrivo al volo “Ma poi hai imparato il sugaring?”
Dopo un po’, risponde “Si, ma me lo chiedono in pochi. Sai, costa un bel po’ di più e poi devo usare un barattolo entro la giornata se no quello che rimane va buttato perché è una pasta di zucchero e miele senza conservanti. Quindi, lo posso fare se ci sono almeno due persone in un giorno che me la chiedono”
Idea… mi ricordavo che Francesca mi aveva detto che sarebbe dovuta andare dalla estetista ma che la sua aveva avuto un incidente in motorino e si era rotta un dito e quindi non riusciva a lavorare.

“Fra, quando hai l’estetista? Hai preso poi l’appuntamento?” le scrivo su WA.
“No, non l’ho ancora preso, Giovanna (la sua estetista) non può e non mi va di andare da una che non conosco che magari mi fa vedere le pene dell’inferno. Poi lo sai, ho la pelle così delicata lì… “
“Saresti disponibile lunedì mattina? Ho la mia estetista che sarebbe libera, ci andiamo assieme. Ti va?”
“Lunedi mattina sono libera, ma fino alle 14; poi devo andare in casa famiglia”
“Ok, ti faccio sapere al volo”
“Sara, ho trovato la seconda persona per lunedì, così proviamo la pasta di zucchero.” scrivo all’estetista.
“Va bene. Ma se è un altro uomo non posso. Ci si mette un po’ di più e se devo fare anche lui integrale, non ce la faccio. A meno che tu non venga prima, alle 9:00”
“Ok, te lo dico tra un po’”
“Fra, ce la fai a stare a casa mia alle 8:20 di lunedì mattina? Poi ti spiego”
“È un po’ presto, facciamo alle 8:30 che sono più sicura. Ma perché, dove mi porti?”
“Dalla mia estetista che però sta all’Olgiata.”
“OLGIATA??? Un po’ più vicino no, eh?”
“…che ti devo dire?”
“Ma che c’ha di speciale, la tua?”
“Facciamo la cera con la pasta di zucchero, quella araba, conosci?”
“Mai fatta, ma me ne hanno parlato. Mi hanno detto che faccia molto meno male e che venga molto meglio senza stressare la pelle”
“Esatto. Essendo a base di zucchero, miele e limone, è del tutto naturale e poi si usa a temperatura ambiente o quasi.”
“Ma costa un sacco!”
“Non ti preoccupare, Sara è amica mia e mi conosce da una vita. E poi mi praticherà un prezzo speciale perché le facciamo da cavia o quasi. E comunque, ci penso io.”
“Vabbè vabbè. Poi vediamo, ok?”
“Si, va bene. Tanto ci vediamo più tardi…”

Arriva il lunedì e, come previsto, a Roma diluvia. Il traffico è impazzito, sono caduti alberi, allagate un sacco di strade e le buche sono diventate piscine. E infatti, alle 9:10 mi chiama Francesca “Paolo, sono ancora bloccata nel traffico. Sto ferma da venti minuti sotto al tunnel della Tiburtina sulla tangenziale. Mi sa che è tutto allagato.”
La capisco. Quel tunnel, come moltissime altre opere a Roma, entra in crisi ogni temporale perché le caditoie dell’acqua sono sempre attappate e si formano dei laghi veri e propri nei quali si piantano le macchine.
E quel giorno era successo proprio quello.

Per fortuna, dopo un po’ mi richiama Francesca “Ci siamo mossi, credo che alle 9:30 sono a casa tua”.
Avevo avvisato Sara del ritardo, e le avevo detto che, nel caso, avrei rinunciato alla mia depilazione integrale per dare un po’ del mio tempo a Francesca.
“Va bene Paolo. Comunque, vediamo come va. Magari possiamo fare tutto. Vi aspetto” e chiude la telefonata.
Francesca suona al citofono “Scendi? Andiamo con la mia, qui non c’è posto per parcheggiare” mi dice.
“Potresti parcheggiare nel mio box e andiamo con la mia”
“Troppo casino. Non avevi detto che eravamo in ritardo?”
Ora, non è che Francesca guidi male, tutt’altro. Solo che quando parla e c’è traffico – diciamo incasinato – e qualcuno le fa una prepotenza qualsiasi (e a Roma è certo come è certo che la Roma è maggica e Totti è il suo profeta) lei diventa una furia e inizia a dare di matto. E mi genera ansia, tanta ansia.
I tempi sono in effetti stretti e da Parioli all’Olgiata ci vogliono dai 30 ai 40 minuti almeno, se va bene; ma quel giorno l’anima di Cleopatra (la faraona che si dice si facesse depilare ogni giorno con la pasta di zucchero in ogni parte del corpo) vigilava su di noi e magicamente, arrivammo in soli 30 minuti esatti.

Citofono alla porta dello studio privato e Sara ci viene incontro.
“Tu devi essere Francesca, l’amica di Paolo. Mi ha detto di te. Complimenti, sei molto bella!” l’accoglie con un sorriso a trentadue denti.
Sara è vestita in tenuta da lavoro: un paio di leggins bianchi, una bralette bianca cortissima ed attillata dello stesso tessuto dei leggins sotto un camice corto al momento tenuto slacciato. Nessuna traccia di reggiseno, visto che i capezzoli erano evidentemente in mostra non nascosti dal tessuto traslucido.
Anche i leggins sembrava fossero indossati a pelle, come tradiva l’evidenziazione del camel-toe, ovvero il disegno delle grandi labbra e del solco separatorio.

Ci guida nella stanza dei trattamenti al cui centro era un mobile massiccio, misto tra una poltrona da ginecologo ed un lettino da massaggio. Difatti, aveva una parte reclinabile in avanti come lo schienale di una poltrona da dentista, ed una parte fissa a metà della quale si trovavano due supporti per le caviglie esattamente identici a quelli del ginecologo. A completare la “stranezza” c’era sul soffitto una lampada scialitica incassata al centro di una matrice di pannelli led che illuminavano a giorno la stanza eliminando quasi tutte le ombre. Una lente di ingrandimento con una corona di led quasi abbacinanti completava l’attrezzatura assieme ad una serie di carrelli e cassettiere destinati al materiale ed agli strumenti: decisamente più uno studio dentistico che un salone di estetica…
“Allora, Sara, come vogliamo fare? Preferisci fare prima me o prima Francesca?”
“Io preferirei Francesca perché so già come fare e come mettere le mani, visto che le prove le ho fatte sulle colleghe. Poi, dopo, faccio te. Sei d’accordo, Francesca?”
Francesca annuisce “Si certo, non c’è problema!”
“Allora cortesemente spogliati tutta ed infilati questa vestaglietta” le disse porgendole una vestaglietta in tyvek. “Se hai freddo me lo dici che alzo la temperatura del climatizzatore” e prendendo il telecomando, controlla che sia a 23 gradi. “Siamo a 23°C che è la temperatura giusta per intervenire su un corpo nudo. Ma se hai freddo alzo a 24° 25°, se vuoi.”
“No, al momento va benissimo così.” Risponde Francesca.
“Posso spogliarmi qui o hai uno spogliatoio?”
“Se vuoi, anche qui, ti porto un paio di ciabattine.”

Francesca si spoglia e rimane nuda in attesa delle ciabatte, poi si infila la vestaglietta e si distende sul lettino.

“A pancia in giù, per favore. Prima faccio gambe, cosce e glutei. E pure quel che c’è in mezzo (risatina!). Tanto mi pare che tu faccia la brasiliana, no?”
“In realtà no, tengo sempre una piccola striscia davanti, ma mi piacerebbe cambiare. Che mi consigli?”
“Non hai molti peli, non è che possiamo fare molto. Posso provare a cambiare un po’ ma lo vediamo quando siamo davanti. Qui, tanto, tolgo tutto, no?” puntando il dito contro lo sfintere ed il perineo.
“Si si, li si. Non voglio nulla. Mi dà fastidio” dice Fra.
“Uh come ti capisco, io pure esco matta se c’è un solo peletto. Poi i miei sono neri e quindi un po’ più ispidi e con i leggins ed i pantaloni stretti, lo sfregamento è insopportabile, almeno per me. A te no?” chiese Sara.
“Si. Soprattutto con il perizoma. Certi peletti piccoli piccoli mi infiammano da morire tutta la zona!”
“Fammi vedere bene” disse Sara, prendendo la scialitica per illuminare al massimo la zona, per poi passare alla lente di ingrandimento illuminante. “Francesca, hai un bel po’ di peli incarniti qui sotto. Te li tolgo, se vuoi”.
“Si grazie, mi fai un piacere da niente…” rispose.

Sara aprì un cassetto di una cassettiera in acciaio all’interno del quale c’erano almeno 30 pinzette di vari tipi, e ne prende una. Poi apre un altro cassetto pieno di specilli, ed ancora un altro con solo estrattori di punti neri e di cisti.

Poi con la mano guantata allarga le cosce di Francesca ed inizia a controllare con attenzione il tratto tra ano e vagina, stendendo la pelle con le dita mentre eliminava peli incarniti e doppi.

“Guarda qui!” ed inizia a tirare fuori una matassina di qualche millimetro di diametro piena di peli pubici sottili e lunghissimi… “Questo è una vita che sta lì…”
Francesca annuisce e risponde “Si’, ora capisco perché mi dava fastidio…”
“Beh, diciamo che chi ti ha fatto la ceretta non è che sia stata molto attenta…”
“Se ti dico che me la fa sul tavolo della sua cucina? Mi credi?” dice Francesca sorridendo “Però è sempre tanto buona e disponibile! E poi costa poco!” aggiunge.
“Allora capisco tutto… e non mi meraviglio di nulla!” risponde Sara, ironica.
Sara è una professionista che lavora come un chirurgo in una sala operatoria. Ho visto con i miei occhi mettere dentro l’autoclave per la sterilizzazione pinzette, specilli, forbicine, tronchesi…

Dato che ho tempo, do una sbirciata ai diplomi appesi al muro.
Tra un attestato di partecipazione e l’altro, oltre al diploma di estetista c’è, quasi nascosto, il diploma di laurea in scienze infermieristiche rilasciato alla dott. Sara Bernardi dal magnifico rettore della Sapienza, e accanto ad esso il diploma del “Master Universitario in Infermieristica Dermatologica clinica”.
Accidenti.

“Sara, ma tu sei laureata in scienze infermieristiche! E hai il master in dermatologia! Ma come mai fai l’estetista?”
“Perché mi piace. E vuoi mettere come ti senti mentre stai depilando la passera di una donna che uscirà da qui pronta per una bella botta di sesso, invece di dover togliere una padella o sfilare un catetere?”
In effetti, non fa una grinza.

“Ho notato che hai attrezzature e strumenti più da studio medico che da studio estetico. Come mai?”
“Ti rispondo con un’altra domanda, Paolo. Tu andresti sereno da un dentista che ti cura con gli stessi specilli con i quali ha pulito la carie del paziente precedente dopo averli sciacquati con l’acqua?”
“Beh no, che schifo!”
“Ecco, per me è lo stesso. Ora ti spiego anche una cosa. Io non ho bisogno di lavorare. Sono ricca di famiglia e ho deciso di investire un po’ di soldi nella mia attività. Ecco perché vedi cose che non vedrai mai se non in una clinica estetica seria. La passione per l’estetica l’avevo prima della laurea in infermieristica. Poi, una volta laureata, mi sono resa conto che mi piaceva di più fare l’estetista e ho deciso di seguire il corso.
La parte di esami di anatomia, fisiologia e patologie dermatologiche me l’hanno fatta saltare, perché con la laurea ed il master non avevo bisogno di studiarle, e ho speso tutto il tempo nell’imparare trucchi, massaggi, depilazioni, manicure, pedicure, tatuaggi temporanei… E poi, grazie ad alcune amicizie, ho seguito un sacco di corsi sui macchinari che vedi e anche su altri che non ho ma che mi interessava studiare.”

“Francesca, girati per favore. Ti faccio davanti”
Francesca aveva il pube un po’ disordinato rispetto ad un paio di mesi prima. La striscia era stata sostituita da peli che partivano dalla linea nigra per allargarsi verso le fosse iliache.
“Che vogliamo fare? Strip, triangolo, freccia, punto esclamativo? Però sotto puliamo tutto, eh?” le chiese.
“Posso dire la mia, Fra? A me piacerebbe a triangolo, piccolo però. Diciamo tre o quattro centimetri in alto e lungo fino a due centimetri dal clitoride. Che ne dici?” le propongo.

Nel frattempo Sara tira fuori una serie di maschere da applicare sul pube per delimitare l’area da depilare e le porge a Francesca perché scegliesse.

“Tu che ne pensi, Sara? Visto i pochi peli che ho e che andiamo verso l’estate, cosa mi consigli?”
“Sinceramente rimarrei sulla landing strip, al massimo. Ma per lo più direi di togliere tutto. Hai un bel pube. E se vuoi, dopo faccio un trattamento speciale rigenerante che te la fa tornare nuova…” e fa l’occhiolino.
“Dici? E va bene, riproviamo. Voglio seguire il tuo consiglio. Cos’è questo trattamento?” chiede Francesca.
“È come la pulizia del viso, ma fatta al pube ed alla zona genitale. I brasiliani la chiamano vajacial, un misto tra vagina e facial…”
“E vada per questo trattamento”.
“Ma Sara, abbiamo tempo per farlo? Francesca alle 14 deve essere a Roma!” chiedo.
“Penso di si. Mentre lei sta sotto bagno di vapore, io lavoro su te. In mezz’ora, quaranta minuti al massimo me la sbrigo. Però non integrale, facciamo solo pube, inguine, genitali e perianale, ok?”
“E va bene. Però prendiamo fin da ora appuntamento per il resto tra 30 giorni, va bene?” le dico accomodante.
“Si, certo, va bene!”
“Scusa Paolo, mi dispiace. Per fare me hai rinunciato tu!” disse Francesca.
“Ma no, tranquilla, mi fa piacere. E poi è interesse anche mio che tu sia ‘pulita’ lì sotto. L’altro ieri avevo la lingua che sembrava essere stata scartavetrata!”
“Deficiente! Cretino! Stupido” mi apostrofa Francesca, tra il serio ed il faceto, mentre Sara ed io ridacchiamo.
“Beh, però Paolo ha ragione, Francesca. Anch’io non sopporto leccare un pisello o una patata pieni di peli duri ed ispidi! Vuoi mettere?” interviene Sara mentre inizia ad eseguire i primi strappi con la pasta.
“Ti faccio male, Francesca? Senti dolore?”
“Assolutamente no. Non sento praticamente nulla, Sara. E poi devo dire che hai una mano fantastica”
“Sentirai dopo, che mano!” ammicca Sara facendomi l’occhiolino.
Sono perplesso. Non capisco che messaggio mi stia cercando di dare. Ho la sensazione di essere stato messo ai margini di un gioco…

Sara continua a lavorare con la pasta con rapidi e precisi movimenti della mano, prima la distende, poi con un colpo secco del polso la strappa a piccoli tratti di un paio di dita per volta. Lentamente ma inesorabilmente il pube di Francesca è sempre più pulito.
Ora inizia a lavorare la zona delle grandi labbra. Il tipo di pasta implica un contatto molto più intimo rispetto alla ceretta o alla resina. È come un massaggio continuo delle parti e Francesca sembra goderne appieno, tant’è che i suoi capezzoli sono eretti, il respiro è un po’ più corto ed un lieve turgore caratterizza le grandi labbra ed il clitoride.

“Ti dà fastidio, Francesca?” chiede Sara.
“Fastidio? Tutt’altro. È un qualcosa di totalmente diverso rispetto alle solite cerette. Ti dirò, è quasi piacevole!” risponde Francesca con un po’ di imbarazzo.
“Dai, che dopo facciamo un bel massaggio e passa tutto!”.
“Fra, ma se chiamassi e avvisassi che hai un problema per oggi?” le chiedo.
“Non so, tesoro. Ora sento com’è la situazione. Mi passi il telefono?” mi risponde.
Compone un numero e ascolto. Pare che non ci siano problemi, la collega della mattina non ha nulla da fare e può sostituirla anche fino al prossimo turno, per cui si può fare tutto senza fretta.

“E tu, Sara, hai problemi di appuntamenti?” le chiedo.
“No, nessun problema Paolo. Dimmi quali sono i nuovi programmi, allora.” risponde Sara.
“Francesca non ha più urgenza di rientrare, quindi puoi fare il trattamento completo a entrambi, se vuoi!” le dico.
“Va bene. Volete ricevere un massaggio dopo la depilazione? Per reidratare la pelle e lenire le eventuali infiammazioni?” ci chiede.
Guardo Francesca con fare interrogativo, e ricevo un cenno di assenso. “Perché no?” è la mia risposta.
“Ok. Allora avanti tutta”.

Approfitto del fatto che Francesca ne ha ancora per un po’ e mi metto a fare qualche telefonata di lavoro e a spostare una call che avevo fissato comunque per il tardo pomeriggio.
È una brutta giornata, là fuori, e qui da Sara si sta bene al riparo dalla furia degli elementi.
It’s raining cats and dogs” dicono gli inglesi quando viene giù che Dio la manda.
Vado a cercare un bagno, ho bisogno di fare pipì. Apro una porta a caso, macchinari.
La successiva, un laboratorio da onicotecnica.
La successiva ancora dà su uno stanzone grande, le pareti drappeggiate di stoffa chiara, un grande futon poggiato su un tatami a sua volta appoggiato sul parquet di iroko. Solo alcuni mobili essenziali, una scaffalatura con asciugamani e teli, un’altra scansia piena di oli e un gran numero di candele da massaggio sparse lungo il perimetro della stanza. Un armadietto chiuso a vetrinetta completa il tutto. Decisamente non è il bagno.
La porta accanto alla sala con il futon è quella del bagno.
Bagno… si fa per dire. In realtà è una stanza poco più piccola di quella da massaggi, al cui centro c’è un tavolo largo quanto un letto a due piazze, tutto in maiolica, circondato da pareti di cristallo e sormontato da più doccioni e soffioni da doccia. In fondo, nascosti dietro una parete, ci sono i servizi igienici.
Pazzesco. Non ero mai stato nel nuovo studio, è veramente fantastico. Ed è enorme. Ci sono locali dedicati a trattamenti con i macchinari, ed una sala dedicata alle lampade abbronzanti.
Saranno 500 metri quadrati, un’enormità. Però è bellissimo.
Rientro nella stanza dove sta Francesca. In quel momento è in posizione ginecologica, i piedi appoggiati sulle staffe del lettino, con un macchinario che spara vapore mentre Sara applica a mano una crema particolare, che poi ricopre con un panno caldo.

“Mi sono permesso di andare un momento al bagno e nel cercarlo ho fatto un giro. Premesso che il tuo centro è una piazza d’armi, ma a cosa serve quella struttura in bagno?” le chiedo.
“Bagno? Ah, no, non è il bagno. O meglio, ci sono i servizi, ma quella è la sala hammam. Il tavolo che hai visto serve a fare il savonnage o i fanghi. Ti piace?”
“Bello, ma non l’ho mai fatto. E tu Fra?” chiedo.
“No, nemmeno io. Ho fatto dei bendaggi ai fanghi una volta, ma era una cosa un po’ rimediata, con i teli di cellophane ed un generatore di vapore attaccato. Non credo sia lo stesso” risponde.
“Buona occasione per provarlo assieme, no?” interloquisce Sara. “Anzi, vi propongo una cosa. Visto che è quasi la mia inaugurazione, voi siete qui ed avete un po’ di tempo, facciamo un bel pacchetto completo. Ora finisco qui con Francesca, poi faccio te Paolo, poi facciamo un bel hammam e al termine un massaggio rilassante all’olio di argan. Va bene?”
“Beh, va bene. Francesca, se sei d’accordo…” chiedo.
“Mica male, si, mi piace l’idea di avere qualche coccola in più…”.
“Aggiudicato allora. Paolo, inizia a spogliarti, Francesca ha praticamente finito. Francesca, non ti rivestire, infilati solo la vestaglietta e mettiti tranquilla.” E aiuta Francesca ad alzarsi dal lettino.

Mi spoglio e mi stendo sul lettino a mia volta.
“A pancia in giù per favore, facciamo schiena, glutei e cosce. Paolo, per le parti più grandi e meno problematiche userò la solita cera, sei d’accordo? Poi le parti delicate le facciamo con la sokkar, la pasta di zucchero.”
“Come vuoi tu, Sara. Sono nelle tue mani.”
Il dietro è stata un’operazione facile. Ad un certo punto mi ha fatto mettere a quattro zampe per facilitare la pulizia della zona anale e perianale. Non nascondo che è una delle zone erogene preferite e, in certe occasioni, il loro sfregamento mi genera sostanziose erezioni. Ed anche questa volta non è stato diverso. Ma non mi scuso più, mi succede praticamente ogni volta, e Sara non ci fa più caso.
Francesca invece lo ha notato. “Ah, ti piace, eh?” insinua mentre passa una mano a carezzare la natica.
“Eh sì. Difficile negare l’evidenza…” sghignazzo.
“Ok. Paolo, girati pancia in su. Ora inizia lo strazio.” dice Sara.
Io non sono assolutamente peloso, anzi, diciamo che il mio torace e le mie cosce sono praticamente glabre. Ho un bel po’ di peli sulla pancia e sullo stomaco, ed ovviamente, sulle gambe e sulle braccia.
“Sulla pancia ti farà un po’ male, ma niente di che. Sono troppo lunghi per toglierli con la pasta, e ci metteremmo una vita. Userò la cera anche qui.” annuncia Sara.
E difatti, la cera calda inizia a prepararmi al fastidio dello strappo, decisamente intenso, almeno per me. Però sopporto. L’obiettivo è di arrivare a provare la famosa ceretta araba.
Ed arriva finalmente il momento.
Sara prende una palletta di pasta di zucchero e la stende sulla parte. Poi, con gesto rapido, la solleva e la toglie, strappando e portando via il pelo.
Fa così con metodo su tutto il pube, fino a che si dedica al pene.
Lo prende in mano per bene, lo impugna e poi inizia a lavorare a piccoli pezzi. Inutile dire che dopo poco, non è più così manovrabile. Difatti, ho un’erezione generosa che non vuole scomparire. Francesca si alza, si avvicina e viene a vedere da vicino.
“Posso sentire come viene?” domanda a Sara con fare innocente.
“Certo!” e nel frattempo lascia il pisello mentre Francesca la sostituisce nella presa e approfitta per accarezzarmi.
La cosa mi eccita al punto tale che mi sento vicino a scoppiare, ma provo a concentrarmi sulla prossima dichiarazione dei redditi e ottengo l’immediata cancellazione dell’erezione. Ah, potenza dell’Agenzia delle Entrate!
Ora Sara ha terminato il suo lavoro. “Potrei farti un massaggino con l’olio ma tanto passiamo al hammam. Seguitemi”.
Francesca ed io la seguiamo mentre la seguiamo entrando nella sala massaggi che avevo visto in precedenza. C’è una porta che apre proprio sulla stanza del hammam, che non avevo notato prima.
“Ora toglietevi la vestaglietta e mettetevi sdraiati sul tavolo. Apro un po’ d’acqua calda per scaldarlo. Mettetevi comodi, vado a prendere il sapone.” E si allontana aprendo il camice e togliendoselo.
Rientra dopo un po’ reggendo in mano un contenitore. L’acqua calda ha iniziato a produrre vapore che ha appannato i cristalli.
Intravedo dall’altra parte Sara che si spoglia togliendosi i leggins e il top. Anche Francesca la osserva chiedendomi “ma che fa?”.
“Boh. Forse si mette un costume per non bagnarsi.” dico io.

Ma dopo pochi secondi vediamo le luci spegnersi lasciando posto ad un lieve chiarore prodotto da piccoli led incassati sulla volta del soffitto sopra il tavolo. E mentre cerchiamo di abituarci alla nuova condizione, Sara entra nel hammam completamente nuda.
“Ora vi metterò addosso del sapone misto ad olio di oliva che spalmerò su tutto il corpo. Poi vi dedicherete uno all’altra e viceversa e vi insaponerete accuratamente tutta la pelle su tutto il corpo, capelli compresi. E quando dico tutto, intendo TUTTO, chiaro?” rimarca.

Seguiamo le sue indicazioni, lei controlla che la schiuma sia omogenea, intervenendo una volta sul seno di Francesca, un’altra volta sul mio pene, poi ancora sul pube di Francesca… poi ci dice: “Se vi fa piacere, potreste insaponare anche me…”.
Francesca ed io stiamo al gioco. Tutto sommato, la cosa è piacevole e Sara ha un bellissimo corpo…Mentre la carezziamo e spalmiamo il composto, Francesca mi bacia appassionatamente. È un attimo, il suo bacio scatena in me uno stato di eccitazione assolutamente visibile ed evidente.
Sara se ne accorge e dice: “È il momento di sciacquarci.” Batte le mani e si accendono luci viola, rosse, blu, verdi, gialle che cambiano di continuo. Wow!…
Una cascata d’acqua sottilissima piove dal soffitto su di noi, lo stesso tavolo si riempie di acqua stillante dalla pietra che sembrava compatta ma che invece nasconde migliaia di piccoli fori.
Ci sciacquiamo a vicenda usando delle salviette in morbida spugna che Sara ci ha dato, detergendoci il corpo. Anche lei partecipa all’azione, attivamente e passivamente.
È tutto molto naturale, molto eccitante, soprattutto quando i nostri corpi si toccano.
Ma dopo qualche minuto di gioco, Sara ci guida nella stanza accanto ove il futon è stato ricoperto di morbidi teli, le candele sono state accese, e sul tavolino sono apparsi flaconi di oli e di essenze ed una grossa scatola di legno di fattura indiana.

Ci fa sedere l’uno di fronte all’altro e ci dice: “Potete scegliere come procedere. Potete chiedermi di massaggiarvi assieme, io in mezzo a voi, ma sarà un’esperienza limitata perché da sola posso fare poco. Posso massaggiarvi uno alla volta, alternandomi tra di voi mentre l’altro aspetta. Oppure posso farvi partecipare e farvi massaggiare il partner mentre ripetete le mosse che faccio io. Paolo ed io massaggiamo Francesca, poi Francesca ed io massaggiamo Paolo. Poi, se lo vorrete, potrete entrambi massaggiare me. Oppure potrete chiedere di essere lasciati da soli e continuare per vostro conto. Io sono a vostra disposizione”.
Decidiamo di accettare l’ultima proposta.
Francesca si stende a pancia in giù, io alla sua destra, Sara alla sua sinistra.
Iniziamo a massaggiare con abbondante olio le gambe, uno per parte. Seguo con attenzione i movimenti di Sara, mi fermo quando si ferma lei, procedo come procede lei. Il massaggio è intenso e sensuale, ma non erotico, almeno fino a che la sua mano va ad accarezzare la vagina di Francesca, la quale favorisce la manovra sollevando leggermente il bacino.
Sara allora mi indica di andare a sedermi alla testa di Francesca, praticamente quasi seduto sulla sua nuca. Lei invece si pone ai piedi.
Iniziamo una serie di massaggi che partono dalle estremità e si incontrano allo stesso momento sui glutei e poi all’interno delle cosce. È una carezza continua, in quel momento, che Francesca gradisce visibilmente. Allunga le mani e accarezza il mio membro, iniziando una lenta masturbazione.
Dopo qualche minuto, Sara le chiede di voltarsi e mettersi a pancia in su.
Ora ci invertiamo le parti. Io mi metto dalla parte dei piedi, Sara dalla testa. Le nostre mani scorrono lungo il corpo di Francesca percorrendolo su e giù, e si incontrano all’altezza del pube. Le mie dita accarezzano il clitoride, le grandi labbra, fino a che decido di avvicinarmi ed iniziare a leccarla con passione mista a devozione. Sara invece si concentra in un massaggio al seno. Dopo qualche minuto, Francesca esplode in un orgasmo intenso, dalla sua vulva escono umori densi e appiccicosi, segno del suo godimento.
Cinque minuti di rilassamento totale, e Sara mi dice “Ora tocca a te, Paolo.” ed indica a Francesca come posizionarsi.
“Faremo come abbiamo fatto prima con te. Va bene?”
Francesca annuisce.
Mi metto a pancia in sotto, allargo le gambe e mi concentro sul piacere delle carezze che percorrono il mio corpo. Sara si sofferma spesso sul perineo, allarga il solco con le dita e massaggia lo sfintere con olio caldo. Ad un tratto, sento un terzo dito che piano piano mi dilata e si incunea nel mio ano. È Francesca, guidata da Sara, che ha deciso di darmi piacere così. Mi inarco per sollevare il bacino e due mani si infilano sotto di me, prendono i testicoli, il pisello, e mi stimolano intensamente. Sto quasi per scoppiare, ma Sara è brava ad intuire e a farmi girare.

Il servizio continua a pancia in su, ma ora è Francesca che mi rende par per focaccia e inizia un pompino pazzesco prendendomi tutto in gola fino alla radice.
Ad un certo punto è lei che mi sta scopando con la bocca mentre Sara mi massaggia le palle ed il perineo.
Sto per venire. Inizio a sentire le contrazioni, faccio cenno a Francesca ma lei continua imperterrita a succhiare. Esplodo nella sua bocca tre, quattro, cinque volte. Mi sembra di averla inondata ma lei prende e manda giù come se nulla fosse.
Due chiacchere, un momento di pausa e Sara timidamente suggerisce “Ora toccherebbe a me…”.
È giusto.
Si distende a pancia in giù ed iniziamo a massaggiarla.
Francesca ed io non siamo molto pratici, non abbiamo la necessaria sintonia, per cui ci poniamo lei alla testa ed io ai piedi. Mi dedico a massaggiarle le gambe mentre Francesca si dedica al collo ed alla schiena.
Dopo qualche minuto Sara decide di girarsi e chiede di fare come abbiamo fatto in precedenza assieme a lei. È mio compito dedicarmi alla sua vagina, mentre Francesca si concentra sul seno. Dopo qualche minuto, ci fa capire che vorrebbe di più ed io inizio a leccare con passione il clitoride, le grandi e le piccole labbra mentre con infilo un dito nella sua calda umida fessura. Arrivo subito a titillare la grinzosità del suo punto G e lei si incendia immediatamente. Francesca si solleva eccitata dalla posizione ginocchioni e mi vuole baciare, ma nel far questo si mette con il suo sesso a portata di bocca di Sara che inizia a suggerla ed a penetrarla con la lingua. Lascio il mio posto a Francesca che mette la sua testa tra le gambe di Sara ricambiando i favori e mi sposto dietro, deciso a penetrare la mia compagna da quella posizione; ma Sara non molla la posizione e decido quindi di appoggiare la mia cappella sul buchetto di Francesca. Lei incassa senza fiatare, anzi, mi favorisce mettendosi meglio e mugolando di piacere.
È un crescendo di sesso, piacere, urla fino a quando l’orgasmo quasi simultaneo di tutti e tre pone fine ad un partouze memorabile.
Ci stendiamo a riposare, stanchi, svuotati ma decisamente soddisfatti.

Con Francesca il sesso è magico, divino.

Cap. 10 – La festa alla villa

Il professore ci aveva invitato ad andare ad una festa alla sua villa ove Francesca stava progettando una serie di mosaici speciali.

Avevamo saputo che le feste del professore non erano normali ricevimenti più o meno formali, ma veri e propri baccanali riservati a politici, attori e attrici, esponenti dell’imprenditoria romana e si, anche cardinali.
La decisione di andare era stata frutto di profonde meditazioni e discussioni.
Io ero curioso di partecipare per vedere cosa combinava quella gente, Francesca un po’ meno perché non voleva mescolarsi a gente che non conosceva e che non stimava. Però poi, al pensiero di poter perdere quell’appalto per i mosaici, uno dei lavori più impegnativi e remunerativi di sempre, aveva deciso di accettare.

“Mettiamo le cose in chiaro: se si fa sesso, io esisto solo per te e tu esisti solo per me. Niente scambi, orge, due contro uno… Solo io e te. E solo se mi va. Va bene?”
“Tu mi dici quello che devo fare ed io lo faccio” le rispondo scimmiottando ‘Pino la lavatricÈ, provocandole una risata mentre mi molla un buffetto sulla coscia. “Ma certo, Francesca. Ti ho forse mai forzato a fare qualcosa che non ti piacesse?” le chiedo serioso.
“No, ma è anche vero che mi hai messo sempre in condizioni di non poter rifiutare. Però devi riconoscere che fino ad oggi ti ho sempre seguito nelle tue …chiamiamole follie, sei d’accordo”?
“Riconosco, riconosco…Allora andiamo, ok?”
“Va bene. Però non posso partire vestita da sera per la festa, devo andare in casa famiglia prima. Posso passare a cambiarmi da te sabato sera?”
“E sono domande da farsi, Fra’? ¡Mi casa es tu casa!, come dicono in Spagna. Tu sei e sarai sempre la benvenuta. Lo sai che non ti ho chiesto di stare da me perché so che tuo figlio è ancora piccolo, altrimenti ti avrei già rapito e portato qui da me…” mentre l’abbraccio con affetto e trasporto stringendola forte a me. Inizio a provare forti sentimenti per questa donna. Amore? Non so. Ma di certo non è per il sesso che sto con lei.

Il pomeriggio del sabato Francesca si presenta da me alle 18 portandosi dietro una valigia grossa quanto un baule. La guardo con aria interrogativa e le chiedo: “Ma devi partire per un viaggio attorno al mondo stasera o dobbiamo andare alla festa?”
“Non sapevo cosa mettermi e quindi ho messo alcune cose da scegliere. Spero che tu mi aiuti”.

Avevo passato la mattina a girare per negozi e boutique alla ricerca di qualcosa che potesse andar bene senza essere né sobrio né volgare, ma nel contempo facile da mettere e togliere, alla bisogna.
Era lì su una stampella appesa allo sportello della mia cabina armadio, assieme ad uno splendido paio di sandali Jimmy Choo di vernice e strass con tacco 12.

Mi ero fatto aiutare da una amica di mia figlia che era la personal shopper di un gran numero di star e starlette che gravitano a Roma. Mostrata una foto in bikini di Francesca e spiegato che la festa era in piscina, mi aveva fatto girare per una dozzina di boutique prima di mettermi in mano un porta abiti e la scatola delle scarpe. Ero anche passato alla boutique Miss Bikini per prenderle un micro bikini nero da indossare sotto il vestito per fare eventualmente il bagno.

Ma non avrei mai immaginato che si portasse 60 chili di vestiti, intimo, costumi, cinte, borse, scarpe, trucchi, piastre elettriche, bigodini, shampoo, balsami e altre decine di boccette e boccettine.

L’aiuto ad aprire la valigia e a rovesciare il contenuto in una delle due stanze da letto, a trasferire su un carrello tutti gli articoli da toilette e ad appendere su altrettante stampelle le dieci mise da sera che aveva portato, per non parlare della quantità di scarpe, sandali, stivali estivi buoni per una intera season a Porto Cervo.
“Io ti avevo preso un pensierino, uno straccetto da mettere stasera. L’ho scelto che fosse pratico da indossare e da togliere, sexy ma non volgare. E poi ti avevo preso questo” porgendole il pacchetto con il Miss Bikini nero, realizzato con un tessuto così sottile e leggero da stare nel pugno di una mano una volta strizzato.
Francesca apre la zip del portaabiti ed estrae il vestito.
È una sorta di vestaglia con corpetto in pizzo nero e gonna in tessuto traslucido, allacciata davanti ma che sale fino al collo con uno scollo all’americana. Due profondi spacchi laterali arrivavano a mezza coscia mostrando buona parte della gamba, ed è chiusa in vita da una cinta.

Se lo mette addosso per provarne la lunghezza, si guarda allo specchio e poi si gira per abbracciarmi e mi bacia con passione.
“Grazie, sei un tesoro. È bellissimo.”
“Provalo con il costume che ti ho preso. È talmente leggero e sottile che si dovrebbe asciugare immediatamente, ma non è trasparente nemmeno da bagnato, pur essendo sfoderato. Sono certo che ti starà benissimo, anche se è veramente mini, ma non è a perizoma.”
“Lo vedo, è meraviglioso anche questo. Non so perché mi sia portata tutta questa roba di cui non metterò nulla” esclama.
“Però hai tutta la tua truccheria e parruccheria. Mi hai invaso anche il bagno!”
“Amore mio, grazie e scusami. Mi farò perdonare come tu sai…” ammicca con fare da gatta mentre mi struscia una mano tra le gambe.
Poi si spoglia, si mette il costume e sopra indossa l’abito che le ho regalato. Dopodiché sale sui sandali superandomi in altezza di almeno tre dita.

È stupenda da lasciarmi a bocca aperta. La lieve abbronzatura (senza righe e segni di costume, peraltro, come mai, mi chiedo?) risalta sotto l’abito nero semitrasparente, ed i capelli raccolti sulla nuca le donano da morire.
Ho paura che qualcuno me la porti via.
Al termine dei preparativi prendo la DS, che reputo all’altezza della serata e della mia signora, e scendo per aprire lo sportello e far salire Francesca.
Si è creato un piccolo assembramento. Un tizio in motocicletta fa lo slalom per passare ma quando vede Francesca, inchioda, si volta e urla “Ah fata, faccela vede!” provocando l’ilarità dei presenti ed un vistoso arrossamento delle gote di Francesca, la quale mi sussurra “Non è che sono un po’…troppo?”
“Amore mio, sei troppo bella per passare inosservata stasera!” le rispondo tranquillizzante ma estasiato.

Prendiamo l’Anagnina e arrivati a Grottaferrata, ci fermiamo al cancello della villa nel vialetto illuminato da mille candele. Il servizio d’ordine controlla i nostri nominativi ed immediatamente ci fa passare indicando di andare con la macchina direttamente al parcheggio davanti alla piscina, mentre gli altri sono invitati a fermarsi molto prima ed a procedere a piedi. A quanto pare, siamo nella lista VIP.

Scendo ad aprire lo sportello a Francesca. La DS è sexy al punto giusto da fare da preambolo alla sua uscita, una lunga gamba nuda che fuoriesce dallo spacco del vestito nero, seguita dal resto del corpo snello e naturalmente elegante.
Il cicaleccio dei presenti si interrompe immediatamente seguito da un brusio, mentre decine di persone si voltano a guardare. Si direbbe che Francesca non sia proprio passata inosservata, purtroppo.

Arriva il professore in un impeccabile smoking bianco, si avvicina a Francesca che saluta con un elegantissimo baciamano. Poi saluta calorosamente anche me “Che piacere rivederla, Paolo! Ci sono molte persone che muoiono dalla voglia di conoscervi” ci dice mentre ci guida verso un capannello di persone che ci stanno guardando.
“Amici, vi presento Paolo SF e Francesca D. Francesca è l’artista dei mosaici di cui vi ho parlato e Paolo è il suo… fidanzato, diciamo così. Francesca, Paolo, vi presento il Senatore, l’onorevole, il governatore, il professore, il dottor X presidente della Banca, l’Ambasciatore e per finire, il cardinale, assieme alle loro signore. Amici, vi affido queste due belle anime. Vi prego, non me le traviate!” e si allontana per andare ad accogliere altri invitati.

Ci sganciamo abilmente con la scusa di andare a prendere da bere e ne approfittiamo per studiare un po’ il parterre. È in effetti pieno di stelle e stelline del cinema e della televisione, ci sono un paio di calciatori famosi, due anchormen della TV, il direttore di un famoso quotidiano milanese ed un sostanzioso gruppo di signorine tutte molto svestite, per lo più in costume, già in acqua a farsi smanacciare dal “generone romano” lì presente.
Ho la sensazione di essere assolutamente inadeguato per quella festa. Io non ho nulla a che spartire con quel tipo di persone, non ho mai amato partecipare agli eventi dove gli invitati fanno a botte per poter guadagnare il posto davanti ai fotografi.
Però so che a Francesca quel contratto è sicuramente utile, e se entra nel giro giusto, potrebbe veramente decidere di cambiare vita.
Ci spostiamo da buffet a buffet, camminando e facendo qualche battuta sulle signore rifatte, sulle stelline invitate per avere un po’ di visibilità, sulle improbabili amiche di famiglia più simili ad escort che ad amiche delle mogli dei VIP.

Ogni tanto qualcuno ci ferma e chiede dove ci ha già incontrato. In particolare, un imprenditore rampante, accompagnato da una giovanile signora più scoperta che vestita ci ferma e: “Forse eravate all’Olimpo Sauna?” ci domanda.
“Olimpo Sauna? E che cosa è?” rispondo con tono interrogativo. Veramente non sapevo di cosa stesse parlando. Mi rivolgo con una muta domanda a Francesca, la cui mimica facciale non lascia dubbi: anche lei non sa di cosa si stia parlando.
“È un locale molto divertente, con una sauna mista, grande idromassaggio, vasca piscina e tanti spazi in cui stare nudi e assolutamente free” spiega.
“In sostanza, un privé!” concludo.
“Beh, si, una cosa del genere” ribadisce.
“Mai stato. Tu, Francesca?”
“No, nemmeno io, mai stata prima. Sono stata una volta in un locale di spogliarelli assieme a delle amiche, ma non credo che sia la stessa cosa, no?”
“No, direi proprio di no” conferma il nostro interlocutore.
“Però vi ci vedrei bene. Il giovedì è la serata dedicata alle sole coppie, i singoli non possono entrare. E le nuove coppie, se non sono mai venute, entrano gratis e hanno accesso a tutti i servizi, anche il buffet” ci spiega. “Ci farebbe piacere incontrarvi lì. Siete una bellissima coppia. E poi, non è obbligatorio partecipare. Si può anche stare a guardare senza dover fare nulla. Nessun obbligo. E senza singoli, di solito non vi disturba nessuno, capite cosa intendo?” chiarisce.
“Della serie che i singoli sono come gli squali nei confronti delle coppie?” domando.
“Esatto! Paragone perfetto!” ride dandomi un buffetto sulla spalla. “In effetti sembrano proprio squali famelici pronti a sbranare la preda. Possono essere molto, molto fastidiosi, soprattutto agli inizi”.
Il giovane imprenditore è simpatico, alla mano. Ha la parlantina facile, sa imbonire le persone. Tutto sommato, è di piacevole compagnia.

“Che caldo che fa. Vi propongo di buttarci in piscina e di bere qualcosa in acqua. Che ne pensate?” ci propone.
Osservo Francesca che sta decidendo se la compagnia le piaccia o meno. È titubante; per quanto la conosco, capisco che quel tipo di persone, così esuberanti e facilone, non le aggradano molto.

“Su Francesca, non si faccia pregare! Vedrà che ci divertiamo. Anzi, mi ha detto il Professore che lei è un’artista e che realizza degli affreschi…”
“No, io realizzo mosaici, non affreschi” corregge prontamente.
“Si, mosaici, mi sono sbagliato. E comunque, perché non ne parliamo un po’? Sto ristrutturando una villa a Porto Rotondo in Sardegna, e avevo una mezza intenzione di far fare un mosaico nel portico. Magari potrebbe essere interessata!” le dice.
Ha toccato una corda giusta. Francesca scioglie parte delle sue riserve e del riserbo in cui si era calata.
“Va bene, parliamone. E… va bene, facciamolo in piscina. In effetti fa caldo…” annuisce.
Ci mettiamo in un angolo adibito a pubblico spogliatoio.
Il professore ha predisposto una serie di ceste nelle quali ci sono dei teli e dove possono essere riposti gli abiti.
Ci spogliamo rimanendo in costume, io con il mio Speedo demodé, rigorosamente blu navy, e Francesca con il suo mini costume Miss Bikini.

Gli altri due, Franco e Livia, si spogliano anch’essi. Livia indossa un intero perizoma talmente sgambato che il giro coscia arriva a metà tra fianco e seno, ed il giro manica è anch’esso scavato tanto da scoprire del tutto il lato del seno. Davanti e dietro, poco più di due dita di stoffa a coprire pube e solco tra i glutei.
Indubbiamente Livia se lo può permettere, ma non è il massimo dell’eleganza, almeno in quelle situazioni. Ma a quanto pare, siamo noi a non comprendere, perché mediamente la situazione non è molto diversa da quella dei nostri interlocutori. Francesca, che pure indossa un ridottissimo bikini, sembra quasi porti un burka…
Ci immergiamo in acqua ed iniziamo a parlare del più e del meno, commentando la situazione politica, la Roma, la campagna elettorale USA, fino a che il discorso non cade sul progetto di ristrutturazione della villa di Porto Rotondo, argomento di interesse di Francesca.

Franco le mostra sul telefonino qualche foto della villa e del portico nel quale vorrebbe fosse realizzato il mosaico, e le chiede cosa ne pensi, se per caso avesse qualche idea o suggerimento in merito, e così via.
Francesca osserva con attenzione le foto e dice: “Io non toccherei quel pavimento. È fatto in lastre di granito rosa della Sardegna, caratteristico di quelle parti. Sono lastre molto belle, sembrano irregolari ma sono lavorate a mano una per una. Sarebbe un peccato distruggerlo. Perché invece non realizzare un tavolo sul cui piano costruire il mosaico? Anzi, ho un paio di idee da suggerire. Pensi al simbolo di Porto Rotondo, o alle immagini degli animali marini che sono raffigurati su quella via, come si chiama?”
“Via del Molo, dice?” le chiede Franco.
“Si, mi pare, quella dove c’è anche la balena” conferma Livia.
“Si, si, proprio quella. Ecco, potremmo rifare in piccolo quella strada, aggiungendo alcuni temi di Porto Rotondo, la vela, la Sardegna, il sole, la gente…”
“Francesca, ma lo sa che è un’idea pazzesca? Bellissima. La voglio. Quando incomincia?” si lancia Franco, entusiasta.
“Beh, aspetti almeno che faccia un bozzetto e poi un calcolo del tempo e del materiale. Io utilizzerei della resina epossidica colorata di blu e verde, con pagliuzze d’oro e argento come sfondo su cui poggiare il mosaico, meglio se con alcune pietre a simulare lo scoglio di quelle parti”. Francesca ha acceso la sua capacità visionaria e sta spiegando a parole un progetto complesso. Sono stupito della sua inventiva, e quel che ci sta dicendo ad un tratto sembra lì, pronto, costruito.

Anche Franco è entusiasta, e chiede ulteriori lumi.
“Ma dove lo farebbe? Qui a Roma e poi lo spedisce? Oppure crede che sia necessario costruirlo in loco?” chiede.
“No, non è possibile farlo qui. È troppo grosso, ci vorrà un carrello a forca per movimentarlo. Saranno almeno quattro quintali a lavoro finito. Anche la struttura dovrà essere realizzata lì. Al massimo a Roma posso realizzare il cartone del bozzetto e spedirlo assieme ad un po’ di materiale che prendo qui. Ma poca roba.” afferma pensierosa. “E poi, ci vorranno almeno un mese. Calcoli che solo per far asciugare il primo fondo di resina ci vorrà una settimana, poi un’altra settimana per il mosaico, una settimana ancora per il secondo strato di resina e poi ancora un’ulteriore settimana per la finitura. Anche parallelizzando un po’ di attività, in meno di un mese è impossibile. E deve essere fatto necessariamente nella stagione secca ma non troppo al caldo, perché altrimenti la resina non cristallizza bene. E nemmeno al freddo, ovvio.”

“E quindi? Quando dovrebbe essere fatto?” chiede Livia.
“Diciamo dalla seconda settimana di settembre in poi fino al massimo alla terza settimana di ottobre. Ma non deve piovere, oppure deve essere chiuso il portico ermeticamente per evitare polvere e umidità, almeno fino a che la resina non ha cristallizzato.” spiega con una professionalità insospettata.
“Il che significa che lei deve stare lì per tutto il tempo?” chiede Franco.
“Beh, se non per tutto il tempo, almeno per tre o quattro settimane, non continuative. Per fortuna, a settembre le case costano un po’ di meno e si trovano più facilmente.” afferma.
“Ma no! Lei Francesca starebbe in villa tutto il tempo che le serve. C’è sempre qualcuno fino a ottobre tutti i giorni, che tiene pulito ed in ordine. E Anna è anche un’ottima cuoca. E il marito, Efisio, è un bravo muratore a cui ho affidato spesso i lavoretti di manutenzione. Magari potrebbe esserle utile per movimentare i materiali, per preparare il cemento, insomma, per quel che le serve. E non si preoccupi, è già al mio libro paga per tutta l’estate perché fa la guardiania ed il giardino. Quindi a settembre potrebbe darle una mano, non crede?” le dice Franco.
“Non ho ancora accettato, Franco! Non so, devo vedere un momento. Ho un figlio che deve andare a scuola, non so se il padre può tenerlo per così tanto tempo. Ho la casa famiglia, anche se posso chiedere un’aspettativa di tre mesi… e poi ho Paolo…” e mi abbraccia prendendomi per braccio ed appoggiando la testa alla mia spalla.
“Francesca, tesoro mio, se vuoi, io posso anche stare con te. Andiamo in barca ed io posso lavorare da lì, oppure posso fermarmi anch’io a dormire in villa, se Franco è d’accordo. Ce l’hai Internet, Franco?” chiedo.
“Come no! Ho una velocissima fibra da un giga e tutta la casa è coperta dal Wi-Fi. Puoi lavorare dove vuoi, anche alla spiaggetta giù sotto casa. Ho fatto mettere un ripetitore che è connesso in fibra ottica al router in casa, per cui è come se fossi collegato al Wi-Fi di casa, alla massima velocità.” mi risponde.
“Figurati per quel che mi serve, devo solo fare qualche videochiamata con Skype o lavorare un po’ sui miei documenti, che per fortuna sono tutti in cloud. Non vedo problemi, allora” rivolgendomi a Francesca.
“Bene, aggiudicato. Allora Francesca mi faccia sapere, anzi, posso darti del tu? Fammi sapere al più presto il preventivo e mandami il bozzetto, anche se sono certo che mi piacerà, vero cara?” interrogando Livia.
“Certo, sì sì… e sai, Franco, mi sa che a settembre, se c’è Francesca, rimango anch’io a Porto Rotondo, così prolungo un po’ la stagione. Che ne pensi?”
“Penso che sia un’ottima idea. E allora, via, facciamoci un tuffo!” e prendendo per la mano Livia, si getta in acqua trascinandola. Livia perde l’equilibrio e va sotto, esce d’istinto dall’acqua ma nell’azione il costume si sposta mostrando una tetta e scoprendo del tutto la fichetta depilata.
“Ops…” esclama senza troppa convinzione. Si ricompone con molta calma ed esclama “Poco male, io il costume posso anche togliermelo. Mica mi vergogno!”.

Le voci tacciono per un momento, come se qualcuno avesse sparato un colpo per richiamare l’attenzione. Poi, è un tripudio di urletti “Si, facciamolo! Spogliamoci!” da parte del gruppo delle ninfette che stavano a papereggiare attorno ai commenda panzoni con il bicchiere in mano.

Come un branco di storni, cinque, sei, dieci ragazze fanno volare i loro costumi rimanendo completamente nude.
Livia le segue a ruota, poi si avvicina a Francesca “Devi farlo anche tu! Dai, ti vergogni?” l’apostrofa.
“Beh, si, un po’ si. Non in questa situazione. Meglio che esca” ed esce dall’acqua.
Salto fuori anch’io e vado a prenderle il telo per asciugarla.

L’atmosfera salottiera tutto sommato piacevole all’improvviso ha lasciato il posto ad un carnaio da girone dantesco in cui culi, tette balzellanti e labbrone gonfiate si strusciano su patte più o meno rigonfie. Anche il cardinale è seduto accanto a due ragazze che si strusciano a lui mentre, bicchiere in mano e sigaro in bocca, ricambia tastando le chiappe di una e le tette dell’altra.
Forse è giunto il momento di salutare ed andare.

Aiuto Francesca a rivestirsi, coprendola con il telo mentre si toglie il costume bagnato. Per fortuna, pur essendo il suo vestito di un tessuto leggero, sotto non si vede nulla; il seno invece appare in trasparenza sotto al pizzo leggero, con un effetto nude look assolutamente non volgare e piacevole a vedersi.
Franco e Livia ci vedono muoverci e ci raggiungono.
“Che fate, andate?” ci chiedono.
“Si, domani abbiamo entrambi una giornataccia e non vorremmo fare troppo tardi” rispondo.
“Beh, ci spiace molto. Vuol dire che ci vedremo la prossima settimana per metterci d’accordo per il lavoro, va bene?” esclama Franco.
“Si, va bene, sempre che riesca a concludere il progetto!” esclama Francesca.
“Rimaniamo in contatto, quindi. Ci risentiamo tra qualche giorno.” Concludo io.
Baci e abbracci.

Chiedo al valet di portarmi la macchina, faccio salire Francesca e ci avviamo verso casa.
L’occhio continua a cadermi sulle cosce di Fra. Il saperla senza biancheria mi eccita.

“Ora non pretenderai di caricare tutta la tua mercanzia in taxi e andare a casa, vero?” le chiedo guardandola di sottecchi.
“No. Se non ti dispiace, dormo da te. Ma solo se non ti dispiace, sia chiaro…” ironica.
EVVAI!!! Finalmente. È la prima volta da quando stiamo insieme che dormiamo a casa mia. Fino ad oggi, siamo stati sempre fuori. E vorrei che casa mia diventasse un po’ anche casa sua.
O meglio, casa nostra.
Arriviamo a casa, ci spogliamo (beh, per Francesca c’è poco da togliere…) una rapida doccia e ci infiliamo a letto sotto le lenzuola.

La bacio.
Lei ricambia con dolcezza, poi con passione.
Mi abbraccia.
Ricambio il suo abbraccio.
Mi viene da piangere all’idea di non poterla avere sempre con me. C’è un sentimento forte che albeggia dentro.
Si, sento di amarla.
Facciamo l’amore come due innamorati.
L’amore, non il sesso.
Tutto è dolce, pacato, tranquillo.
Ci baciamo, tocchiamo, lecchiamo, succhiamo, carezziamo con estrema dolcezza.
La prendo da dietro quasi con delicatezza, mentre la accarezzo davanti.
Raggiungiamo l’orgasmo assieme, un unisono di brividi e sussurri.
E assieme: “Ti amo”.

Cap. 11 – Famolo strano

La settimana scorsa Franco ha contattato Francesca per avere notizie sul progetto del tavolo a mosaico.
Francesca stava a casa da me lavorando su una delle mie workstation per completare il progetto. Io le davo la mano con il software CAD per generare un modello tridimensionale che lei stava completando.
È stato naturale quindi che ascoltassi la conversazione e la supportassi.

Ero uscito in balcone per lasciarle spazio e per darle quel po’ di privacy professionale, ma lei mi aveva raggiunto e mi aveva trascinato per una mano verso il computer, facendomi sedere accanto a lei.
“Allora Francesca, ho letto il progetto di massima e ho guardato il bozzetto. Devo dire che, se ho capito bene, viene una cosa pazzesca. Anche se mi viene a costare una tombola. Ma mi rendo conto che tu devi stare un mese fuori casa o quasi, e che tutto questo ha comunque il suo prezzo. Sinceramente pensavo di cavarmela con la metà, ma ho fatto male i conti. È una cifra importante, ma ogni cosa bella ha il suo giusto valore. Accetto il preventivo e dò l’OK per iniziare i lavori dal 10 settembre, come hai previsto tu.

E quindi stasera vi invito a cena e firmiamo questo contratto. D’accordo?”
Francesca mi guarda e dice: “Aspetta che chiedo a Paolo, sono qui con lui e ti posso dare risposta immediata.”
Annuisco con veemenza: sono estremamente contento per lei. È un grosso lavoro, i suoi margini sono molto alti perché deve pagare solo il materiale. Certo, non costa poco, ma tutti i costi di lavorazione sono il suo guadagno. Un bel guadagno.

“Va bene Franco!” intervengo. “Ti ringrazio anch’io per l’invito, ma permetti che sia io a offrire.” gli dico.
“Ma non se ne parla nemmeno” interloquisce.
“Permettimi di insistere”.
“No, non insistere. Ci vediamo stasera a via Aurelia al km 33.300, verso Ladispoli. Mi raccomando, arrivate per le 18:30. Prenderemo l’aperitivo bordo piscina. Quando state per arrivare al cancello, chiamatemi e vi verrò incontro.” conclude.

Via Aurelia km 33.300. Strano indirizzo. Vado su Google Maps per vedere di cosa si tratta e trovo solo un rivenditore di mobili da giardino, un meccanico e la sede di una fantomatica Associazione Culturale. Dalla pianta vedo un capannone ed una piscina, ma non riesco a capire. StreetView non aiuta in quanto si ferma a quanto presente lungo l’Aurelia. Insomma, non capisco proprio dove andare.

Scrivo a Franco su WhatsApp “Ma sei sicuro al km 33,300? Io vedo solo un’officina auto ed un rivenditore di mobili da giardino…”
“No, devi prendere la traversa che sta tra mobiliere e officina, superi una strada bianca e poi è il primo cancello sulla destra”
Indicazioni chiare, che non lasciano spazio a interpretazione.

“Ok, ma cosa c’è? Lì c’è solo una associazione culturale!” gli scrivo.
“Stasera lo scoprirai” è la sua risposta secca.
Non ne faccio partecipe Francesca, non voglio metterla a disagio.
Poi l’illuminazione. Cerco per il numero di telefono dell’associazione culturale che mi rimanda al profilo di un famoso privé romano, l’Olimpo. È un locale abbastanza famoso a Roma, frequentato da scambisti, da singoli arrapati e da coppie in cerca di avventure per ravvivare i fuochi spenti dell’amore.
Tana! Ci hanno invitato ad un privé.
Guardo un po’ di foto ed in effetti, se non fosse per le sale interne, da fuori il giardino sembra un normale ristorante ben attrezzato per ricevimenti e feste, ampi spazi arredati con gazebo, divanetti, lettini, docce.
Insomma, tutto regolare.
Ma all’interno ci sono le dark room, le sale coppie, le stanze a tema; tutta roba dedicata a scopi ben precisi: lo scambio, le orge.
Devo parlarne a Francesca.

“Amore, vieni qui un momento che ti mostro una cosa” e le faccio vedere il sito della struttura ed il calendario eventi.
“Embè?” chiede con fare interrogativo. “Vuoi portarmi in un privé? Non ti basto io?” tra il seccato ed il polemico.
“Ma no, non sono io. È il luogo dove Franco e Livia ci hanno invitato stasera.” le spiego. “Ricordi quando ci dissero che avevano avuto esperienze e che frequentavano una sauna erotica?” le rammento.
“Si, vagamente”.
“Ecco, stasera non ci portano ad una sauna ma ad un locale da scambisti, ad un privé. Almeno credo.” le dico.
“Ora amore mio possiamo fare due cose. La prima è quella di chiamarli e mandarli a quel paese, oppure inventare una scusa e non andare, ma poi avremo il problema la prossima volta. La seconda invece è più sottile. Noi andiamo, cadiamo dalle nuvole ma chiariamo subito che non faremo nulla e che a noi quelle cose non interessano, GIUSTO? PERCHÉ A NOI QUELLE COSE NON INTERESSANO, NO?” l’ultima frase sottolineata con un tono di voce più marcato.
“Paolo, lo sai che io ti seguirei in capo al mondo e che non c’è nessun altro di cui mi fidi di più, dopo me stessa. Se tu mi dici di provare e mi spieghi il perché ed il per come, come sai fare molto bene, io non ho motivo di dire no a priori a cose che non conosco. Tu conosci questo posto? Sai come funziona?”
“No Fra, non lo conosco. So all’incirca come funzionano questi luoghi, cosa si fa e perché ci si va, ma non ho idea di come comportarmi. So però che questi posti sopravvivono grazie alle coppie che li frequentano e che muovono il giro dei singoli che sono quelli che poi pagano tutto l’ambaradan. Il loro scopo è quello di attirare coppie, inizialmente anche non favorevoli allo scambio, ma magari disposte a trasgredire un po’, un po’ come abbiamo fatto noi con Livia e Fabrizio, ricordi? Tutto è nato per caso. E noi abbiamo accettato di sperimentare. Ma non è che lo facciamo sempre. Intendo, abbiamo fatto qualcosa ma per noi, per il nostro piacere di coppia. Almeno, io l’ho intesa così.”
“Ma si Paolo, lo so. Pensi che se non fossi stata d’accordo avrei accettato tutto senza fiatare? E poi non lo sai, ma la …doppia penetrazione in barca è stata il coronamento di un sogno che mi portavo appresso da una vita. Giuro!”
“Quindi, se tu mi dici di provare ad andare perché non ci dobbiamo impegnare a fare nulla, sono assolutamente d’accordo con te.”
“Ad esempio, dieci giorni fa quando siamo andati alla festa del professore, sei stato tu a chiudere la serata ed andare via prima che si scatenasse l’orgia, o no? Ecco, lì mi hai letto nel pensiero, non avevo proprio nessuna voglia di rimanere in quell’ambiente così… marcio.”
“Nel contempo, quando mi hai portato da Sara, abbiamo fatto una cosa bellissima a tre, che ho apprezzato moltissimo e che mi ha dato molto piacere. Non mi sono sentita costretta, tutto è successo naturalmente e quindi ho solo bei ricordi.”
“Questo per dirti che non ho motivo di dire no a priori, se tu reputi che sia una cosa comunque accettabile e che non ci vincola in alcun modo. Allora, andiamo e poi vediamo. Fosse un macello, ce ne andiamo. Se no, rimaniamo. E poi, detto tra noi, se devo firmare quel contratto per quel lavoro in Sardegna, come dire, Parigi val bene una messa…”
“Si, in culo!” e scoppiamo a ridere.
Ci abbracciamo e ci baciamo. Siamo sempre più affiatati. Inizio a intravedere un futuro roseo, per Francesca e per me.

Stiamo per strada. È giovedì pomeriggio, il traffico è un po’ più sostenuto del solito sull’Aurelia perché c’è già il rientro a casa dei pendolari che abitano a Cerveteri e Ladispoli, e un po’ di movimento locale. In più, la sfilza di autovelox tra Palidoro e Ladispoli rende il traffico ancor più lento. Ma sono pochi chilometri dal Raccordo ed in quarto d’ora siamo all’incrocio che, ironia della sorte, si trova giusto poche centinaia di metri dopo il cimitero di Palidoro.
“Francesca, amore, siamo ancora in tempo per tornare indietro. Decidi tu senza problemi” le dico con la massima tranquillità e serenità. Non voglio assolutamente che le si senta forzata a fare cose che non vuole. E soprattutto, non voglio che queste uscite diventino occasioni di sesso senz’anima, come dice lei.
“Dai Paolo, abbiamo detto che se ci troviamo in difficoltà andiamo via. Mi hai assicurato che nessuno può forzarci o a metterci in condizione di sottostare a diktat sessuali, per cui non vedo il problema. E poi ti dirò una cosa: a questo punto sono curiosa di sapere cosa c’è dietro, cosa fanno, come si muovono…Tu no?” mi chiede.
“Beh, sinceramente un po’ la situazione mi incuriosisce. Ma non sono certo che mi piaccia. O meglio, l’idea di vederti tra le braccia di un altro mi dà fastidio…”
“Si, come con Fabrizio e Livia, vero?” scherza e mi fa l’occhiolino.

“Aridaje! Ma se mi hai appena detto che quella era un’altra cosa e che eri curiosa di provare…che fai, mi sfrucugli?”
“Paolo amore mio, sto scherzando. Quello che ti ho detto è vero, ero curiosa e desiderosa di farlo, ci è capitata l’occasione con delle persone stupende e non rimpiango assolutamente nulla, anche perché, diciamocelo, è stata una cosa pazzesca, no?”
E mi bacia dolcemente sulla guancia.
“Siamo arrivati, aspetta che chiamo Franco” le dico.
“Franco, sono Paolo, siamo qui all’ingresso.”
“Suono al citofono? Si, ok.”
“E che devo dire? Ok, bene. Ecco, stiamo entrando.”
Entro nella recinzione ed un guardiamacchine mi indica dove parcheggiare.

Vado ad aprire lo sportello a Francesca e la aiuto a scendere. La vista di una gamba nuda e sottile che indossa una scarpa con tacco alto è sempre qualcosa di particolarmente eccitante. Se poi la gamba è quella della donna che ami, la cosa è ancora più eccitante, se possibile.

Francesca ha deciso per un vestito estivo appena sopra al ginocchio, molto accollato avanti e con la schiena nuda dietro. Uno spacco dal collo alla vita taglia in due il corpetto. Ovviamente, non porta reggiseno sotto il vestito. Pochi gioielli, giusto un paio di bracciali, orecchini e due begli anelli. Una sottile cavigliera messa a sinistra ad indicare “Sono impegnata e fedele. Lasciate perdere e state lontano”. Avevo imparato questo segnale anni fa, con la mia precedente moglie, e noto che Francesca conosce anche lei il significato di certi segni.
Bene.

Franco e Livia ci vengono incontro. Sono entrambi ben vestiti, Livia indossa un completo giacca e pantaloni bianchi, la giacca indossata a pelle e lasciata aperta. Sotto i pantaloni, sandali gioiello con tacco altissimo. Anche Livia è molto elegante. Noi uomini invece non ci distinguiamo per originalità: entrambi vestito blu di lino con camicia bianca e mocassini estivi. Un classico al limite della banalità.
Entriamo nel giardino ove troviamo un gran numero di persone ancora intente a fare il bagno in piscina, o distese sotto i gazebo coperti da teli di leggerissima organza di cotone.
Sembrerebbe un normale locale con piscina e ristorante se non fosse che la maggior parte della gente è nuda e molti sono impegnati a … fare sesso in coppie, trii, gruppi. “Un uomo, una donna, un uomo, un uomo, una donna, una donna…” come Verdone in “In viaggio con papà”. Franco tira dritto e ci guida ad un gazebo in una zona tranquilla, prossima ai tavoli del ristorante e frequentata per lo più da coppie vestite ed intente a sorseggiare un aperitivo.
Ci mettiamo anche noi seduti sotto al gazebo ed ordiniamo l’aperitivo.
“Champagne?” chiede Franco.
“Veramente, se non ti dispiace gradirei di più del vino bianco o, altrimenti, del prosecco.” dice Francesca. “Lo champagne non mi fa impazzire”.
“Anch’io del vino bianco, Franco” interviene Livia, “lo preferisco anch’io”.
“E bianco sia, Franco” mi accodo.

Franco fa portare una bottiglia di Satrico ben ghiacciata e me la fa assaggiare. “Ti dirò, faccio sempre fatica a capire se il vino bianco è buono o meno. Controlla tu per favore”.
Il vino è ottimo, forse un po’ troppo freddo, ma con il caldo che fa, dubito che il prossimo bicchiere, nonostante il secchiello e la glacette, sarà altrettanto ghiacciato.
La conversazione scorre leggera, facciamo finta che tutto sia assolutamente normale attorno a noi. Anzi, ad un certo punto Franco tira fuori dalla tasca della giacca una busta e la porge a Francesca.
“Francesca, qui c’è il contratto firmato con l’accettazione dell’offerta. Mi sono permesso di allegare un assegno circolare per il 20% della somma a titolo di anticipo per comprare i materiali. Come da accordi, iniziamo il 10 settembre, va bene?”
Francesca apre la busta, legge rapidamente il contratto e poi degna di attenzione l’assegno. Per un attimo sgrana gli occhi. È un assegno a cinque cifre, un importo sostanzioso. Ringrazia, rimette tutto nella busta e poi mi prega di metterlo nella tasca della mia giacca, visto che nella sua pochette non entra di certo.
E tutto continuerebbe così se non fosse che proprio al gazebo accanto si appropinquano due coppie seguite da un manipolo di singoli che si stanno masturbando aspettando il loro turno.
Onestamente, uno spettacolo abbastanza squallido per come si è palesato e per come si sta svolgendo.
Leggo sul volto di Francesca, ma anche su quello di Livia, un senso di disgusto e delusione.
Franco prende in mano prontamente la situazione e ci guida al tavolo per la cena. Sono le nove passate da poco, ed il ristorante inizia a riempirsi.
Ci tiene a spiegarci che ci sono due turni, il giovedì. Nel pomeriggio possono entrare i singoli, ma solo fino alle 21. Dopo, il locale è dedicato solo alle coppie.
Noi siamo stati invitati lì prima perché ci volevano far fare un giro del locale di giorno, ma oggi la situazione era un po’ sfuggita di mano agli organizzatori che avevano concesso l’ingresso a persone non certo raffinate, come invece intendeva essere. Ma tant’è, quella era la gente che, fortunatamente, stava andando via.
Ed in effetti, nei minuti successivi i tavoli accanto al nostro si sono popolati di coppie in apparenza distinte e discrete, niente urla o comportamenti fuori delle righe. Ora, se ci avessero detto che eravamo in un locale di scambisti, non ci avremmo creduto.
Mangiammo cibo discreto, accettabile nella forma, un po’ meno nella sostanza. Ma sinceramente, non eravamo lì per mangiare… o almeno, non solo per mangiare.
Ad un certo punto, verso le dieci e mezza suona un gong e la gente ai tavoli inizia a defluire verso l’interno. Qualcuno rimane all’esterno e si accomoda sotto i gazebo.
Franco ci spiega che le persone sono andate a cambiarsi o a spogliarsi negli spogliatoi all’interno. Qualcuno si fermerà e andrà ad occupare le varie dark room, le camere a tema ed inizierà a dar fuoco alle polveri. Gli altri torneranno in piscina, a darsi da fare lì.

“Noi vorremmo andare a cambiarci, se non vi dispiace. Torniamo tra qualche minuto. Se però voleste seguirci e cambiarvi anche voi…”
“Cambiarci in che senso?” gli chiedo.
“Cambiarvi, spogliarvi. Insomma, mettetevi a vostro agio, se volete” ci risponde Livia.
“Noi stiamo bene così, al momento” risponde Francesca.
“Ma non andrete via subito?” ci chiede Franco.
“No, tranquillo. Fra ed io abbiamo deciso di fermarci comunque e vedere cosa succede, se è possibile senza essere coinvolti” aggiungo io.
“Si sì, potete fare quel che volete. Oggi ci sono solo coppie e tutti hanno rispetto per le coppie inesperte o che sono qui per capire o trasgredire un po’. Nessuno vi disturberà né vi si avvicinerà a meno che non siate voi a chiederlo. Qui vige un rispetto molto stretto dell’etichetta, se così si può dire.” conclude Franco.
“Grazie Franco, lo avevo immaginato. Tranquilli, andate pure, noi vi aspettiamo qui.”
“Ah, Paolo, se te e Francesca voleste un goccio di whiskey, una grappa, un limoncello, fai un cenno al cameriere e fai portare quel che gradite. Ok?”
“Grazie. Ma possiamo muoverci o è meglio che restiamo qui al gazebo?”
“Ma no, girate pure e andate dove volete. Nessuno vi disturberà. Il fatto che siete vestiti è il vostro salvacondotto per andare al bar, alla discoteca, ma non nelle stanze delle coppie. O almeno, non vestiti così. Ma lo capirete da soli. A dopo!”
E spariscono nel buio verso il corpo di fabbrica dove c’erano gli spogliatoi ed i servizi.
“Prendiamo qualcosa da bere? Ti va un limoncello, un amaro, una sambuca?” le chiedo.
“Un amaro va benissimo, grazie.”
Faccio un cenno al cameriere che gentile e premuroso si avvicina per chiedere cosa gradiamo.
Lo interroghiamo su amari e whiskey disponibili e facciamo le nostre scelte.
Prima che se ne andasse, Francesca gli chiede dove siano le toilette. Il cameriere indica sia quelle all’interno del locale che quelle alle nostre spalle, dietro i gazebo e accanto alle cabine.
Francesca si dirige verso quelle più vicine e mi chiede di accompagnarla.
Ci rechiamo verso la toilette delle signore e notiamo che ci sono almeno due donne inginocchiate che stanno facendo un pompino ad altrettanti uomini, uno a fianco all’altro, proprio davanti all’ingresso.

“Scusateci, la signora deve passare” chiedo permesso.
“Ah, uh, SIII, dai, tutto in gola, siii” le risposte.
Non si passa. Almeno, non adesso.
“Fra, vieni andiamo a quella degli uomini, faccio io la guardia.” le dico e ci dirigiamo verso la cabina di fronte.
Apro la porta e ci sono altre due coppie occupate a trombare a pecorina con le donne appoggiate ai due lavandini.

“Dovrei andare al bagno, scusate!” dice Francesca.
Si, ok. Bella, spostate che famo passà ‘a signora. Scanzete co’ quer culo, e movite. La scusi signo’, questa è bulgara e mica ce capisce molto l’italiano, ma er cazzo je piace, oh se je piace… Er marito qui se sta a scopa’ a donna mia, così se fa ‘na ripassatina anche lui de italiano, è vvero amo’?

Sbottiamo a ridere come matti.
Riesco a far entrare nel bagno Francesca.
“Amore, non c’è carta, me ne prenderesti un pezzo nell’altro bagno?”
Tenga dottò, qui c’è n’rotolo. Ah bella, passame ‘n’po’ quel rotolo de carta che je lo damo ar dottore che je serve pÈ la signora. Tanto a noi nun ce serve che me pulisci tu co’ ‘a lingua, no?
Altra risata di cuore.
Amo, questo me lo sta a appizzà ar culo. Che famo, je lo do’ o no? Tanto è pure piccolo e manco o sento a questo…
Da film.

“Francesca, famolo strano!” e giù a ridere come scemi, mentre lei apre la porta ancora con le mutandine alle caviglie piegata in due dalle risate.

“E niente, amore, me le sono sporcate mentre ridevo!” dice.

“TE LA SEI FATTA SOTTO???” le chiedo divertito.

“Ma no!!! È che mi sono scivolate per terra mentre ridevo. Dai, le tolgo e le metto in borsa. Ah, già, ma qui in borsa non entrano!” e mostra la pochette. “Non qui dentro, almeno.”
“Vabbè, dalle a me. Ci penso io.”
Le ripiego accuratamente e le metto nella tasca posteriore dei pantaloni. Sono talmente piccole e sottili che quasi non si sentono.
“Beh, buona sera e buon proseguimento, signori” rivolto alle due coppie.
Dottò, non se lasci fregà. Qui ‘so tutti assatanati. La settimana scorsa io e mia moglie se ne semo passate sei de coppie, e tutte e sei se le semo dovute incula’ perché senno’ nun ce lasciaveno anna’… Te lo ricordi Jessica?”
“E come no, Iva’. Ancora me sta a fa male er culo. Però sta settimana ho cacato mejo, o sai?”
Gessica e Ivano, proprio come quelli di Famolo Strano. Incredibile.

Prendo Francesca sotto braccio e ci ridirigiamo verso il nostro gazebo.
“Ti senti a disagio, amore?” le chiedo.
“Ma che sei matto? Mi sto scompisciando dalle risate. Quei due m’hanno fatto morire!” mi risponde.

“Faresti sesso con loro?”
“No, mai. Non riuscirei. Starei a ridere continuamente. M’immagino Jessica che si toglie la gomma dalla bocca prima di farti un pompino…” e giù un’altra risata.
C’ha messo di buon umore.
Ci sdraiamo giusto in tempo mentre arriva il cameriere con i nostri liquori.
“Il dott. M. (Franco, n.d.A.) mi ha pregato di dirvi che se volete, vi aspetta alla stanza degli specchi. Devo riferire?” ci dice il cameriere
“Gli dica…gli dica che…”
“Gli dica che lo raggiungiamo tra qualche minuto, come abbiamo finito di bere. Grazie!” interviene Francesca.
“Si certamente, signora. Grazie”

“Ora mi spieghi, Fra” dopo che il cameriere si è allontanato.
“Niente, Paolo, sono curiosa. Hai detto che possiamo non fare nulla e decidere di non partecipare ai giochi, ma nessuno ci impedisce di vedere. Guardare e non toccare. Giusto?”
“Ok. Guardare e non toccare. Ma almeno, io posso toccarti? Se mi dovesse scattare la molla… sapere che posso accarezzarti il culo mi tranquillizza…”
“Vedremo” con uno sguardo in tralice.

Finiamo i nostri liquori e ci avviamo verso l’edificio centrale. Entriamo da una porta finestra e ci troviamo in un grande salone con l’angolo bar ed una serie di divanetti. Al barista chiediamo dove sia la stanza degli specchi; ci indica la direzione e ci dice “seconda porta a sinistra”.

Ci appropinquiamo verso la stanza, attraversando un vasto locale arredato con numerosi divani rotondi al centro di altri divanetti normali, come altari del sesso circondati dai banchi dei fedeli guardoni.

Parecchi di questi grossi pouff sono occupati da coppie, trii, mucchi di corpi aggrovigliati in pose serpentine, in trenini del sesso agganciati capo e coda. Mugolii di piacere ed inviti a spingere di più si elevano come tanti peana a Bacco da parte delle Baccanti.
Dorè avrebbe ricavato ottimi spunti per illustrare l’Inferno da queste panoplie.
Giungiamo alla stanza degli specchi.
La porta è aperta.
Al centro troneggia un letto ricoperto di pelle sintetica rossa, le luci rosso arancio si riflettono sulle pareti e sul soffitto interamente ricoperti di specchi che rimbalzano, ripetendole all’infinito, le immagini dei corpi avvinghiati, dei membri sfoderati, delle vulve rigonfie.

Franco e Livia sono impegnati in un 4some con un’altra coppia. Franco sta penetrando la lei dell’altra coppia, che a sua volta lecca ed accarezza la fica di Livia, che nel frattempo spompina l’altro lui.
Ci sediamo ad un angolo, le gambe conserte e le braccia raccolte in grembo.

Dopo qualche minuto di gemiti ed un paio di orgasmi, le due coppie si sciolgono e si separano. Franco e Livia si ricompongono e ci raccontano.

“Era una coppia che abbiamo conosciuto il mese scorso. Per loro era la prima volta in assoluto, sono rimasti a guardarci, poi sono tornati la volta successiva ed hanno fatto sesso tra di loro davanti ad altre coppie, poi hanno accettato le avance di Livia e successivamente abbiamo provato a divertirci in quattro. Però solo oggi si sono lasciati andare…”
“Magari vorreste provare. O magari preferite fare un po’ di baldoria fra voi due mentre noi vi guardiamo e vi proteggiamo da intrusioni indesiderate?” ci chiede Franco, mentre Livia si avvicina ad accarezzare la schiena di Francesca.

“Franco, Livia, non ce ne vogliate, ma a noi questo modo di fare sesso non ci stimola.”
È Francesca che risponde e chiarisce.
“Volete sapere una cosa? Abbiamo conosciuto alle toilette una coppia irreale, assurda, avete presente Famolo strano di Verdone? Ecco, uguali. E si chiamano allo stesso modo, Jessica e Ivano. Bori uguali, ma molto più veraci delle macchiette del film. Ci siamo fatti pazze risate mentre Francesca cercava di andare in bagno. Ecco, quel momento è stato divertente, stavano facendo sesso e ridevano come matti” spiega.
“Personalmente non riuscirei a fare nulla con una coppia così, mi disarmerebbe, ma credo di non essere capace di fare altro in questo momento, in questa situazione.” intervengo.
“Capiamo il vostro sforzo di metterci a nostro agio, ma sinceramente non ci troviamo, non proviamo alcuno stimolo.” concludo, sorridendo ma esprimendo fermezza.
“Eppure eravamo sicuri che avreste provato” risponde Livia.
“Livia, noi abbiamo apprezzato molto il vostro invito” risponde Francesca.
“Non ti nascondo che con Paolo abbiamo cercato informazioni su questo posto, ed è stato abbastanza facile scoprire che è un sito frequentato anche da scambisti.”
“Io non sono bacchettona, non mi vergogno di spogliarmi né chiudo gli occhi scandalizzata se vedo un pisello nudo o assisto ad atti di sesso esplicito.”
“Il sesso mi piace molto, non riuscirei a vivere senza. Ma ciò non significa che debba per forza provare tutto ciò che impatta sulla sfera sessuale.”
“Magari la prossima volta Paolo ed io potremmo essere incuriositi e provare a partecipare passivamente. Ma oggi, sinceramente non me la sento.” conclude.
“Ed io non posso che uniformarmi al desiderio del mio amore” le dico guardandola negli occhi mentre le stringo le mani al mio petto.
“Ciò non significa che non possiamo continuare a frequentarci lo stesso, fuori da qui. Siete persone amabili e simpaticissime. Anzi, mi farebbe piacere avervi a cena a casa la prossima settimana.” dico loro.
“Vi prometto che sapremo farci perdonare per stasera!” mentre abbraccio Francesca forte forte.

E proprio in quel momento, entrano nella stanza degli specchi almeno una decina di persone visibilmente eccitate “Vi serve la stanza, volete partecipare?” ci chiede uno di loro.

“No grazie, noi andiamo” risponde con cortesia Francesca, senza alcuna ritrosia o difficoltà ad interfacciare quel gruppo di persone completamente nude che si toccano, si baciano, si accarezzano senza alcun pudore.
E seguiti da Franco a Livia, che nel frattempo si sono ricomposti, andiamo verso l’uscita.
“Allora, grazie mille per la piacevole serata.”

Saluto affettuosamente Livia e stringo la mano a Franco. Francesca, più ecumenica, abbraccia e bacia entrambi. “Non vi preoccupate, noi ci siamo comunque divertiti!” li saluto, sorridendo al pensiero della coppia di Famolo strano.

Cap. 12 – La camera a tema

Ho chiesto a Francesca di liberarsi per un fine settimana lungo, da giovedì a domenica, da trascorrere assieme approfittando di un incontro di un paio di giornate presso il Datacenter di ENI a Ferrera Erbognone, ove c’è uno di più potenti supercomputer del mondo alimentato soprattutto da energie rinnovabili.
La nostra azienda aveva stretto un accordo di collaborazione con ENI per l’impiego del loro supercomputer per la verifica di alcuni algoritmi di intelligenza artificiale nel campo della bio-ingegneria.
Mi attendevano alcune riunioni indirizzate a definire le risorse da impiegare, i tempi di accesso, le finestre di impiego, i criteri di sicurezza: insomma, tutta una serie di procedure e processi da definire ed attivare in vista dell’impiego di quella bestia da 50 PetaFlOP, un numero rappresentato da 50 seguito da 15 zeri…insomma, tipo i fantastilioni di Zio Paperone.

Avrei potuto andare da solo ed alloggiare in uno dei B&B prossimi alla sede di ENI, passare l’intera giornata nei loro uffici, mangiare a pranzo alla loro mensa e a cena in uno dei ristoranti di zona.
Ma l’idea di poter passare qualche giorno tutto per noi assieme a Francesca mi ha spinto a cercare una soluzione che mi consentisse di partecipare a quegli incontri e nel contempo, godere della sua presenza.
Avevo deciso quindi di cercare una sistemazione carina, sfiziosa, abbastanza vicina al sito ENI e nel contempo, vicina alle città di Alessandria, Tortona e Voghera.
Ma non volevo andare nel solito hotel 4 stelle dall’arredamento banale, le saponette dozzinali, i flaconcini di shampoo e bagno schiuma da discount e gli asciugamani che puzzavano di acido acetico.

Mi feci aiutare dalla mia segretaria, tedesca trasferita da piccola in quelle parti e che aveva vissuto lì fino a pochi anni prima, mentre era ancora sposata al suo ex marito.
“Karla, mi cerca per favore qualcosa di sfizioso per due persone in zona Tortona-Voghera-Alessandria?”
“Qualcosa che non sia il solito albergo, per favore” le chiesi.
“Scusi se mi impiccio, dottore, ma va con sua moglie o con …” lasciando intendere un viaggio di piacere e non di lavoro.
“Karla, ha forse dimenticato che sono divorziato?” le rispondo un po’ piccato. Ma poi mi rendo conto che lei sta facendo il suo lavoro, che è quello di gestire la mia agenda e di risolvere le mie necessità logistiche.

Allora con un sorriso le spiego: “Karla, scusi, sono stato un po’ brusco. Le spiego. È qualche mese che frequento un’amica…”
“Si, la signora Francesca, lo so…” e fa un sorrisino ad intendere “ma che ti credi che dormo in piedi?”.
“…una cara amica…Vabbè, mi ha capito!” e le faccio l’occhiolino.
Karla annuisce. È fatta, ho recuperato la posizione.
“Allora, le dicevo, mi piacerebbe che lei mi trovasse un albergo, un B&B, un agriturismo, scelga lei, una cosa simpatica, non pretenziosa come i 4/5 stelle internazionali tutto fumo e niente arrosto, non so se mi spiego.”
“Qualcosa che abbia un centro benessere, stanze ampie, doccia ampia…” e ora sono io che le faccio l’occhiolino.
“Ho capito dottore, e ho la soluzione, anzi, due soluzioni per lei.” ricambia l’occhiolino.
“Sono due motel con stanze a tema, ottime per…diciamo, serate romantiche con la propria metà…”.

Chiarissimo!
“Mi scusi Karla, ma lei come conosce queste strutture?” domando incuriosito.
“Beh, diciamo che dopo che ho scoperto che il mio ex-marito mi tradiva, mi sono vendicata con il mio Freund mit Bonusleistungen…”
“Froindeche???” la interrompo.
“Scusi dottore, come dite in Italia friends with benefits?” domanda.
“Ah, amici di letto… beh, usiamo un altro termine…” e lascio cadere la frase.
“Si… ecco, voi dite trombamici, ecco” ammette Karla.
“Capito…” e sorrido. Karla è una bella signora over 50, ben portati, classico tipo tedesco, bionda, alta, seno imponente, bel portamento, curata senza strafare. È di Monaco di Baviera, e d’inverno l’ho vista spesso in loden con il cappello con la piuma di pernice.
“Mi dica da che giorno a che giorno, vediamo cosa c’è disponibile” mi dice Carla.
“Le date? Quattro notti da mercoledì sera a sabato sera compresi, partenza domenica mattina”
“Gradisce andare in treno o in aereo, dottore?”
“Direi in treno fino a Milano e poi auto a noleggio da Milano. Un’auto media tipo la Punto, la Fiesta, la Tipo, non una Smart, mi raccomando, vorrei che la potesse guidare anche la mia amica. Mi raccomando, cambio automatico e aria condizionata!” le ricordo.
“Dottore, mi servirà la patente della signora Francesca per aggiungere la guida.” mi ricorda.
Ah, l’efficienza teutonica…

Dopo qualche minuto Karla ritorna con una serie di stampe; sono alcune foto delle suites che ha trovato. Indubbiamente molto interessanti…
Rimango colpito da una in particolare, chiamata Grotta Verde, con piscinetta idromassaggio, bagno turco, doccia a vista ed un enorme letto rotondo.
Chiedo a Karla di prenotarla e di far trovare in stanza una bottiglia di Gewürtz Traminer bella fredda assieme a qualche stuzzichino, considerato che saremmo arrivati in serata.

Poco dopo arriva sulla mia casella di posta elettronica la mail con la conferma della prenotazione della camera, con il biglietto elettronico del treno Italo e la conferma della prenotazione della auto a noleggio gruppo C.

“Karla, ma avevo chiesto una gruppo B. Vedo una gruppo C, come mai?”
“Dottore, non ci sono gruppo B automatiche. Ma non si preoccupi, mi hanno dato una gruppo C allo stesso costo. La signorina che mi ha risposto era anche lei bavarese, e mi ha fatto un piacere…” risponde Karla soddisfatta.
L’ho sempre detto: è un portento, se non ci fosse dovrebbero inventarla.

Sono le due e un quarto di mercoledì pomeriggio, sto aspettando Francesca che dovrebbe arrivare a momenti alla stazione Tiburtina. Il treno Italo arriva alle 14:50.
Abbiamo tutto il tempo, se Francesca non ritarda…
Il traffico in zona è pazzesco, nella notte ha piovuto moltissimo e le caditoie, mai pulite, non hanno ingoiato l’acqua che ha formato laghetti profondi una spanna al posto delle strade.
Avevo suggerito a Francesca di partire direttamente dalla casa famiglia alla Rustica con un tassì, visto che la sua valigia l’aveva già lasciata a casa.
A quanto pare, nonostante l’ampio anticipo sembra che possa arrivare in ritardo, causa traffico impazzito.
Suona il telefono. È lei. Rispondo immediatamente.
“Amore mio dove sei?” le chiedo.
“Paolo, sono bloccata sulla Tiburtina. Il tassì si è piantato in una piscina d’acqua all’incrocio con via Ottoboni, e non riparte!!!”
“Non posso nemmeno scendere e venire a piedi, perché ci sono almeno trenta centimetri d’acqua che è entrata dallo sportello…ho i piedi a mollo!”
Sento la sua disperazione emergere dalla voce.

A signò, a che ora ce l’ha sto’ treno?” sento chiederle dal tassista.
“Alle 14:50!” risponde.
So’ le 14:25, mo’ vedemo se c’è un collega che je po’ da’ ‘na mano” e si attacca alla radio di bordo chiedendo un trasbordo urgente.

Tempo cinque minuti e si accosta, proprio accanto allo sportello di Francesca, un gippone Mitsubishi a ruote alte.

Ah signo’, er collega era smontato e ce la porta lui co’ la maghina sua. A me me paga la corsa fino a qui. So 15 euri. Poi a lui se vole je da’ quarcosa pÈ ‘lla benza che quello consuma come ‘n’addannato!”.
Francesca, sorpresa, paga con venti euro “Lasci perdere il resto, scappo. Grazie Grazie Grazie!!!” e si infila al volo nel gippone senza bagnarsi i piedi.
Ah signo’, giusto perché è l’amico mio che è uno bbono dÈ core. Annamo de corsa che sennò perde er treno.
“Grazie anche a lei. Mi dica subito quanto le devo!”
E chemme deve da’? Nun me deve da’ gniente, sto’ a ffa’ ‘n piacere a n’amico e ad una bella fre… volevo di’, a ‘na bella donna.

E parte di gran carriera sollevando un muro d’acqua.
Fortunatamente, quell’allagamento ha bloccato il traffico in direzione della stazione, la strada è praticamente libera. Tempo cinque minuti e scarica Francesca all’ingresso, proprio davanti a me.
Aiuto Francesca a scendere, le prendo la sacca a mano, saluto ringraziando l’autista e scappiamo dentro. Sono le 14:45, il treno sta per arrivare.

Il treno Italo 9940 delle ore 14:50 è in arrivo al binario 7 anziché al binario 14. Si pregano i signori passeggeri di allontanarsi dalla riga gialla”.

Per fortuna il binario 7 è uno dei primi. Prendiamo al volo la scala mobile ed arriviamo proprio mentre si stanno aprendo le porte automatiche.
“Carrozza 1, in testa. Non ce la facciamo, saliamo qui e la raggiungiamo da dentro.” le dico.
Salgo sulla carrozza 8 a metà treno circa con i due trolley e aiuto Francesca a salire: ce l’abbiamo fatta! Finalmente posso baciarla.

Ci sistemiamo nel salottino di prima classe che Karla mi ha prenotato. Quella donna è un diavolo!
Passa il servizio VIP che ci porta da bere, uno spuntino ed i quotidiani del giorno.
Il viaggio scorre leggero, ci fermiamo ad osservare il panorama assolutamente fantastico della campagna che si tinge dei suoi colori più belli, quelli dell’autunno.
Dopo le fermate di Firenze, Bologna e Reggio arriviamo infine a Milano Rogoredo, tristemente famosa per la fauna di tossici che popolano i parchi che circondano la zona. Fortunatamente non è molto tardi, alle sei del pomeriggio è ancora giorno e comunque c’è un buon controllo di polizia.
Ci rechiamo al desk dell’Avis subito fuori della stazione, facciamo al volo le pratiche di consegna dei documenti e delle patenti per la registrazione, ed attendiamo la nostra auto.
Ci consegnano una Giulietta Alfa Romeo nuova di zecca, con gli interni che ancora profumano di cere e plastiche appena montate.

L’addetto mi comunica che hanno fatto appena in tempo a togliere le plastiche dai sedili anteriori, e che se non ci comporta problemi, ci potrebbero consegnare subito l’auto ma con le plastiche protettive ai sedili posteriori.
Rispondo che va bene così e che non è un problema. Controllo che il serbatoio sia effettivamente pieno a 8/8 e che i documenti abbiano riportato il giusto numero di targa. Carichiamo quindi i nostri bagagli nel baule, anch’esso ancora incellophanato, e partiamo alla volta della tangenziale, direzione A7.
C’è un po’ di traffico ed il navigatore riporta circa venti minuti di ritardo a causa di un incidente in direzione sud.
E va bene, invece di arrivare alle sette e mezza arriveremo alle otto di sera.
Avviso telefonicamente del ritardo la reception che ci spiega la particolare procedura di check-in da seguire.

Sono le otto passate, l’incidente era più grave del previsto e siamo dovuti uscire dall’autostrada e poi rientrare al casello successivo.
Alla fine, quel che conta è che siamo arrivati.
Ci rechiamo al nostro albergo.
In realtà, non è un albergo ma un lussuoso motel, il Motel K.

Ho scoperto, dopo aver girovagato su google, che il Motel K è una location particolare molto amata da coppie in cerca di stimoli nuovi senza dover cedere a partouze, scambi, ecc.
È però vero che alcune suite sono utilizzate per accogliere anche 4 persone, e avevo letto che in certe suite avvengono frequenti scambi…
Non ho detto nulla di tutto ciò a Francesca, perché non avevo alcuna intenzione di proporle nulla se non un’occasione per stare insieme per qualche giorno, lontano dalla routine romana.
Comunque, ho seguito la procedura di check-in indicata: siamo andati alla nostra piazzola, abbiamo suonato il campanello, è venuto un addetto che ha prelevato i nostri documenti, fatto un immobilizzo del valore di un pernottamento sulla carta e, all’ok, ci ha consegnato una coppia di chiavi elettroniche per accedere al box coperto e alla suite.
Ci ha anche lasciato le istruzioni su come attivare piscinetta e bagno turco.

Devo dire che dal vivo, la suite faceva un’impressione ancor più viva: un locale di oltre 100 mq, con spazio a dismisura e …lusso dappertutto.
Francesca è rimasta molto colpita e sorpresa. Mi ha confessato che si aspettava una stanza tutta specchi piuttosto che un simulacro di grotta con piscina idromassaggio ed enorme letto rotondo…

Ad ogni modo, mentre Francesca disfa i suoi bagagli e si fa una doccia, io chiamo la reception e chiedo se è possibile cenare in stanza. Mi risponde una cortese receptionist che mi suggerisce di scegliere dai pieghevoli con trovo in stanza un menù di mia scelta e che provvederà a farcelo consegnare a breve.
Decido per entrambi per uno spuntino leggero, un tagliere di formaggi, un carpaccio di manzo con patate arrosto, una bottiglia di rosso ed un dolce a testa.

Mentre attendo che la cena venga servita, raggiungo Francesca in bagno. La doccia a vista è di per sé spettacolare; con Francesca dentro, è un capolavoro da gustare.
Mi spoglio al volo e la raggiungo.
Ci laviamo reciprocamente accuratamente, soprattutto le nostre parti intime che rispondono immediatamente alla stimolazione.
Ci laviamo i capelli, ci sciacquiamo dal sapone, ci frizioniamo, alternando carezze e baci.
È un fantastico momento di intimità, ma decidiamo di non concederci ancora, riservandoci il piacere per dopo.
Le propongo di infilarci nella piscina idromassaggio in attesa della cena.

Francesca accetta di buon grado e mi precede. Vederla camminare da dietro, con quel culo da favola in evidenza, è uno spettacolo impagabile. Ma è la sua essenza, la sua sollecitudine, il suo prendersi cura di me che la rende perfetta ai miei occhi.
Ormai “sono del gatto”, come dicono alcuni amici etruschi. Francesca mi ha stregato, sono innamorato perso di lei.
E so che lei inizia a provare per me i medesimi sentimenti, e questi intervalli, questi iati al tran-tran quotidiano non fanno che rafforzare la nostra passione reciproca.
Sono eccitato, ho voglia di fare l’amore, ma ancor più ho voglia di lei, come donna, come compagna di vita, come complemento a uno della mia esistenza.
Anche lei lo manifesta.

Mi abbraccia e mi stringe a sé, poi prende la mia testa tra le sue mani ed inizia a baciarmi sempre più passionale, con un trasporto che mi lascia senza fiato, il cuore a mille che mi balla in petto.
Per fortuna sentiamo il trillo del passavivande, è arrivata la nostra cena.

A fatica mi stacco dal suo amplesso, vorrei continuare a perdermi tra le sue braccia, ma mi faccio forza e vado a prendere i due vassoi che poggio sul tavolino già apparecchiato.
Poi vado a prendere l’accappatoio e lo apro per farlo indossare al mio amore. Glielo chiudo da dietro ed inizio ad asciugarla, con delicata intensità, quasi avessi paura di romperla.
Poi infilo anche il mio ed accompagno Francesca al tavolo, le sposto la sedia e l’aiuto a sedere.

Iniziamo la cena.
Non guardo ciò che mangio, i miei sensi ed il mio sguardo sono concentrati su di lei, e altrettanto lei su di me.
Nel frattempo, proviamo a formulare un primo commento sulla struttura.

“Allora, che ne pensi amore?” le chiedo.
“Molto bella, molto particolare. Non pensavo esistessero delle stanze così.” mi risponde.
In effetti, fin dal nostro arrivo è rimasta sorpresa e dalla dimensione della suite e di quanto presente: la piscina idromassaggio, la sauna/bagno turco, un letto enorme, la doccia enorme con la cromoterapia, uno schermo enorme ai piedi del letto…

La cena corre veloce, dopo una ventina di minuti si alza lei impedendomi di muovermi e provvede a governare il tutto riponendo stoviglie, posate e roba sporca negli stessi contenitori in cui ci erano stati recapitati i cibi, e quindi nel passavivande.

Le chiedo se voglia rimettersi in idromassaggio o se preferisce un massaggio sul letto, o ancora vedere qualcosa in tv appoggiata a me.
La risposta è banale: la sua coccolite supera la mia, ed è tutto dire.
Scegliamo dal catalogo un film che né io né lei avevamo ancora visto, uno dei tanti titoli americani disponibili sia su Netflix che su Prime, ed iniziamo la visione, stesi uno a fianco all’altro, nudi sotto le coperte.

Ho uno stimolo urgente, devo alzarmi per andare alla toilette, faccio quel che devo e mi rilavo accuratamente. Non vorrei che, nel caso dovessimo fare qualcosa, ci sia la minima traccia di sporco.

Al mio ritorno Francesca mi sta aspettando fuori dalle coperte, le gambe languidamente aperte, una mano che si accarezza il seno, l’altra che titilla clitoride, grandi e piccole labbra.
“Ti aspettavo” mi dice.
Mi basta un secondo. La mia reazione è immediata.
Sono pronto per lei.
Mi butto sul letto tra le sue gambe ed inizio a leccarla con la massima attenzione, dedicando tempo al clitoride, alle piccole labbra, alla vagina, allo sfintere, ora accelerando, ora succhiando, aiutandomi con il naso, le dita, il mento. La sua eccitazione è evidente. Stille di umori densi colano dalla sua vagina bagnandola tutta. Il suo petto si alza e si abbassa ritmicamente, alternando contrazioni del ventre, mentre la penetro con le dita alla ricerca del suo bottone rugoso.

Ora si smarca dalla mia presa, mi spinge sul letto a pancia in su e si getta su di me.
“Ora tocca a me, voglio il dolce anch’io” mi dice, mentre si dedica con passione al fratellone.
Lo lecca per tutta la lunghezza, da sopra a sotto, ancora lo scroto, il mio sfintere, e poi indietro da capo verso la cappella. Nessun centimetro è omesso, tutto il mio inguine è leccato, succhiato, baciato, carezzato.

Poi lo prende in bocca, scendendo piano piano, un centimetro alla volta, fino a che non arriva con le labbra alla radice. Ed inizia letteralmente a scoparmi con la gola, sento le contrazioni della glottide sulla mia cappella. Poi lo tira fuori, lucido e colante di saliva, sembra assurdo che lo riesca ad ingoiare tutto. Lo massaggia ancora con la mano e con la lingua, stuzzicandomi il frenulo, e ancora lo inghiottisce come un illusionista con la spada.
Dopo un po’ abbiamo entrambi voglia dell’altro.

La prendo a missionaria, inserendo la mia asta dentro il suo umido sesso che pulsa ad ogni mia spinta.
“Sto per venire, amore!” le dico.
“No! Fermati!” quasi urla e nel contempo sento una serie di contrazioni alla base della cappella: sono i suoi muscoli vaginali che mi serrano e mi ricacciano indietro nel pianoro del piacere lontano dalla vetta dell’estasi.
E ricomincio piano ad entrare ed uscire mentre con le dita la stimolo esternamente. Il suo clitoride ha la dimensione di un cecio, le grandi labbra sono gonfie e lucide per quanto è tesa la pelle.
Anche lei è vicina, ma a differenza mia, so che lei può venire più volte di seguito.

E infatti un primo orgasmo la squassa. È quasi un urlo di dolore, seguito dal mio urlo quando mi pianta le sue unghie sulla schiena. Mi ha fatto male!!!
Ma continuo, non mi interessa.
Proseguiamo in questo modo e dopo due, tre ulteriori pause per allontanarmi dall’orgasmo, sono oramai in controllo. Sto godendo da matti, la mia erezione è rabbiosa e costante e chiede tributo all’accogliente sesso di Francesca.
Viene altre due o tre volte a distanza di pochi minuti uno dall’altro.
Al quinto orgasmo (ed alla quinta serie di unghiate sulla mia schiena!) decide di voltarsi e mi dice: “Ti prego, mettimelo nel culo, ma fai piano però!”.
Sono sorpreso, è la prima volta che me lo chiede.
Ma ogni suo desiderio è un ordine, per me, e mi sacrifico per lei…
Mi faccio lubrificare un po’ con un profondissimo deep-throat (che già mi manda in crisi!) da cui il mio membro esce grondante di saliva densa.

Poi la metto a quattro zampe ed inizio a leccarla e ad infilarle piano piano prima un dito, poi due, e le distendo i muscoli dello sfintere mentre con l’altra mano continuo a carezzarle il clitoride. Quindi appoggio con delicatezza al suo sfintere appena dilatato la punta della mia cappella, ed inizio a spingere.
La sua prima reazione è quella di serrare e di sputarmi fuori. Poi mi prende con la mano e mi guida verso il suo buchetto, lo appoggia e poi ci si butta letteralmente contro.
Le sussurro in un orecchio “ho paura di farti male, lascia perdere”.
Ma lei si impunta, sento che lo vuole e continua a spingere fino a che il suo sfintere non cede e si dilata per accogliermi.

Lei trasalisce un momento, come se le avessi fatto male, e quindi mi fermo. Sto per uscire ma mi blocca a sé: “No, no, non uscire. Aspetta!” e continua a bloccarmi con le mani a lei mentre sento che piano piano i suoi muscoli anali si rilassano.
Piano piano il mio membro si fa strada nel suo anfratto, che via via diventa sempre più capiente.
Anche Francesca pare apprezzare molto. Inizia a partecipare attivamente muovendo il bacino ritmicamente verso di me. Ad un certo punto, la sua mano destra scende ad accarezzarsi e poi a stimolare sempre più intensamente il clitoride.

“Adesso scopami il culo per bene, ORA!!! DAI!!!” urla, sommersa dal piacere.
Me ne rendo conto, e allungo anch’io la mia mano cercando di infilarle un paio di dita nella vagina. Non faccio in tempo a farlo che sento un fiotto di liquido caldo che mi inonda la mano mentre forti contrazioni mi stimolano ulteriormente tanto da farmi venire dentro di lei.

Urliamo entrambi dal piacere: è come se una bomba fosse esplosa tra le nostre gambe, e nella detonazione ci avesse fatto fondere l’uno nell’altra.
Crolliamo sul letto, fianco a fianco, e ci abbracciamo stretti fino a che Morfeo stende la sua coperta su di noi mentre Cupido soddisfatto volteggia sulle nostre teste.

Cap. 13 – Tornando a casa

Avevamo festeggiato il nostro primo anniversario con un paio di giorni in Umbria tra Foligno e Montefalco.
Avevo approfittato della partecipazione ad un convegno sul Cloud della Regione Umbria per fare una breve gita enogastronomica appunto a Montefalco per degustare i due campioni del luogo: il Sagrantino ed il Rosso.

Avevo fatto prenotare da Karla nell’albergo nei cui saloni si svolgeva l’evento, il Palazzo Bontadosi, un albergo ricavato in un palazzetto del ‘400 successivamente riadattato e semi riedificato nel ‘800.
La peculiarità di questo albergo era quella di avere una SPA con una vasca di acqua naturale solforosa, intercettata da una fonte sottostante, che era ottima per lavacri e per disinfettare la pelle.
Arrivammo il tardo pomeriggio dopo il convegno, affamati perché a pranzo in pratica non avevamo toccato cibo, nonostante il buffet riservato ai partecipanti al convegno ed ai relatori.
Un rapido salto in camera, una doccia (assieme!) e poi, rinfrescati e cambiati, scendemmo nei saloni ricavati nella hall ove era presente la degustazione.

Vi erano una decina di stand di altrettanti produttori locali, da quello a gestione familiare all’industria con decine di dipendenti. Centinaia di bottiglie in bella mostra e assaggi accompagnati da taglieri di salumi e formaggi locali con pane e focacce freschissime.
All’ingresso del percorso ci fornirono di due calici Borgogna, un tipo di bicchiere molto panciuto, in grado di far arieggiare il vino ed esaltarne le qualità ed i profumi.
Non sono un esperto, ma mi piace il rosso ed il Sagrantino è nella mia personale Top 5. Avere la possibilità di scegliere tra tante bottiglie quella di mio maggior gradimento fu una piacevole esperienza.
Purtroppo, dopo quattro o cinque assaggi, nonostante l’accompagnamento di pane, formaggi e prosciutto locale, ho dovuto dare forfait. Francesca aveva già passato la mano al terzo assaggio.
Decidemmo pertanto di andare a mangiare un boccone in una taverna appena girato l’angolo.
Francesca era sull’allegro spinto, il vino le stava facendo un effetto magnifico, allentandole i freni inibitori normalmente tirati stretti.
Era loquace, più del solito, quasi ciarliera, e fece conoscenza con una coppia nostra vicina di tavolo, anch’essi a Montefalco per la sagra del Sagrantino.

Chiacchierammo dei nostri figli.
“Ma voi quanti figli avete? Quattro?” e dovetti spiegarle.
“Io ho due figli dal mio primo matrimonio. Anche Francesca ha due figli dal suo precedente matrimonio” spiegai.
“Ma allora siete sposati?” chiese.
“No, no. Ma festeggiamo stasera il nostro primo anniversario da quando ci siamo conosciuti” aggiungo, mentre prendevo la mano di Francesca e la stringevo nella mia, guardandola carico di amore e passione per questo dono del Signore.

Il marito della signora si alzò, versò del vino nei bicchieri e disse: “Permettetemi di brindare al vostro anniversario. Sono un terapista di coppia e riconosco al volo le coppie problematiche e quelle di successo. E se mi permettete, il vostro problema è che… vi amate troppo, se fosse veramente un problema!” esclamò.
Francesca arrossì un po’, levò il calice, toccò il mio, si avvicinò e mi baciò le labbra con delicatezza e pudore. Un castissimo bacio pregno di significati che solo io potevo decodificare.
Altra mezz’ora di chiacchiere, scambio di telefoni e ci avviammo, un po’ malfermi, verso l’albergo.
Ho ricordi nitidissimi di quel che successe poi, come fosse avvenuto ieri.
Salimmo in camera e mentre Francesca era in bagno a prepararsi per la notte, mi feci coraggio e tirai fuori dalla sacca il pacchettino con il mio pensiero di anniversario.

Ero passato in una gioielleria, deciso a prendere qualcosa che rappresentasse il mio amore per lei.
Visto il rapporto non ufficiale, la regola avrebbe suggerito una collana, un bracciale, un paio di orecchini.
Ma io volevo significarle il mio amore, una promessa da far evolvere verso qualcosa di definitivo, quando e se ne avesse avuto voglia.
Decisi pertanto per un anello.

Aiutato dall’artigiano a cui mi ero rivolto, scelsi una vera di oro bianco con un piccolo rubino rosso sangue e cinquantadue rosette di brillante, uno per ogni settimana passata assieme. Una cosa non troppo appariscente, che chiesi di realizzare ad hoc, ma nel contempo carica di profondi significati, almeno per me.
L’astuccio in cui mi era stato consegnato era semplice, piccolo e discreto, ma ovviamente tradiva l’essenza del regalo stesso.
Attesi quindi che Francesca uscisse dal bagno,

Si aprì la porta e uscì una dea racchiusa in una stupenda camicia da notte in raso lunga fino ai piedi, con un profondo scollo a V sul davanti che arrivava quasi fino alla pancia ed un enorme, profondissima scollatura sulla schiena, sottolineata da un fiocco proprio all’altezza del coccige, ove essa terminava.
Ebbi un mancamento, la sua bellezza mi toglieva il fiato. Per un attimo mi sentii perso.
Poi ripresi immediatamente il controllo, mi alzai dalla poltrona in cui mi ero seduto, la presi per mano e la condussi accanto al letto.

Poi, con fare distratto tolsi di tasca il pacchettino e glielo diedi.
“Un pensiero per te!” le dissi, cercando di dissimulare la mia emozione.
Francesca portò la mano alla bocca per il classico gesto di stupore.
“Volevo che questa nostra ricorrenza avesse un senso. Non è una promessa di matrimonio, la mia. Almeno, non in senso stretto.” le dissi.
“Però con questo mio pensiero, ti sto promettendo che mi impegnerò a proteggerti, a curarti, a desiderarti, ad amarti come se fossimo sposati. E spero che tu approvi questo mio desiderio e che lo condivida.” le dissi con voce roca.
Senza una parola, si alzò e mi abbracciò con foga, mi baciò, mi abbracciò ancora più forte e scoppiò in un pianto a dirotto.
Nascondendo il viso sulla mia spalla, in breve le sue lacrime mi bagnarono il collo della camicia.
Ricordo che le presi il viso tra le mie mani e la baciai delicatamente sulle labbra, poi la misi a sedere sul bordo del letto, mi inginocchiai, le presi la mano sinistra e le infilai all’anulare l’anello della mia promessa d’amore.
Francesca mi lasciò fare, poi guardò la mano, mi guardò ancora e, alla fine, esclamò: “Ce l’hai fatta! Non aspettavo altro. Se avessi tardato ancora un po’, lo avrei fatto io al posto tuo, sai?” e mi fece l’occhiolino.
Quella notte facemmo l’amore una sola volta, ma ci addormentammo abbracciati stretti e così ci risvegliammo la mattina dopo.

Avevo prenotato l’accesso alla SPA subito dopo la colazione.
Andammo quindi nel seminterrato e attendemmo il nostro turno. Una inserviente ci dette degli accappatoi e ci invitò a spogliarci e ad immergerci in quella vasca di acqua calda e non particolarmente invitante.
Facemmo un po’ di terapia immersi nell’acqua e coperti solo da un perizoma in carta, ma dopo una mezz’oretta Francesca volle uscire e rientrare in camera.
Un velo di tristezza ombrava il suo viso, ma non riuscivo a capire a cosa fosse dovuto fino a quando non ricordai: era l’anniversario della morte del suo papà.
La sua tristezza un po’ mi contagiò, ma capii che non aveva intenzione di farmi pesare la situazione, anzi, mi chiese di andare a fare un giro per il paese.

Nel frattempo, mi chiamò la mia segretaria e mi disse che l’amministratore delegato mi aveva cercato con una certa urgenza e che aveva fissato una video-conferenza nel tardo pomeriggio.
Avevo giusto il tempo di rientrare a Roma, lasciare Francesca a casa e fare un salto in ufficio.
Ebbi però un’idea.
Comunicai a Karla di spostare più tardi possibile la call e di organizzarla in modo che la potessi fare da casa, con comodo.
Dopo ciò, dissi a Francesca che saremmo rientrati un po’ prima per via di quella video conferenza. Accettò senza alcuna ritrosia, consapevole del fatto che il dovere è il dovere.
Decisi di fare tutta la Flaminia anziché passare per la E45, e giustificai a Francesca questa scelta con il desiderio di fare un piacevole giro in macchina, senza troppa fretta.

Francesca accettò senza convinzione, persa com’era nei suoi pensieri.
Forse non si sentiva molto bene, sta di fatto che si addormentò dopo poco accoccolandosi sul sedile, peraltro comodo, della Citroën DS.

Mentre dormiva, divagavo e cercavo di capire se la sua tristezza fosse dipesa da me, in qualche modo.
Ma più mi arrovellavo, e più avevo la certezza di non aver fatto alcunché che la potesse aver ferita. La causa del suo dispiacere era altro. Forse era veramente triste per il papà.
Dopo poco più di un’ora e mezzo, arrivai al cancello del Cimitero di Prima Porta, dove sapevo che era la tomba del papà di Francesca.

Proprio in quel momento, Francesca si svegliò, si guardò un po’ in giro e stupita mi chiese: “Ma dove stiamo? Ma che ci facciamo al cimitero?”.
“Pensavo che avessi piacere a venire a salutare tuo padre” le risposi.
Mi guardò con sorpresa mista a gratitudine, mi chiese di fermarmi un momento fuori, scese e corse ad un banchetto di fiori. Tornò dopo qualche minuto con una rosa rossa.
“A papà piacevano molto le rose rosse, le regalava sempre a mamma, tutte le settimane una rosa, tutti i giorni almeno un fiore. E quando stava male, prima di morire mi disse: «Ricordati di portare un fiore a mamma, ogni tanto, come facevo io quando potevo. Mi raccomando. Ma non un fiore qualsiasi, una rosa rossa. Come quelle che piacevano a me». E ora gliene voglio regalare una io.” concluse.
Mi indicò la strada per arrivare alla tomba.
Scendemmo dall’auto e la presi sottobraccio mentre ci avvicinavamo alla lapide.
Francesca si liberò della mia presa, fece un passo avanti e si chinò per poggiare la rosa sulla lapide.
“Povero papà mio, quanto mi manchi” la sentii mormorare. Poi si allontanò con un vaso pieno di zeppi di fiori secchi, in cerca della fontanella dell’acqua.

Rimasi un momento in disparte, cercando di non apparire troppo invadente, Poi, vedendola ritornare con il vaso ripieno, andati verso di lei per aiutarla.
“Dammelo, te lo porto io.” le dissi.
“No, non importa, non pesa, non ti preoccupare” mi rispose,

Le rimasi vicino mentre metteva la rosa nel vaso, e la udii chiaramente mormorare, tra un singhiozzo e l’altro: “Perché mi hai lasciato, papà? Io ho bisogno di te. Chi mi aiuterà quando ne avrò bisogno e tu non ci sei?”
Ebbi una sorta di fitta al cuore. Mi dispiaceva da morire sentirla così afflitta.
Sottovoce ma in maniera chiara risposi alla sua domanda retorica: “Non si preoccupi, signor Tiziano. A Francesca ci penserò io. Glielo prometto!” e detto ciò, le presi la mano e gliela strinsi con forza.
Francesca si girò sorpresa, mi guardò negli occhi e con i suoi occhi pieni di lacrime e di amore, mormorò “Ti amo”.

Cap. 14 – Parigi val bene una messa

In occasione del nostro secondo anniversario ho deciso di regalare a Francesca e a me un viaggio a Parigi.
È stata la prima volta che ci siamo allontanati da casa non per lavoro ma per un viaggio di piacere.
In precedenza eravamo stati un bel po’ in Sardegna in occasione del famoso tavolo a mosaico di Franco e Livia, addirittura Francesca aveva portato con sé suo figlio per una decina di giorni, prima dell’inizio delle scuole, avevamo fatto dei piccoli viaggi per il mio lavoro in Germania e per il suo in Sicilia, ma sempre per brevi periodi, e comunque mai per diletto.

Le ho organizzato pertanto una sorpresa.
Grazie all’aiuto di Karla, impagabile segretaria / amica / confidente, ho prenotato il volo da Roma a Parigi ed il pernottamento in un piccolo hotel boutique dietro alla Madeleine, ad un passo dalle Galeries Lafayette, nel IX arrondissement.

Io non parlo francese con la necessaria fluence e, soprattutto, con il giusto accento. Per questo, ogni volta che sono andato a Parigi, parlare al mio meglio e non essere compresi per definizione, è stata una costante. Sembra assurdo ma nonostante il grandissimo flusso di turisti, a Parigi per i parigini è sempre un peccato mortale essere stranieri e non conoscere il francese perfettamente.
Per fortuna Francesca lo parla con un’ottima pronuncia e grammaticalmente e sintatticamente corretto.
Prendiamo il treno dall’aeroporto De Gaulle fino alla Gare du Nord e poi un taxi fino a Rue Greffhule, la nostra meta. Sono le 10:50 ed il traffico è pazzesco. Nonostante le corsie preferenziali, impieghiamo quasi mezz’ora per percorrere circa tre chilometri: come da Piazza del Popolo a Piazza Venezia.

Ne approfittiamo per parlare un po’ con il tassista, un parigino bisnipote di uno degli autisti che condussero con i loro mezzi i fanti francesi alla battaglia della Marna, che stranamente apprezza i nostri sforzi anche se sembra molto più concentrato sulle cosce e sulla scollatura di Francesca che su quel che diciamo.

Da buon cittadino, ci lascia una lista di indirizzi di ristoranti, locali, boulangerie selezionate da lui stesso, non troppo turistiche ed abbastanza economiche; ovviamente, la pubblicità in quattro lingue del suo tassì e del suo numero di telefono per prenotazioni.
Scopriamo che si chiama Paul e che sua moglie fa lo stesso lavoro di Francesca. Il mondo è piccolo, decisamente.

Arriviamo al nostro albergo, pago la corsa e Paul scarica personalmente i nostri bagagli e chiama con un fischio il garçon addetto. Manda a quel paese un automobilista che non riusciva a passare e sorridente mi saluta e bacia la mano a Francesca.
A votre disposition, madame: appellez-moi si vou aves bisoin de un taxi. Je serai heureux de vous accompagner où vous voudrez”.
Merci beaucoup messieur Paul, nous on vous appellera sans aucun doute!” risponde il mio amore.
Non c’è niente da fare. Questa donna è speciale.

Analoga storia alla reception dell’albergo.
Sfodero il mio miglior inglese (ed in effetti, lo parlo bene, mediamente meglio di tanti europei colti) e chiedo al concierge della mia prenotazione.
Sembra assurdo, ma fa finta di non capire. Guardo con fare interrogativa Francesca la quale interviene e chiede la stessa cosa in francese.

Ovviamente, grandi sorrisi, comportamento sussiegoso, smaccato tentativo di flirt: altri due minuti e lo avrei scannato sul bancone con la biro che mi aveva dato per compilare i moduli.
Ci consegna la chiave e chiama con un cenno il porteur indicandogli i nostri bagagli.
Il ragazzo prende il suo carrello, vi pone i nostri due trolley e la valigia comune e ci guida alla nostra stanza.

Karla mi aveva fatto scegliere tra una stanza nel sottotetto con quattro finestre ad abbaino e vista sui tetti, più grande, oppure una bella stanza con tre finestre d’angolo. Ho scelto il sottotetto, perché più romantique, secondo lei. Speriamo di non dover soffrire il caldo o il rumore.

Lasciamo cinque euro di mancia al ragazzo che ci guarda come se gli avessimo dato un fazzoletto di carta sporco: deve esserci qualcosa di strano in questi parigini.
Approfittiamo per disfare i bagagli, darci una rinfrescata e verificare la conferma della prenotazione della visita al Louvre. Ho personalmente parlato con una guida italiana, una ragazza di Firenze trasferita a Parigi, Mona, fissando l’orario, il tipo di visita e dandole mandato di prenotare lei i biglietti.
Potremmo prendere il metrò o i bus, ma decidiamo di andare a piedi. Sono circa un chilometro e mezzo, una ventina di minuti, passando per alcuni degli scorci più belli di Parigi.

Contatto Mona per telefono e l’avviso che siamo in arrivo. Ci aspetta alla Piramide all’interno del cortile del Museo, al punto di ritrovo per i visitatori con guida ufficiale.
Vediamo una ragazza deliziosa, con i tratti del viso decisamente etruschi e ci avviciniamo a lei. Porta un cartello con su scritto i nostri nomi.
Presentazione, saluti, quattro chiacchiere in attesa del nostro turno. Ci spiega che dopo la laurea in architettura non ha trovato nulla da fare se non la guida turistica a Firenze. Poi un giorno ha incontrato un ragazzo francese, pianista in visita di studio all’Accademia Chigiana a Siena, che aveva chiesto una guida per una visita a Palazzo Pitti, ed è stato colpo di fulmine. Dopo due settimane, Mona ha seguito il suo Clement a Parigi, lasciando padre, madre, sorella e lavoro. Si è messa a studiare bene il francese e dopo un anno ha fatto l’esame da guida turistica accreditata, ed è entrata nel giro degli accompagnatori del Louvre. Bella storia.

Avevo pianificato di visitare soprattutto la Pinacoteca, sperando di fare cosa gradita a Francesca, appassionata di pittura.
Tralascio il giro, sarebbe troppo lungo descriverlo e chi ha visitato il Louvre sa che non bastano due giorni. Solo la Pinacoteca (Departement de Peinture) ha più di 3.000 opere esposte.

Dopo aver accompagnato Francesca e Mona e goduto comunque delle piacevoli ed argute spiegazioni delle varie opere (compreso la visita alla Gioconda, alla fine una mezza delusione, tanto casino per una tavoletta di 30 x 40…) siamo abbastanza stanchi e decidiamo di uscire e di concederci un aperitivo.

Per gentilezza e riconoscenza invito Mona ad unirsi a noi. Ella accetta con piacere e ci suggerisce un posto proprio a Place de la Madeleine dove, oltre all’aperitivo, potremo assaggiare degli ottimi macarons.

Chiacchieriamo del più e del meno, Mona si informa sulle nostre reciproche attività e ci chiede da quanto siamo sposati.
“No, sono solo due anni, stasera, che stiamo insieme. Ho portato il mio amore qui a Parigi per festeggiare assieme la ricorrenza” le spiego.
“MA DAI!!! E non ci posso credere!” esclama Mona.
“Anche io e il mio fidanzato festeggiamo oggi il nostro secondo anniversario!!! Dobbiamo festeggiare assieme!” dice entusiasta.
“Perché no?” risponde Francesca, guardandomi.
Per me va bene, ho solo prenotato un tavolo per due su un baton mouche che fa il tour della Senna. Non c’è molto turismo a Parigi in questo momento, pochi problemi di prenotazione per i luoghi turistici. Lo posso spostare all’indomani.
“Certamente si, amore. A me pure fa piacere! E poi Mona è una toscanaccia simpatica!” e le faccio un occhiolino.

Mona è al telefono con il suo Clement e le sta spiegando la situazione. Parla uno strano connubio di francese e toscano. Immaginate di sentire pronunciare la C aspirata nelle parole francesi, o ascoltare qualcosa del tipo “Oh grullino! O cchesche vòle tu?” è spassoso.

Clement richiama dopo qualche minuto confermando di aver esteso la sua prenotazione in un ristorante abbastanza vicino a dove ci troviamo, a metà strada tra il nostro albergo e il Louvre.
Ci diamo quindi appuntamento di fronte al ristorante alle 20:15 in punto.
Inutile dire che il dress code consigliato è decisamente élégant, raffiné et sophistiqué.

Non è un problema, ho portato in ogni caso lo smoking perché ho in programma di partecipare ad uno spettacolo di gala all’Operà Garnier che prevede per l’appunto il black tie ed il lungo per le signore.

Andiamo in albergo e chiedo alla receptionist, finalmente una persona gentile che parla italiano, se ha il numero di un coiffeur chepossa venire con urgenza a fare un ritocco di acconciatura a Francesca. Lei mi risponde che non c’è bisogno; girato l’angolo c’è un parrucchiere da signora che lei conosce molto bene e che gli chiederà un appuntamento immediato “pour ma chere amie madame Françoise”.

Detto fatto. Tempo cinque minuti Adele, la receptionist, mi avverte che Gaston, il parrucchiere, la sta aspettando e che “si monsieur Paolò veut, il peut arrangére sa tête maintenant”. Arrangiare la testa mi mancava proprio…

Comunque, in pochi minuti siamo entrambi pronti per cambiarci.

Il mio smoking è stato appena rimesso in forma per … naturale accrescimento del giro vita, camicia nuova, un farfallino rosso scuro, quasi amaranto, come unica concessione alla trasgressione.

Francesca è splendida, come al solito, Indossa uno stupendo vestito in velluto nero, lungo, con un vertiginoso spacco laterale, corpetto castigatissimo fino al collo che però lascia la schiena nuda con il coccige appena coperto. Sopra il vestito, un bolerino di velluto nero con collo alla coreana e allacciatura con alamari. Il parrucchiere ha deciso per un’acconciatura semplice ma raffinatissima: uno chignon che esalta il collo sottile ed il viso dolcissimo. Non indossa gioielli se non un set di bracciali di oro bianco, oro giallo e oro brunito con qualche brillantino sulla faccia superiore, orecchini pendant con i tre cerchietti dello stesso colore ma con brillantini sull’intera superficie esterna.
Un paio di sandali neri con tacchi sottili esaltano i suoi piedi, curatissimi. Alla caviglia sinistra, la solita elegante, sottilissima cavigliera.

Uno spettacolo per gli occhi, a quanto pare non solo i miei, visto che, mentre attendiamo il tassì, ho notato un notevole rallentamento del traffico proprio all’incrocio di Rue de Mathurins con Rue Graffhule.

Anche il tassista, anziché attendere in auto, è sceso per aprire lo sportello a Francesca… e a me stava per lasciare a piedi. E vabbè.

Bonsoire, Rue Thérèse, numero 1, s’il vous plait, messieur” esordisce Francesca.

Lo chauffeur osserva quasi famelico dallo specchietto la coscia semi nuda di Francesca, giacché lo spacco del vestito si è ovviamente aperto. “Maintenant, madame. Mercì.
“Ma merci de che??? An vedi questo…” penso, è proprio vero che i francesi ci provano con tutte, peggio dei vitelloni romani. Però riconosco che fino ad ora, sono stati tutti molto charmant, molto affabili. Si vede che ce l’hanno nel sangue.

Arriviamo in brevissimo tempo al locale, esattamente un istante dopo che Mona e Clement sono scesi dal loro taxi.
Clement ha l’aria del bravo ragazzo, appare timido e riservato, ma molto elegante in uno smoking dal taglio moderno e un po’ anticonformista. Mona invece è esuberante, fasciata in un abito rosso a sirena con un ampio spacco dietro che arriva a due dita dal sedere, chiuso da un fiocco di raso rosso che ferma anche la scollatura posteriore del corpetto, che invece davanti esalta il suo seno più prosperoso di quanto non apparisse stamattina in jeans e camicetta.
Anche loro dimostrano di essere molto innamorati.

Ci presentiamo con Clement, che parla un discreto italiano con le classiche inflessioni francesi, inframezzato da parole nella sua lingua natia.
Conferma la mia sensazione. È in effetti un ragazzo molto timido, sicuramente di ottima educazione di base, che saluta Francesca con il baciamano, ma che mi stringe la mano senza vigore, un po’ schivo.
Ci fanno strada per il locale dove un buttafuori di origine africana sbarra la strada a chi vuole entrare se non rispetta le regole del dress code o a chi appare ubriaco o altrimenti squilibrato.
Ci apre la porta e siamo accolti da una ragazza in tubino nero e con chignon che ci porta al maitre de salle il quale, dopo aver compulsato il suo tableau, ci accompagna al nostro tavolo.
I commensali sono tutti molto distinti, tutte coppie più o meno giovanili, ma ci sono un bel po’ di persone anziane o comunque più avanti negli anni di me.

Nell’ambiente ovattato si sentono distintamente voci in francese, inglese, tedesco, italiano, spagnolo, ma anche qualche “Da!” e “spasibo” e “karasho” di chiara origine slava.
Sembra che mezza Europa si sia data appuntamento lì; ma poi, dopo di noi entrano in sala due coppie di cinesi.

Clement e Mona non ci fanno più caso, ma noi romani siamo poco abituati a tutta questi stranieri assieme.
È difficile trovare tante nazionalità in un ristorante, seppur di alto livello, a Roma. O almeno, a me non è mai capitato.
Mi faccio raccontare la storia di questo locale.

Clement mi risponde. “È un locale molto famoso a Parigi, noto per essere molto trasgressivo”. Al che inizio a preoccuparmi. Non ne sapevo nulla e non vorrei che Francesca possa pensare che ho organizzato l’ennesimo tentativo di orgia.
“In che senso, scusa?” facendo la faccia di Verdone.
“Non mi dire che è un privè per scambisti perché sinceramente preferisco andar via. Avreste dovuto avvisarmi!” esclamo un po’ seccato, Francesca mi guarda e mi posa una mano sul braccio per calmarmi. Sa che se prendo cappello, poi mi accendo e divento poco simpatico.
“Aspetta amore, sentiamo prima”.
“No no, ora vi spiego.” ed inizia a parlare velocemente in francese con Mona che stava cercando di interpretare il mio brusco cambio di umore. Francesca capisce ed annuisce tranquilla. Io comprendo solo la metà di quel che dice e lo interrompo con un “E quindi?”.
Interviene Mona che spiega.

“Allora Paolo, Clement vuole spiegarti bene.” inizia.
“Le Chandelles è un locale erotico, dove ci sono scambisti e altri personaggi a cui piace il sesso di gruppo. Ma nulla avviene nella sala da pranzo ove è severamente vietata qualsiasi tipo di effusione. Per quelle attività ci sono sale apposite ai piani superiori.” continua, mentre Francesca annuisce.
“Ciò nonostante, Les Chandelles è anche un ottimo ristorante dove il cibo è molto buono e ricercato e la cantina è molto ricca, anche se non hanno idea di cosa sia il vero vino…” e ammicca all’indirizzo di Clement che ridacchia.
“E Clement aveva organizzato qui per noi perché lo chef è suo zio, fratello della mamma, e perché comunque, un po’ di pepe non ci fa male.” continua.
“In fin dei conti, noi a Parigi abbiamo il Moulin Rouge e le Folies Berger che sono famosi in tutto il mondo, più la nomea della città dell’amore.” spiega.
“Quando finiamo la cena alle 21:30 o alle 22:00, i camerieri sparecchiano rapidamente ed inizia uno spettacolo erotico, ma non pornografico, almeno così mi ha spiegato Clement”.

“Se uno vuole fare altro, si alza, chiama il maitre che gli riserva uno spazio nel seminterrato o ai piani superiori a seconda della fantasia sua e dei suoi amici. Ma qui tutto rimane nei limiti del trasgressivo, non del porno.” Conclude.
“Ho capito. Scusatemi. È che non avevo proprio idea. E mi rendo conto che la mia risposta è stata eccessivamente aggressiva.”
“Clement, je te prie de me pardonner!” e gli porgo la mano.
Clement sorride e annuisce “Il n’y a pas de problème, non c’è problema”. Tutto a posto.

Ordiniamo, beviamo un buon champagne come aperitivo ed iniziamo una piacevole conversazione. Come ci siamo conosciuti, le nostre famiglie precedenti, i figli, i programmi futuri.
Temi leggeri, da cena tra amici, senza doversi impegnare troppo.
Suona la campanella, sono le 21:30. Alcuni commensali, non molti, si alzano, alcuni sono già andati via; pochi, per lo più anziani, rimangono.
Noi ci guardiamo in giro. La notte è ancora giovane, vorremmo festeggiare.

Vado a parlare con il maitre, per fortuna parla un discreto inglese.

Gli spiego che vorremmo un tavolino in un punto discreto, appartato, non in mezzo al carnaio, ove poter festeggiare il nostro comune anniversario con una bottiglia di champagne, e gli metto in mano una banconota da 50€.

No Monsieur, je ne peux pas accepter son argent” dice secco rifiutando il denaro. Ha parlato in francese.

Ma immediatamente, mi chiede “Posso suggerire al signore un angolo discreto da cui ammirare piacevoli situazioni senza essere costretto ad intervenire?”.
Accidenti, mi ha capito al volo. Voglio solo guardare…
Yes, master. It’s fine with me. Please be so kind and bring us a well chilled bottle of 2005 Dom Perignon with four flutes for us. Please charge it on my card.
Thank you so much”
E gli porgo la mia carta di credito.
Con un cenno discreto chiama la receptionist in tubino nero e le sussurra qualcosa all’orecchio.
Mi conduce al nostro tavolo e ci dice: “Mesdame, messieurs, s’ils veulent me suivre, je les accompagne à leur table” e ci guida per stretti corridoi appena rischiarati da luci fioche in una saletta arredata con alcuni tavolini d’angolo contornati da comodi divani e da alcuni pouff. Ci indica il nostro tavolo, che è di fronte ad una sorta di piccolo palcoscenico con un palo da pole dance e con un paio di strane chaise longue che appaiono non molto comode, vista la strana posizione che dovrebbe assumere un corpo lì sdraiato.
Clement mi si avvicina e mi chiede se ho scelto io il posto.

“No assolutamente, me lo ha suggerito il maitre che mi ha detto che forse era meglio un posto tranquillo da cui guardare senza dover partecipare, ed io ho accettato. Perché, ho forse sbagliato? Andiamo via, se non ti va.” gli rispondo.
“No, no, it’s fine with me. Mi va benissimo. Io conosco abbastanza bene questo posto, Mona no. E credo che neanche lei abbia voglia di cose strane, anche se non ne abbiamo mai parlato” sussurra.
“Vedi Clement, Francesca ed io abbiamo conosciuto posti simili, ma non abbiamo mai avuto il desiderio di frequentarli attivamente. Ci siamo sempre trovati quasi per caso in situazioni analoghe e abbiamo sempre evitato di farci coinvolgere. E credo che nemmeno Francesca questa sera abbia voglia di provare” rispondo serenamente.
“Allora è tutto a posto. Godiamoci la serata. Ordino dello champagne se per te va bene” mi dice.
“Già fatto, caro Clement. Per questo siete miei ospiti. Poi, per il bis, vediamo…” e gli faccio un occhiolino.

Francesca e Mona sono in piedi, aspettando che noi finiamo di confabulare. Devo riconoscere che sono entrambe belle donne, piacevolissime da vedere, eleganti e sofisticate. Conversano amabilmente, ridendo e scherzando. Mona indica il palo da pole-dance e sembra le dica qualcosa.

Ci avviciniamo e sentiamo la toscana che dice “Lo sai che ho seguito un corso di pole-dance in palestra? È un’attività faticosissima, richiede esercizio, allenamenti continui ai pesi, forma e dedizione. Però quando fai certi volteggi, ti senti proprio soddisfatta. Alla fine, io lo trovo uno sport più bello della ginnastica artistica. È un mix tra parallele, anelli, sbarra e corpo libero. Con una spruzzata di erotismo che non guasta.”

E Francesca risponde: “Nella palestra che frequento è arrivata un’insegnante argentina che hanno soprannominato Hitler per via della sua durezza. È una ballerina di tango che ha applicato alcuni passi, se così si può dire, al palo. L’ho vista volteggiare sul palo e sembra che usi un ascensore per come ci si arrampica. Ed in effetti, è un piacere osservarla. All’inizio pensavo che fosse un ex entreneuse, ma poi l’ho guardata ballare anche il tango e devo dire che è proprio un’artista. Quasi quasi mi ci segno, così smaltisco un po’ di pelle moscia sulle braccia e sulle cosce” e si apre lo spacco del vestito per mostrare la gamba.

Un po’ troppo, direi, visto che scopre tutto il fianco, oltre alla coscia. È evidente che non porta slip.

“Beh, io devo dire che mi ha fatto molto bene soprattutto al sedere: guarda!” e si volta di spalle verso Francesca allargando un po’ la vita del vestito e mostrandole quel che c’è sotto, o meglio, quel che non c’è. Senza doversi sforzare, appare chiaro a tutti noi che anche Mona non porta alcun tipo di intimo.

“In effetti, hai un culetto bello sodo, Mona!” esclama Francesca. “Te lo invidio, avessi io la tua età” prosegue con un po’ di rimpianto, e si volta a vedere il suo.
“Spero tu stia scherzando, Francesca. Tu hai un culo da favola e delle gambe pazzesche. Sei una delle donne più belle che abbia mai visto.”
“Tu stai scherzando. Io ho quasi cinquantasei anni, tu venti di meno. Potresti essere mia figlia. Magari fossi come te.” le risponde compita.
Intervengo “Beh che ne dite di metterci a sedere? È arrivato dello champagne e noi dobbiamo brindare e festeggiare”.
Allons-y, car l’heure tourne!” aggiunge Clement.

Ci sediamo al tavolo sui comodi divani, Francesca ed io da una parte, Mona e Clement dall’altra, le donne al centro. Chiamo il cameriere con un cenno e gli indico la bottiglia. Lui scatta, apre il tappo inclinando la bottiglia e tenendolo in mano in modo da non farlo volar via e serve il liquido leggermente ambrato nei flute, senza farne cadere una goccia.
“Tanti auguri a voi e a noi!” esclamo levando il bicchiere.
“Tanti auguri, buon anniversario!” si accodano gli altri, replicando il mio gesto.
Francesca mi bacia sulle labbra e prende un sorso, poi si gira verso Mona che ha fatto altrettanto con Clement e scambia un bacio sulle guance.
Il pianista ed io ci scambiamo un muto augurio inclinando il calice l’un verso l’altro.

Inizia in quel momento ad udirsi una musica. È un tango, Tango Santa Maria di Gotan Project. Una musica sensuale che invita al ballo, al toccarsi, al sesso.
Non ho mai ballato con Francesca da quando siamo insieme, né posso definirmi un tangheiro, anche se in gioventù avevo seguito qualche lezione trascinato dalla mia prima moglie; sapevo peraltro che Francesca ha fatto parecchie lezioni di tango, perché me ne aveva parlato agli inizi della nostra storia, due anni fa.

Mosso da un inatteso coraggio, mi alzo, la sollevo e mi sposto verso quella specie di piccola pista vicino al palo ed inizio a seguire la musica. Francesca è brava, in realtà fa tutto lei, io lascio solo andare le mie mani e le mie gambe accompagnando i suoi movimenti.
Non sono le nostre menti a ballare, sono i nostri corpi ad interpretare quella musica sensuale.
Più volte la sua gonna si apre sullo spacco mostrando tutto quel che c’è sotto, ma lei impudicamente trasportata da quella musica non se ne accorge, o fa finta di non accorgersene.

Ad un certo punto si gira con la schiena verso di me, mi si stende addosso, prende le mie mani con le sue e percorre tutto il suo corpo scendendo dal seno verso le cosce, per poi salire, una sopra ed una sotto il vestito aperto. Siamo girati verso il nostro tavolo, per cui solo Mona e Clement possono vederci.
Ma dura poco, Francesca riprende i passi tradizionali, conducendomi verso un finale esplosivo.
La musica sfuma, battuta dopo battuta, lasciando il posto ad un silenzio profondo. Un istante ed un fragoroso applauso si scatena da decine di mani di altrettanti spettatori che si erano fermati a guardare.
Francesca si sveglia dalla trance in cui sembrava caduta e si accorge che lo spacco della sua gonna è totalmente aperto e mostra la sua deliziosa patatina liscia e completamente scoperta.

Arrossita si gira e si nasconde con la testa sul mio petto. Io le sollevo la testa e le baci delicatamente le labbra. Il nostro sfioramento diventa un bacio profondo, appassionato.
“Auguri amore mio. Buon anniversario” le sussurro all’orecchio, Lei mi prende la testa tra le sue mani e mi bacia ancora sulle labbra, bisbigliando “Ti amo, vita mia”.
Ci risediamo, commossi e un po’ vergognosi dell’involontario spettacolo che abbiamo mostrato.
Mona si volta ad abbracciare Francesca e le dice “Da grande voglio essere come te!”. La frase è talmente comica che scoppiamo a ridere come matti.

“Devo dire che il vostro ballo è stato particolarmente eccitante. Francesca sa valorizzare il suo corpo in maniera eccellente. Sembra che ogni fibra di lei esprima il suo amore per te.” afferma.

Clement annuisce e dice “Mon coeur, tu pure sai farmi capire quando e quanto mi desideri!” e abbraccia la sua compagna.
Qualche brano di musica lounge, al termine del quale inizia un brano che adoro, New Frontier di Donald Fagen. Mi metto a battere il tempo con il piede mentre penso un po’ alla situazione che si è venuta a creare.
Ma sorprendentemente Mona si alza in piedi e va verso il palo. “È uno dei brani delle mie coreografie preferite…” e nonostante la gonna lunga, afferra l’asta ed inizia a muoversi ritmicamente seguendo l’onda lunga del tema. Piano piano si scioglie, la gonna sale sempre di più… lei non lo sa, ma il suo delizioso culetto è totalmente scoperto perché lo spacco è salito ben oltre.

Durante una manovra con le spalle, il suo corpetto scivola giù scoprendo un seno fermo, sodo, giovanile. Una bella terza misura, diciamo.
Guardo istintivamente Clement immaginando che scatti a coprirla, ma egli mostra una calma incredibile; anzi, sembra quasi divertito.
Anche Francesca batte le mani a tempo mentre Mona si muove sempre più sensualmente. E ad un certo punto, il vestito si apre e scivola a terra, lasciandola totalmente nuda. Lei, a differenza di Francesca, ha un vistoso triangolo di pelo sul pube, pur essendo tutto il resto chiaramente depilato.

A quel punto Mona si scatena e la sua danza diventa quasi acrobatica. Sembra che stia facendo l’amore con il palo, per quanto è sensuale, e la cosa sinceramente ci eccita.

La musica termina sfumata, un invisibile regia sembra operare con attenzione lanciando, tra una pausa di relax e l’altra, brani interessanti.
Mona si china a raccogliere il suo vestito e viene verso di noi coprendosi alla bene e meglio.
“Francesca mi sa che si è aperto dietro, Mi daresti una mano, per favore?” e vanno assieme, l’una prendendo per mano l’altra, verso la toilette delle signore.

Come nella maggior parte dei locali di Parigi, ai bagni c’è sempre una “dame pipì”, ovvero una signora addetta alle pulizie che richiede un piccolo obolo, e che spesso è in grado di fornire tutto ciò che può servire, dalla carta igienica agli assorbenti, dal colluttorio allo spazzolino ai preservativi oppure, come in questo caso, spille da balia o ago e filo.

Clement ed io ironizziamo sull’avvenimento,
“Ma le succede spesso?” gli chiedo.
“In realtà, c’est la premier fois” mi risponde stupito. C’è sempre una prima volta, ragazzo. Impara e metti in memoria.
“Ti ha scocciato vedere la tua fidanzata nuda davanti a tutti?”
Un petit peu, un pochino, ma je suis habitué … al suo … nudisme a la plage, come dite voi? Nudismo a la spiaggia. Lei si spoglia sempre, anche se c’è la gente. È … un peu exhibitionniste..” conclude alternando tra italiano e francese.
“E Francesca? Pourquoi elle s’est montrée nue? Perché si è mostrata nuda?” chiede Clement.
“In realtà non lo so. Non sapevo nemmeno fosse nuda sotto, fino a poco fa. Di solito non si espone molto, ma a quanto pare questa volta non si è fatta problemi” cerco di spiegare. Ma non ne sono convinto nemmeno io.

Beviamo ancora un goccio di champagne.
Mona e Francesca emergono dalla penombra e si siedono ai loro posti. Mona è un po’ arrossita, in nuance con il vestito, si direbbe. Francesca invece mostra una tranquillità serafica, come se fosse completamente soddisfatta del momento.

In quel momento il cameriere appare dal nulla come l’elfo Dobby di Harry Potter, recando con sé un’altra bottiglia di champagne.
Ce la mostra e ci spiega che questa bottiglia è offerta da un signore che non vuole apparire ma che vuole ringraziare le signore per lo spettacolo bellissimo che hanno offerto.
Vorrei declinare, ma il cameriere aggiunge che “Monsieur c’est catégorique”, il signore misterioso è irremovibile e non accetta rifiuti.
“Allora brindiamo alla sua salute e lo ringraziamo. Riferisci” gli rispondo in italiano.
Il ragazzo si gira e scompare nel buio del fondo della sala.

La sera scorre tranquilla per noi, un po’ meno per gli altri astanti presenti. Numerosi di loro dopo lo spettacolo di Francesca prima e di Mona dopo hanno deciso di emularle e si sono scatenati chi in spogliarelli, chi in balletti sul palo, chi in performance sulla misteriosa chaise longue della quale non capivo l’utilità. Mi è bastato vedervi distesa sopra una donna che veniva scopata da un superdotato e villosissimo uomo per capirne tutti gli arcani.

Ma sinceramente, dopo un’oretta di spettacoli decisamente volgari, decidiamo di lasciare il locale.
Usciamo all’aria aperta. Non fa freddo, l’aria è mite e tutto lo champagne inizia a riscaldarci.
Per noi la serata è finita, Mona domani ha due gruppi e Clement le prove di orchestra di un concerto che andrà in onda in diretta radio la successiva settimana.

Ci salutiamo pertanto affettuosamente, avendo condiviso la nostra comune festa di anniversario in una maniera decisamente impensabile all’inizio.
Saluto Mona con un bacio sulla guancia mentre Clement si ripete nel suo baciamano charmant con Francesca che invece lo attira a sé e lo abbraccia.
Altrettanto facciamo Clement ed io, mentre le ragazze si baciano sulle guance.
Ci voltiamo per salire sul nostro taxi quando Mona arriva di corsa, prende il viso di Francesca tra le sue mani e le stampa un bacio sulle labbra. “Volevo farlo da stamattina! È la prima volta che mi capita, ma sono contenta che sia capitato con te. Ciao!” e fugge via verso un inebetito Clement.
Francesca ed io ci guardiamo e scoppiamo a ridere.

Torniamo in albergo, entriamo in ascensore e mentre si avvia lentamente, Francesca mi porge il giacchetto e la pochette, si slaccia dietro il vestito e se lo sfila, rimanendo completamente nuda con i soli sandali.
Rimango basito, non me lo sarei mai aspettato.
Lei esce dall’ascensore, si gira e mi guarda: “Allora, che fai, hai intenzione di aprirmi la porta o devo scendere dal portiere così per chiedere il duplicato?” mi dice con fare sornione.
Esco di gran carriera e inizio a spogliarmi anch’io per il corridoio. Apro la porta, entro in stanza dopo di lei e non faccio a tempo a poggiare giacca e giacchetto sulla poltrona che lei mi spinge sul letto, mi si mette cavalcioni e mi inizia a sbottonare la camicia tra un bacio ed una strusciata di tette sul mio viso.
Passa poi ai pantaloni. Prima apre la fascia, poi mi slaccia il cintino, abbassa la cerniera lampo e oplà, sono pronto con il mio pisellone bello dritto e pronto per lei.
“Devi aspettare, prima voglio finire di spogliarlo” dice rivolgendosi a lui.
Mi sfila scarpe, pantaloni, calzettoni e camicia; mi risbatte sul letto e si inginocchia tra le mie gambe.
Inizia a succhiarmi, leccarmi, baciarmi il membro. Poi, lo prende e lo ingoia tutto, senza colpo ferire. Rimane a lungo con la cappella in gola, reprimendo qualche contrazione e conato che si ripercuote sul mio glande.

Poi, dopo qualche ulteriore ciucciata e profondi inghiottimenti, sale su di me.
“Ti voglio nel culo. È tutta la sera che ci penso.” mi sussurra.
“Tesoro mio, sei sicura? E perché?” le domando.
“Si sono sicura. Perché? Perché Parigi val bene una messa… in culo!”

Cap. 15 – Fidanzati a casa

È ormai un bel po’ che Francesca ed io stiamo insieme.
Abbiamo festeggiato il nostro secondo anniversario a Parigi qualche mese fa e a Natale ho deciso di presentare Francesca ai miei figli.
Loro sanno perfettamente della mia situazione affettiva, la hanno approvata ed accettata ma, per un motivo o per l’altro, Francesca al massimo li ha sentiti per telefono, ripromettendosi di conoscerli ed incontrarli di persona quanto prima.
Il fatto che sia Luca che Sophia si fossero spostati a lavorare all’estero non ha facilitato la cosa, però questa volta siamo riusciti a combinare.

Sophia è rientrata per fermarsi almeno sei mesi. Deve sistemare alcune cose con la sua azienda, decidere se accettare o meno una proposta di lavoro in Nuova Zelanda, ma anche sottoporsi ad un intervento di rinoplastica da parte di un collega della madre, la mia ex moglie. Non che abbia un brutto naso, ma un piccolo incidente di lavoro le ha fratturato e deviato leggermente il setto che deve essere ricostruito. Ne approfitterà per rimodellarlo come piace a lei. So che c’è la madre dietro tutto ciò per cui ogni mia recriminazione e protesta è assolutamente vana.

Ci sarà anche Luca. Il suo contratto con la software house di Boston è terminato ed ha deciso di prendersi tre mesi di vacanza prima di riprendere a lavorare per la nuova compagnia che lo ha assunto al doppio dello stipendio che prendeva prima. Ora guadagnerà quasi quanto me. Sono contento per lui. Essere ben pagati per fare il lavoro che ti piace è una cosa bellissima.

Vista la situazione, avrei preferito che entrambi i figli se ne andassero a dormire dalla madre, ma il caso ha voluto che Andrea, la sua compagna, abbia deciso di ristrutturare casa proprio prima delle feste, e che quindi sia disponibile solo la vecchia camera di Luca.
Sophia dovrà venire a dormire da me.
Non che sia una cosa brutta, ma mi impedirà di avere Francesca a casa. Lei è un po’ restia ad imporre la sua presenza, soprattutto a Sophia. Devo cercare una soluzione alternativa.

C’è un altro motivo per cui sono contento che i figli siano capitati a Roma assieme.
Ho deciso di organizzare una festa di fidanzamento a sorpresa per me e Francesca. Ovviamente la sorpresa sarà per lei, visto che ho l’intenzione di chiederle di sposarci. Siamo entrambi divorziati da un po’, i nostri figli sono quasi autonomi (beh non proprio, Serse, il secondo di Francesca non è ancora diciottenne, ma si trova bene a vivere con il padre).

Direi che sarebbe l’ora di definire una volta per tutte la nostra pratica di vita assieme.
Ne ho parlato solo con qualche intimo amico (Fabrizio e Laura, ma anche Franco e Livia, e poi Karla, la mia segretaria confidente, ovviamente) ai quali ho chiesto consiglio.
Sono eccitato e nel contempo atterrito dalla decisione.
Ho paura di sciupare una relazione bellissima e di perdere la donna che amo più di me stesso, più di ogni cosa al mondo.
Non è facile guarire dai guasti e dalle ferite di un divorzio come il mio.
Grazie a Francesca, sono rinato come uomo, come padre, come amante.
La sua vicinanza mi ha trasformato, ridandomi la gioia di vivere e di godere di cose semplici e insegnandomi ad apprezzare la semplicità e la spontaneità.

Sono andato a prendere Sophia all’aeroporto. Era parecchio che non ci vedevamo, e mi è corsa incontro saltando dalla gioia. Immagino i pensieri cattivi della gente intorno a me “guarda quel vecchio porco che se la fa con una ragazzina di trent’anni più giovane di lui”.
Li immagino e sorrido, pensando ad un’ipotetica linguaccia a quella vecchia signora corpulenta con un vestito a fiori ed un cappello in testa, con sei o sette chihuahua urlanti al guinzaglio, che ci sta guardando in tralice.
Sono talmente contento che alla fine, mentre Sophia mi abbraccia, mi volto e le faccio veramente una pernacchia.

Andiamo di corsa alla macchina prima che scatti il quarto d’ora fatidico, A Fiumicino sono dei bastardi, o paghi il pizzo o ti fanno girare come una trottola perché per l’appunto la sosta è di soli quindici minuti.

Prendiamo quindi l’autostrada verso il Raccordo ed iniziamo a parlare.
Mi racconta della sua azienda, del nuovo management, della nuova organizzazione, dei prodotti interessanti che stanno per uscire, ma anche della possibilità di andare a fare la manager di un gruppo di venditori e dimostratori nella sede dell’azienda in Nuova Zelanda.

Poi tocca a lei chiedermi come sto, come va il lavoro, il rapporto con sua mamma, ecc.
“E… con Francesca come va?” mi chiede finalmente.
“Bene, molto bene. Lo sai, con lei sono rinato. La amo molto. Il mio è un amore maturo, non un’infatuazione giovanile, ed è totalmente corrisposto. Quindi, va meravigliosamente bene, sotto questo punto di vista.” le rispondo.
“E…?” mi stimola Sophia. Sa che non ho detto tutto.
“E cosa?” chiedo. Voglio capire cosa intende.
“Insomma: la ami. Lei ti ama. Sono quasi tre anni che state assieme”
“No, poco più di due” la interrompo.
“Vabbè. Hai detto tu che è un amore maturo. Che vuoi fare? Hai intenzione di …” e lascia cadere la domanda topica come un macigno.
“Di…convivere, intendi?” cerco di sviare il discorso. Non so se sono pronto ad affrontarlo con lei.
“Papà, lo so che te e Francesca convivete. Sai quante volte ti ho chiamato a casa e mi rispondeva lei? Alla fine abbiamo iniziato a parlare e abbiamo fatto amicizia, in un certo senso. Anche se non la conosco fisicamente ma solo via videochat, sento che è una bellissima persona. E sento che ti ama. E so che le spezzeresti il cuore se la lasciassi” afferma quasi con durezza.
“Lasciarla io? Ma che dici? Ma se ho intenzione di spo…”. Non termino la frase, ma oramai il dado è tratto.
“Sposarla? Papà, ma è bellissimo! Sono contenta per te. Devo dirlo a Luca e a mamma, saranno felici” quasi urla dalla gioia.
“NO!!! A mamma no, per favore. Aspetta un momento, fammi pensare.”
 “Papà, guarda che mamma lo sa da una vita che esiste Francesca e che vi amate. Gliel’ho raccontato io, Lo sa ed è felice per te. Te lo giuro!” e si porta le mani sul cuore mentre lo dice.

Le credo.

“Sophia, si, ho deciso di sposarla. Francesca non lo sa, perché non ne abbiamo mai parlato seriamente. Lei ed io ci siamo fidanzati.”
“Si lo so… tu ti sei inginocchiato, le ha dato un anello e le hai promesso di amarla e proteggerla, e poi lo hai rifatto davanti alla tomba di suo padre.”
“E a te chi te le ha dette queste cose, scusa? Come fai a saperle?”
“Come faccio? Me le ha raccontate Franci. Chi altro sennò?” mi guarda di sottecchi con una faccia da schiaffi come quella della madre a cui somiglia tanto fisicamente.
“Francesca? Ma allora vi parlate?”
Ah pa’, è ‘na vita che te lo sto a di’” lo scandisce in romanaccio, così da farmelo capire bene.
E allora le racconto delle mie preoccupazioni, delle mie sensazioni, dei miei sentimenti. Sembra però che mi conosca come un libro aperto. Sa già tutto.

“Ma da quanto vi sentite tu e Francesca?”
“Boh, sarà un annetto, Ma sono solo sei mesi che ci sentiamo sempre. Tra un po’ chiamo più lei che mamma. Ti capisco, lei è veramente una gran donna, capisco come mai ti sei innamorato di lei, capisco perché vuoi sposarla. E so anche quali pensieri ti affliggono. Vuoi che te lo dica?” mi sfida.
“E sentiamo la signorina #sotuttoio”, la sfrucuglio.
“Tu hai paura che se Serse si impunta e non vuole venire a vivere con te, dovrai aspettare che compia 18 anni e che vada a vivere con il padre o che accetti di vivere con voi dietro ricatto della madre. Vero?”
“Ma sai pure i nomi dei figli?” chiedo sorpreso.
“Dei figli, dei cani, del padre, della mamma, delle sorelle, anzi, con due di loro ci ho già parlato. E ho già conosciuto Claudio, il figlio grande. Siamo andati a prendere una pizza insieme, lui con la sua fidanzata ed io con Luca.” dice.
“Luca CHI?” le chiedo incredulo.
“Luca Luca, tuo figlio, mio fratello. Ti ricordi che hai un figlio maschio?” mi sfotte.
Sto trasecolando. Non solo conosce Francesca, ma conosce pure i figli, e ha coinvolto pure Luca, suo fratello.
“Ma chi è stato a coinvolgervi? Francesca? È stata lei?” le chiedo, pensando che ci sia stata una manovra apposta.
“Ma no! Francesca lo ha scoperto per caso. Un giorno stavamo in video chat ed è passato un ragazzo dietro di lei. Lo ha chiamato e le ha chiesto Claudio mi dai il tuo numero nuovo che lo memorizzo sul telefono prima che esci, amore di mamma?. Io ho segnato il numero, l’ho memorizzato e poi l’ho chiamato, gli ho spiegato il tutto e abbiamo deciso di incontrarci, visto che i nostri genitori non avevano ancora deciso di farlo. Tutto qui. E ti dirò, anche lui non si capacita perché non vi siate sposati. Claudio adora la madre e non vede l’ora che lo facciate.” mi dice.
“Pensa un po’ che io Claudio l’ho visto una sola volta e l’ho sentito al telefono un paio di volte quando ha risposto lui al posto della madre” le racconto.
“E mica è colpa nostra se siete imbranati” esclama.

Provo a raccogliere le idee.
I nostri figli si conoscono, si sono visti, si sono scambiati le opinioni su di noi e concordano che il matrimonio sia improcrastinabile.

L’unico dubbio riguarda Serse. Quel ragazzo mi preoccupa. È un visionario come la mamma, sensibile ed intelligentissimo, ma ha dei blocchi pazzeschi. Odia la scuola, pur essendo capace di svettare nelle materie che gli piacciono. Parla un inglese ed uno spagnolo eccellenti, pari ad un madrelingua. Sa suonare batteria e tastiera, disegna meravigliosamente, ma non ha alcuna intenzione di terminare gli studi. Si pone inoltre in maniera polemica nei confronti del padre, reo di averlo semi abbandonato, salvo poi esserne affezionato al punto tale da vivere spesso con lui.

Ho capito dai racconti di Francesca che pur essendo contento per la madre, non ha preso bene questo rapporto perché sotto sotto lui ha sempre sperato che i suoi genitori tornassero ad essere una famiglia normale, unita. Invece, la separazione un po’ traumatica, l’essere costretto a vivere con i nonni quando la madre doveva andare a lavorare e stava fuori per giorni, lo ha reso dipendente dalla mamma, senza nel contempo essere capace né di troncare né di far evolvere il rapporto con il padre.

“E Serse?” chiedo a Sophia, visto che sa tutto.
“Serse è matto.” È tranchant.
“Claudio lo adora, lo protegge, ma qualche volta hanno bisticciato seriamente a causa del vostro rapporto. Dice che Serse si illudeva che madre e padre sarebbero tornati assieme, e la tua invasione di campo è come se lo avesse spiazzato.” conclude.

Siamo arrivati a casa, porto su le valige di Sophia e mi butto sul letto a pensare. Chiamo Francesca.

“Amore, come stai?” le chiedo.
“Bene bene, un po’ stanca. Sto preparando alcuni bozzetti per il Professore che vuole altre cose per casa sua” mi risponde. La sento stanca anche dalla voce.
“Sono arrivato a casa. Ho preso Sophia all’aeroporto” le dico.
“Bravo, salutamela tanto. Anzi. Passamela un momento” mi dice.
“Perché non mi hai mai detto che vi sentivate?” le chiedo.
“Me lo hai mai chiesto? No. E poi, sono cose da donne.” chiude il discorso.

Non ho voglia di discutere. Il pensiero di suo figlio Serse che rischia di mandare tutto a puttane mi opprime.

“Allora quando vieni qui?” le chiedo.
“Hai Sophia, devi stare un po’ con lei. Non voglio che tu rinunci a lei per me.” mi risponde.
“Ma io voglio te, non Sophia, o meglio. Vabbè, mi hai capito. E poi, scusa, non potete stare tutte e due qui? Tu ed io stiamo in camera nostra – e sottolineo nostra – e Sophia sta in cameretta, o in studio. Semplice, no?”
“Beh, poi vediamo. Amore, me la passi allora?” mi chiede.
Non capisco, non ci sentiamo da ieri e vuole già sbolognarmi.

“Sophia, c’è Francesca che vuole parlarti al telefono” la chiamo ad alta voce.
“Dille che la chiamo subito io sul cellulare come esco dalla doccia” mi risponde
“Dice che …”
“…ho sentito. Dille però di chiamarmi sul fisso perché il cellulare è scarico e non carica bene. Tu come stai, amore mio? Mi manchi…”
Ma come: due minuti fa sembrava che non gliene fregasse niente di me, e ora fa la gattina… Non capisco. Cosa sta succedendo?


Sono passati un paio di giorni.

Siamo stati tutti molto presi dalle nostre personali incombenze ed attività. Non è stato facile trovare un momento libero per tutti per consentire a Sophia, Luca e Francesca di fare reciproca conoscenza.
Si, ho capito che Fra ha già avuto numerose chiamate audio video con i miei figli.
Giusto l’altro ieri, il giorno dopo aver parlato con Sophia, ho avuto un franco scambio di opinioni, da uomo a uomo, con Luca.
Mio figlio ed io non abbiamo mai avuto un rapporto empatico come quello che lega Sophia e me. La separazione dalla madre, la perdita del punto di riferimento comune, l’uscita di casa per andare all’estero, sono tutti fattori che ci hanno allontanato ulteriormente, oltre alla vulgata della conflittualità padre-figlio, ovvero del contrasto tra i due maschi alfa.
Ovviamente, io amo mio figlio così come sono certo che egli ama me. Solo che il rapporto non è così intimo come vorrei. Parliamo poco tra di noi e di noi, preferendo discutere di tecnologia o di lavoro. E naturalmente, lui conclude sempre con un “Papà, sei vecchio!”.
In occasione della mia decisione di fare outing della mia situazione affettiva, abbiamo discusso un po’.

“Luca, da uomo a uomo, e non da padre a figlio. Cosa pensi di me, della mia relazione con Francesca, delle nuove situazioni che si verranno a creare… insomma, secondo te, sto facendo una cazzata?” gli chiedo a brutto muso.
“Papà, ma che cazzo dici? Ma ti sei visto allo specchio? Quanti anni hai, eh? Vuoi che te lo ricordi? Sessantacinque anni, ripeto: SE-SSA-NTA-CIN-QUE!” scandendo in modo scorretto le sillabe ma fedele alla pronuncia romana.
“E secondo te, un uomo solo, a sessantacinque anni, che deve fa’, eh? Me lo dici?”, un po’ duro, ma con lo sguardo dolce.
“Ho capito Luca, mi stai dicendo che sto sbagliando, che sto commettendo un errore. Però io amo Francesca!” rispondo con voce rotta dall’emozione. Mi sta salendo un groppo alla gola, sento gli occhi che si stanno inumidendo.
“Papà! Ma che ti sei rincoglionito? Oh… guardati allo specchio oggi, e guarda le foto di tre anni fa. Guarda! LOOK!” e mi sposta di fronte allo specchio, mentre prende una delle ultime foto che mi ritraggono in barca con i ragazzi, l’anno della mia separazione.
Sinceramente, io non mi vedo peggiorato o particolarmente invecchiato, tutt’altro. Direi che sembro ringiovanito. Si, forse un po’ di capelli grigi in più, ma non ho più la pancia ed il viso mi sembra molto più rilassato.
“Ma veramente, Luca, a me sembra di star meglio…” gli dico.
“Oh, adesso si che inizi a capire.” mi sorride.
“Papà, tu devi baciare la terra sotto i piedi di Francesca. Tu non hai idea del culo che hai avuto a trovare una come lei. Ti rendi conto? Bella, gentile, espansiva il giusto, profondamente empatica ed altruista. Pensa che io e Claudio l’abbiamo soprannominata la gattara delle anime, perché si fa carico dei problemi degli altri come una… gattara, diventano tutti problemi suoi.”
“E poi, quanto pensi di poter stare da solo? Dieci anni? E dopo? Ti rinchiudiamo in un ospizio e ti veniamo a trovare la domenica? È questo che vuoi? Dimmelo!”
“Ma che sei matto?” gli rispondo.
“No caro, io non sono matto. Sei tu il matto se non ti sposi Francesca. E guarda che lei non sa niente di quel che abbiamo combinato Claudio, Sophia ed io. Siamo noi che vi vogliamo assieme.”
“E ti dirò un’altra cosa. Scommetto centomila euro miei contro mille tuoi che a ottant’anni, ancora ti tirerà per lei!” e mi fa un occhiolino mentre mi dà una pacca sulla spalla.
“Non avevo capito. Credevo che tu fossi contrario” ribatto.
“Contrario io? Ma quando mai!” ribadisce.
“Guarda Luca che io volevo parlarti proprio del fatto che vorrei sposare Francesca. Volevo sapere se tu eri d’accordo o no.”, gli dico.
“Prima di tutto, anzi, in primis, come dici tu, sei tu che ti devi sposare, non io. E quindi decidi tu quel cazzo che ti pare. In secundis, noi figli appoggiamo tutti la tua decisione. Beh, quasi tutti… Ed infine, tertium non datur. Hai solo questa opzione. Poi hai chiuso. Closed, Fermè, Geschlossen. Lo capisci meglio?”

Capito. Mio figlio è con me. Non solo, ho capito anche che loro si sono mossi in autonomia, senza farci sapere niente. E inizio a considerare che la loro presenza contemporanea non sia casuale ma frutto di un’accorta pianificazione.

Se Sophia e Luca non conoscono Francesca di persona, altrettanto per me Claudio è solo una voce, simpatica e gentile, ma solo una voce a cui associo il volto di una delle foto che Francesca porta sempre con sé e del carattere che la stessa mi ha dipinto dal suo punto di vista. Un fantastico ragazzo.
Serse invece rimane un oggetto misterioso, confuso sullo sfondo della scena, ma possibile deus ex machina pronto a modificare le cose se non a stravolgerle. Vedremo.

Comunque, decido di organizzare una cena qui in casa con i nostri figli. Sarà l’occasione per conoscersi e per chiedere davanti a loro la mano di Francesca. Per farmi aiutare chiedo aiuto a Sophia.

“Sofi, mi daresti una mano? Vorrei fare una cena in casa questo sabato.” le chiedo.
“Sabato no, papà. Ci sono dei problemi.”
“E che problemi ci sono, scusa?” le chiedo.
“Problemi. La gente non può. Facciamo domenica a pranzo.” mi risponde.
“Ma la gente chi che non sai nemmeno chi voglio invitare e a che fine???” intervengo un po’ stupito ed un po’ seccato.
“Uffa! Papà: quand’è che deciderai di lasciarmi fare? Scommetti che so già che devo organizzare un pranzo…”
“No! Una cena!”
“Un PRANZO per sei?” ribadisce calcando la voce sul pranzo.
Mi tacito un attimo, raccolgo i pensieri e mi rendo conto che le cose hanno preso una strada diversa. O meglio, vanno nella giusta direzione ma io non le controllo per niente.
“Sophia, ascoltami” le dico prendendole le mani tra le mie e guardandola negli occhi.
“Papà, aspetta. Ti spiego. È tutto organizzato da almeno un mese. Noi sappiamo tutto, perché … una persona mi ha raccontato molte cose ed un’altra me ne ha dette altre. In più, una terza fonte affidabilissima conferma quel che le prime due hanno affermato categoricamente.”
“Le cose vengono bene perché i tuoi tempi e quelli della nostra iniziativa convergono. Però ti devi fidare di noi. Per una volta, ci lasci fare?” mi risponde.
“Tu devi solo chiamare Fra e invitarla domenica a pranzo. Ah, per inciso, le previsioni danno bel tempo, anche se fresco, per cui possiamo servire l’aperitivo in terrazzo. Al menù ci pensiamo noi. Tu pensa a quel che devi fare tu. Capito? Comprendido? Understood? Compris? Verstanden?”
“Ora sciò sciò, smamma. Vai a fare quella cosa che devi fare.”

Sono basito, sorpreso, sollevato. I miei ragazzi, anzi, i nostri ragazzi hanno capito prima loro di noi i nostri sentimenti…

So cosa devo fare. Devo uscire per ritirare l’anello di fidanzamento ufficiale, quello serio.  Poi devo passare dal fioraio e mandare dei fiori a Francesca con un biglietto di invito per domenica.

Quindi devo pensare ad un presente ai ragazzi. Per i miei so già cosa fare, è facile.
A Luca regalerò un orologio dei miei, uno di quelli che ho fatto rimettere a posto per una occasione simile.
A Sophia, un brillante della nonna, la mia mamma, che avevo deciso di regalare alla mia ex moglie, sua mamma, ma che poi era rimasto in cassetta di sicurezza per anni.
Ora mi mancano Claudio e Serse.
A Claudio, tifoso della Magica, avevo pensato ad un abbonamento in tribuna Monte Mario per il resto della stagione, ma so da Francesca che lui va sempre con il padre in Curva Sud e quindi nulla, idea scartata.

Potrei regalare anche a lui un orologio dei miei, ma sembrerebbe un po’ troppo personale e, soprattutto, non voglio mancare di rispetto né a lui né tantomeno a Luca. E anche l’orologio è cancellato. Devo per forza passare al personale e basarmi su quel che so di lui.

È uno sportivo, lavora come responsabile in una centrale operativa di soccorso auto per conto di molte assicurazioni e cura la valutazione dei danni fisici per selezionare il corretto livello di intervento dei mezzi di soccorso sanitario. È fidanzato e sta rimettendo a posto la loro prossima casa con l’aiuto del padre di lei. So che fanno gite in moto, anche piccoli tour.

Ecco, forse ci sono. C’è un apparecchietto che riunisce in sé le funzioni di centralino entrante per due linee cellulari e che fa da interfono con le cuffiette integrate nei caschi. Ho visto le caratteristiche e, oltre all’interfono, può sostenere due connessioni voce contemporanee facendone anche il join. Una cosa quasi fantascientifica e, secondo me, particolarmente utile. Mi devo sbrigare a farla ordinare da Karla al nostro fornitore di apparati di rete e telefonici, sperando che me la consegni entro venerdi sera.

Manca Serse.
Premesso che non so nemmeno se verrà, è la persona più difficile da inquadrare. Avevo pensato qualcosa di tecnologico per la grafica, ma poi ho pensato di fargli un regalo particolare: una piccola collezione di alcuni dei miei vinili scelti tra quelli di musica progressive.

Per fortuna ho qualche doppione comprato per sbaglio o regalatomi, la maggior parte dei quali sono ancora sigillati. Mi farò aiutare da Luca a sceglierne una dozzina, confidando sul fatto che né a lui né a Sophia la musica non fa alcun effetto o quasi.

Rimane il regalo più impegnativo: l’anello di fidanzamento per Francesca.
Le avevo già donato l’anno prima un anello di “quasi” fidanzamento, una vera di brillanti con un piccolo rubino, ma ora devo donarle un vero anello, quello con il brillante serio.

Per fortuna mi sono mosso per tempo. Ho contattato il mio gioielliere di fiducia, apprezzato artigiano, e gli ho chiesto di restaurare l’anello di fidanzamento di mia mamma, ricevuto assieme alle altre sue cose alla sua morte. La pietra si è sporcata, un po’ opacizzata, ed i castoni sono scuri e graffiati così come parte del giro. Sono andato a portarglielo venti giorni fa in previsione di darlo a Francesca, e lo ho appena ritirato.
Lo ricordo ancora al dito di mia mamma che lo infilava ogni tanto per ricordare mio padre morto abbastanza giovane.

Ho deciso di donarlo a Francesca. Ma prima devo avere una sorta di autorizzazione da Sophia. In fin dei conti, se non mi sposassi quell’anello toccherebbe a lei.
“Sofi, cucciola, ascolta. Ti devo parlare.” le dico in un momento in cui sta chattando con qualcuno al telefono, seduta sul divano con le gambe rannicchiate sotto.
“Uff… che vuoi?” risponde svogliata.
“Guarda qui un momento” e le mostro il cofanetto dell’anello.
“Uh, ma questo è l’anello di nonna, giusto? Quello di fidanzamento!” mi dice. Sa tutto…
“Si tesoro, è quello, l’ho fatto restaurare dal gioielliere. Ascolta, ho deciso di donarlo a Francesca come anello di fidanzamento. Però vorrei che tu mi autorizzassi a farlo,”
“E perché, papà? È roba tua, mica mia” risponde con lapalissiana semplicità.
“Si, ma se non lo regalassi a Francesca sarebbe tuo.” le rispondo.
“A parte che non lo dai ad un’estranea ma è il tuo anello di fidanzamento con Francesca. E poi, secondo te, Francesca a chi lo darà, un giorno? Al gatto?”
“No, che c’entra…”. Non ho risposte, la sua logica è ferrea.
“Va bene così.” le dico.
“Eh no, me lo fai vedere un momento? Fammi vedere come è venuto, apre la scatola, prende l’anello e l’indossa.
“Certo che il nonno aveva un gran buon gusto, Questo anello è un classico, bellissimo, non passerà mai di moda. Ed è pure un bel brillocco…” mentre ammira rigirandolo l’anello infilato al suo anulare sinistro.
“Chissà quando toccherà a me!” sospira.

“Ciao Fra, amore mio. Come stai?”
“Amore, bene. Un po’ stanca. Troppi lavori, lo sai. Devo decidere per il mio benessere di rinunciare a qualcosa. O smetto di fare i mosaici, o smetto con la casa-famiglia. Da quando c’è la nuova cooperativa, i servizi sono peggiorati da morire ed io sto litigando tutti i giorni tutto il giorno perché mancano le cose, perché il vitto fa schifo, perché gli utenti sono sporchi, le stanze puzzano, eccetera.” si sfoga.
“Ma perché non denunci alla Regione la cosa?” le chiedo.
“Perché la regione sa benissimo come stanno le cose. La cooperativa l’hanno cambiata loro, l’hanno scelta loro perché risparmiavano. Si, su’nonno. Fanno un terzo dei servizi rispetto a prima, con qualità infinitamente peggiore, a pochi spicci di meno. E la gente si lamenta con chi? Con me. Ed io mi sono rotta.” sbotta.
“E allora molla, licenziati. Tanto, di lavoro ne hai talmente tanto con i mosaici che secondo me se ti ci dedicassi a tempo pieno non avresti tempo di fare altro.”
“Si, ora è così. Ma tra tre anni? O cinque? Io devo pensare anche al mio futuro, a quello dei miei figli. Il loro padre è stato sfortunato, non sta nemmeno molto bene e a loro lascerà solo un locale magazzino fatiscente in un quartiere di merda accanto ai posti dello spaccio quotidiano.”
“Ho bisogno di lavorare e di versare contributi ancora per sette/otto anni. E se faccio la libera professione, i contributi versati saranno persi se non raggiungo un minimo di 15 anni. È un casino. A meno che non faccia dei versamenti volontari per arrivare al minimo, ma sono talmente tanti soldi che non ne vale la pena. Se gli stessi soldi li mettessi in un fondo pensionistico integrativo, ne ricaverei molto di più di quel che potrebbe darmi l’INPS.” prosegue.
“Ed in più, come dipendente della casa famiglia ho anche la malattia pagata, le ferie, i permessi, tutte cose che da autonoma non avrei e che dovrei pagarmi da sola” conclude.

Credo sia la volta che affrontiamo il nostro futuro in modo diretto. Fino ad oggi è come se avessimo giocato. Per una donna sola, con le preoccupazioni dei figli, che dipende solo dal suo stipendio, sono legittime preoccupazioni.
Io ho la fortuna di avere un lavoro da top manager molto ben retribuito, qualche proprietà, qualche cosetta in un fondo fiduciario intestato ai figli, la prospettiva di una onorevolissima pensione da dirigente con l’assicurazione sanitaria del FASI, un bel gruzzolo da parte. Diciamo che il mio futuro (e quello dei miei figli) dovrebbe essere privo di problemi, sempre che il Karma non decida di comportarsi da puttana.

E per la prima volta, da quando sono divorziato, penso che potrei cedere metà dei miei averi in cambio della serenità e della gioia di vivere che mi mette Francesca.
Continuiamo la chiacchierata, parliamo un po’ dei nostri figli e ci diamo la buona notte mandandoci un bel bacio.

L’indomani, in mezzo alla mattinata, è Francesca che mi chiama.
“Ciao amore. Sono bellissimi i fiori che mi hai mandato! Ma mi spieghi perché?” mi chiede.
“Non hai letto il biglietto?”
“Si, anzi, ti volevo dire due cose. La prima è: perché non me lo hai detto a voce? Cosa c’è sotto? E la seconda è: guarda che domenica ho la casa-famiglia. Ho accettato un cambio turno.” mi dice con voce dispiaciuta.
Cazzo cazzo cazzo!
Faccio un cenno a Sophia di avvicinarsi e mi metto il dito sulle labbra intimando il silenzio, e poi metto in viva voce.
“Nooo Franci, noo… non puoi andare alla casa famiglia domenica!”
“Paolo, come faccio? Qualcuno ci deve andare”
“E se ti dessi malata?” le suggerisco.
“Non è serio”, risponde.
Sophia ha capito tutto e sento che bisbiglia qualcosa con uno sconosciuto finché non sento “Claudio, dobbiamo trovare una soluzione”.

Intanto cerco di convincere Francesca che #chissenefrega della coop, visto che sono dei ladroni.
La sento molto rigida, vorrebbe fregarsene ma il suo senso del dovere glielo impone.
Parliamo di altre cose, problemi del suo lavoro, finché Sophia arriva trafelata mostrandomi il pollice in su e annuendo al telefono con un sorriso a tutta bocca.
Il cuore mi si scalda, ma devo fare finta di nulla. Immagino che qualcuno avviserà a breve Francesca del fatto che il suo turno non è più necessario.
Di fatti, dopo un’oretta mi richiama “Non ci crederai, ma per domenica non c’è problema. Mi ha chiamato una collega che mi ha chiesto di fare un cambio di turno e quindi non è necessario che io vada. Vuol dire che ci vediamo, no?”
“Certo che sì, e non vedo l’ora. Amore, lo sai che domenica sono dieci giorni che non ci vediamo?” le dico.
“E lo dici a me? Mi manchi da morire, amore.”
“Anche tu, Fra. Da morire.”
“A dopo, baci.”

Sophia ha fatto la magia assieme a Claudio, hanno organizzato la sostituzione al volo. Claudio, che conosce alcune colleghe della mamma, ne ha chiamata una che si è prestata alla sostituzione visto che per lei è un turno di straordinario festivo in più e quindi, doppia paga. Bene, un problema di meno ed una conferma in più che i nostri ragazzi sono affiatati almeno quanto lo siamo noi.

Giunge la domenica mattina.
So per certo che Luca, Sophia, Claudio e la sua fidanzata ieri sono andati a cena fuori assieme per definire orari, dress code, parole d’ordine, eccetera.
Sophia ha preparato qualcosa per antipasto e primo e fatto portare il secondo ed il contorno dal catering che fornisce anche un cameriere ed una persona di servizio. Visto che si è aggiunta la fidanzata di Claudio, saremo comunque solo in sette, per cui immagino che la logistica sarà molto semplificata.
Luca si è interessato dei vini e dello spumante, Claudio ha inviato la fidanzata a portare e disporre dei fiori e ad aiutare Sophia.
Ho dato loro carta bianca.
Sophia ha preparato per me un completo grigio chiaro, camicia bianca con i polsini, una cravatta blu di Marinella a fantasia polka dot e mocassini neri.
Luca indossa un vestito blu, anche lui con cravatta e camicia celeste.
Sophia invece porta un pullover lungo a metà coscia indossato con calze coprenti e stivali a tacco alto. È bella quanto sua mamma, se non di più.

L’appuntamento è alle dodici,
Alle 11:59 suona la porta.

Vado ad aprire, seguito dai figli e trovo Francesca, accompagnata da Claudio, Nicoletta la sua fidanzata e da Serse.
Francesca è elegantissima con un bolero nero con alamari su pantaloni palazzo a vita alta che ne esaltano la magrezza e le proporzioni.
Nicoletta indossa un tubino blu corto, anche lei con stivali alti.
Sia Claudio che Serse sono in giacca e cravatta.

Ho un momento di panico, ma Francesca mi aiuta a superarlo entrando con decisione, mi abbraccia e mi bacia sulle labbra “Ciao amore! Quanto tempo!” e sorride.
E poi cedendo il posto ai ragazzi, fa le presentazioni.

“I miei figli Claudio e Serse, e la fidanzata di Claudio, Nicoletta. E lui è Paolo.” indicandomi ai figli.
Stretta di mano vigorosa con Claudio, un po’ meno con Serse, abbraccio e bacio a Nicoletta.
“Francesca, io invece ti presento…”
“Sophia! Tesoro! Fatti abbracciare! Che piacere conoscerti di persona” e quasi la stritola.
“Luca: fattelo dire, sei molto più bello dal vivo che in cam.” ed abbraccia anche lui, ricambiata.
I ragazzi si salutano affettuosamente, considerato che si conoscono già e si sono incontrati al più tardi la sera prima.
Luca fa gli onori di casa, fa accomodare gli ospiti mentre io e Francesca ci appartiamo un momento in camera nostra.
“Amore mio!” corro ad abbracciarla e la bacio appassionatamente. Lei risponde al bacio ma dopo un momento si svincola “Dai, ci sono i figli di là!” esclama con una smorfia pudica che mi fa sorridere.
Le chiedo di Serse.

“Serse è troppo sensibile. Mi ha detto«Mamma, ho capito che con papà non c’è possibilità di recupero del rapporto, e non è giusto che tu debba essere infelice a causa mia. Se tu stai bene con quello, stacci. Io non te lo impedirò di certo. Però deve essere chiaro che, se andrai a convivere con lui, io resto con papà. Non prenderla come una minaccia. Tu sei e sarai sempre la mia mammina adorata. Vuol dire che qualche volta mi farò una passeggiata da queste parti, se ti va!»” racconta.
“E con questo, credo che le nostre paure per la risposta di Serse si siano dissolte, no?” mi dice.
“Mi pare proprio di sì” le dico mentre mi alzo, le prendo la mano e gliela bacio delicatamente sul dorso.

Sempre per mano, riappariamo in soggiorno.
“Ecco i piccioncini!” esclama Claudio.
“Mamma, Paolo, prendete questo bicchiere. Facciamo un brindisi” suggerisce. Porge un calice alla mamma, poi a me, poi a Sophia e a Nicoletta ed infine a Luca e a Serse.
“Brindo alla felicità di questa meravigliosa coppia. Sono contenta di stare qui con voi e condividere con voi questo momento” leva il calice Sophia, seguita da Luca. “A Francesca, che ha avuto l’enorme merito di aver fatto ringiovanire mio papà!” esclama il mio figliolo.
“A Paolo, che ha donato tanta gioia a mamma” dice Serse con tono sottile, quasi sottovoce, levando il calice verso di me.
“A voi tutti. Ai miei figli ed a voi, Claudio e Serse, che avete organizzato tutto questo. Ah! Scusa, anche a te, Nicoletta!” esclamo.
“E permettetemi di fare un brindisi particolare alla donna che amo, che mi ha ridato la gioia di vivere e che riempie la mia anima con la luce della sua bellezza e della sua bontà.” E mi avvicino a Francesca per darle un bacio sulle labbra.
Francesca vorrebbe parlare, ma è visibilmente commossa. “Io…io vi ringrazio tutti, ragazzi. Se siamo qui, è per vostro merito. Siete le nostre gioie più grandi. E voglio ringraziare Paolo per avermi donato questo momento magico.” e ricambia il bacio.
Non avevo pianificato nulla sul momento in cui fare la mia proposta di matrimonio, avevo la scatolina in tasca per ogni evenienza.
È fatta. Poggio il bicchiere sul tavolo, mi inginocchio ai piedi di Francesca, apro la scatolina con l’anello, glielo porgo e le dico la classica frase; “Francesca, mio dolce amore, mia ragione di vita, mia gioia e dolcezza: vuoi sposarmi?” mentre la guardo negli occhi, lo sguardo velato dalla commozione.
Francesca prende l’anello mentre annuisce e singhiozzando risponde: “Si Paolo, lo voglio con tutto il cuore, con tutta me stessa!” e si getta verso di me abbracciandomi e baciandomi veramente, davanti a tutti.
Le infilo l’anello al dito e lo mostro a tutti.
È un tripudio di auguri, urla di gioia, abbracci e baci tra tutti, con tutti.
Francesca corre ad abbracciare Sophia e le sussurra “Sarai per me la figlia femmina che ho sempre desiderato e non ho mai avuto! Grazie Sophia!”; passa quindi ad abbracciare Luca, baciandolo affettuosamente sulle guance.
Faccio lo stesso con Claudio e Serse. Sono un po’ impacciato ed imbarazzato, ma Claudio mi viene in soccorso “Paolo, guarda che devi baciare pure Nicoletta. Mi sa che tra un po’ vi imitiamo!” e via altri abbracci, baci, complimenti.
La gioia e la felicità rendono calda l’aria, tant’è che propongo di uscire ed accomodarci in balcone. Il sole è caldo, oggi, e di fuori si sta benissimo.
Approfitto del momento per andare a prendere i pacchetti per i ragazzi. Fortuna che Sophia mi ha aiutato per Nicoletta rimediando tramite la sua amica un foulard di Gucci.

Esco in balcone con la busta dei regali, mi sembra di essere a Natale.
“Oggi per me è un giorno speciale. Francesca ed io c’eravamo già promessi l’uno all’altra, lo sapete no?” e li guardo con complicità, aspettando un loro cenno di intesa. “e voglio che questo giorno rimanga nella vostra memoria, sperando che sia associato ad un pensiero felice. E per aiutare a formare questo pensiero, ho dei pensierini per voi.”

Leggo la loro sorpresa.

Inizio da Claudio e gli porgo il suo interfono. “So che vai in moto con Nicoletta e che fate talvolta lunghi viaggi. Ho pensato a facilitare la comunicazione con questo interfono, con il quale possiate comunicare, ascoltare musica, ricevere e chiamare… Buone gite!”. Claudio e Nicoletta ringraziano.
“Nicoletta, questo è per te. Se non dovesse piacerti, prenditela con Sophia!” le dico sorridendo, provocando una smorfia di mia figlia.
“Alla mia piccola bambina!” e le porgo la scatolina con il brillante della nonna montato su un nuovo castone di oro brunito. Sophia è senza parole, non se lo aspettava.
“Luca, questo è per te. È stato il primo orologio che mi sono comprato con i primi stipendi” gli spiego. “È un Seiko meccanico degli anni 80, non ha grande valore commerciale ma sai quanto ci sono legato” gli dico.

“Vero, papà, mi ricordo che lo portavi sempre. Mi ricordo che aveva un cinturino in gomma nera che poi un giorno ti si è rotto e l’orologio è caduto per terra” mi rammenta. Infatti, ricordo di aver sostituito il bracciale in gomma con quello originale in acciaio modello Jubilee. Lo faccio indossare e noto che Luca ha lo stesso mio polso. “Grazie papà, lo sai che ci tenevo tanto?” mi sorride.

“E ora a te, Serse. Questo è il pensiero a cui ho dedicato più tempo. Io ti conosco solo tramite i racconti di tua mamma, e mi sono fatto l’idea che tu ami le cose belle, anche se semplici. Ed ho pensato di regalarti alcuni dei miei vinili degli anni 70. So che a te piace molto la musica prog; ho pensato allora di donarti alcuni dischi dei gruppi progressive rock più importanti: Genesis, King Crimson, Led Zeppelin, Pink Floyd, Yes. Ho scelto alcuni degli album a cui tengo di più sperando che ti piacciano” e gli porgo la busta con i dodici LP, molti dei quali ancora sigillati.
Leggo lo stupore sul suo viso, misto ad un senso di gioia e di timidezza.
“Grazie mille Paolo. Ma te lo ha detto mamma?” mi chiede.
“No Serse, mamma mi ha detto solo che ti piace la musica e che suoni batteria e tastiere, ovvero i due strumenti che, assieme al basso ed alla chitarra, sono stati gli elementi costanti delle band” gli spiego. “E quindi, ho pensato che probabilmente avere qualche vinile originale da ascoltare dieci, cento, mille volte per gustare ogni piccolo particolare che sui CD sfugge sempre. O sbaglio?” gli chiedo.
“No, hai indovinato al 100%. Ma sul serio non ti ha detto nulla mamma?” domanda.
“Giuro!” gli rispondo, mano sul cuore e dita unite sulla bocca.

Il pranzo trascorre in allegria e gioia. Non ho esperienze di famiglie allargate, ma ho la sensazione che il Natale sarà ancora più bello, quest’anno.
I nostri ospiti se ne vanno, Sophia e Luca ci lasciano casa libera.

“Papà, stasera io dormo da mamma, voglio passare a salutarla, ti dispiace?” mi avvisa.
“No assolutamente, salutamela” le rispondo.
“Franci, credo che da domani sera avremo un sacco di cose da raccontarci, giusto? Ci mettiamo sul lettone con le patatine ed i popcorn, in pigiama, e ci raccontiamo” le dice mentre abbraccia la mia fidanzata.
“E tuo papà, scusa?”
“Papà? Lo mandiamo a vedere la televisione, così si addormenta sul divano e non rompe” dice sorridendo.
“Ma stasera lo coccolo io…” e le fa l’occhiolino.
“Scappo!!!” strilla ridendo.

Francesca mi abbraccia e mi conduce in camera da letto non appena la porta di casa si chiude.
“Stasera ti devi impegnare: devi recuperare dieci giorni” mi dice distendendosi nuda sul letto.
“Tutti stasera?” le chiedo con fare interrogativo e preoccupato.
“Tutti. Datti da fare! Ricordati: stanotte mi devi far godere dieci volte: muoviti!”

Che bel programma!

Cap. 1.             Epilogo

Io Paolo, prometto a te Francesca, mia sposa, di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Questo pensiero, sotto forma di promessa di matrimonio in aeternum mi girava per la testa da settimane.

C’eravamo promessi con scambio di anelli e di fronte a testimoni, di sposarci e di continuare le nostre vite assieme, uniti nell’affrontare le avversità, le malattie, i dissidi, e uniti nel godere delle gioie della vita condivise con la persona che si ama.
Avevo affidato l’organizzazione a Sophia, mia figlia, e a Claudio, il figlio di Francesca, affinché trovassero qualcosa di carino, semplice, accogliente per celebrare un matrimonio simbolico.
E già, perché dopo aver deciso di sposarci, sono iniziati i problemi.
Francesca aveva scoperto che, nonostante le carte in sua mano asserissero altro, risultava ancora sposata al suo ex marito.
Si, Francesca era diventata una pubblica concubina, una bigama traditrice della famiglia.
Assurdo, no?

Era successo che dopo la prima separazione, Francesca era tornata a casa del marito per un tentativo di riconciliazione e, a coronamento dell’avvenimento, era rimasta incinta di Serse.
In quell’occasione, era successo qualcosa di poco chiaro: l’istanza di separazione era stata annullata dal giudice e Francesca era tornata ad essere sposata legalmente con il marito.
Dopo qualche anno, però, le cose andarono male di nuovo e Francesca decise di rompere definitivamente. Certa della separazione, aveva atteso che il divorzio subentrasse automaticamente alla scadenza del quinto anno di separazione.
Poi, un po’ per pigrizia, un po’ per una serie di problemi e complicazioni intervenuti, aveva smesso di seguire la pratica.
Con sua enorme meraviglia, quando fu il momento di andare di fronte all’ufficiale di stato civile per la promessa, lo stato di Francesca risultò ancora “coniugata”, non “separata” o “divorziata”.

Laura, la compagna e collega di Fabrizio, il mio avvocato, aveva subito cercato di chiarire la questione e riuscì, con l’aiuto di Francesca e con frequenti incursioni in Tribunale e in Anagrafe, a ricostruire la storia.
Insomma, Francesca era ancora sposata.

“Va bene, è un problema. Ora facciamo istanza di separazione immediata, parliamo con il giudice e gli spieghiamo la cosa. Vedrai che in poche settimane risolviamo tutto, e poi aspetteremo qualche mese per il divorzio” ci spiegò Laura.
“Certo, per ora dovrete rimandare per qualche tempo l’ufficializzazione della vostra unione, ma non credo che questo cambi molto le cose, no?” concluse.
“Per me no!” intervenne Francesca. “Io mi sento la moglie di Paolo, a prescindere da tutto. Non è un pezzo di carta o il discorso di un pupazzo in fascia tricolore a stabilire se io sono sposata con Paolo” ribadì sottolineando la parola sposata.
Era al contempo inviperita e depressa. Questa cosa l’aveva colpita, nonostante volesse apparire superiore a tutto quel che stava accadendo.

“Amore mio, lo sai. Io ho deciso di condividere la mia vita con te, e te l’ho dimostrato. Anche per me, un pezzo di carta della Repubblica Italiana non conta niente. Contano di più le promesse che ci siamo scambiati mesi fa. E se poi dovremo attendere qualche altro mese, amen. Ce ne faremo una ragione tutti e due, no?” e l’abbracciai tirandola a me.
“Ascolta, Francesca: i nostri figli sono grandi, anche Serse è ormai maggiorenne e ha deciso di stare con il padre comunque. Io tra qualche mese andrò in pensione, abbiamo fatto i conti assieme che ti conviene ancora lavorare in casa famiglia per la questione dei contributi previdenziali, anche all’orario minimo. E poi c’è sempre la possibilità di farti assumere da quel mio amico che ha bisogno di un designer creativo come te, se proprio devi cambiare.”
“E parliamoci chiaro: so tutto quel che fai con i tuoi soldi, perché mi hai chiesto tu di verificare i tuoi conti. Tu versi un terzo del tuo netto al tuo ex, anche se dovrebbe essere lui a farlo in teoria, e in più foraggi Sergio con la paghetta di altri 250 euro al mese.”
“Però tu con quel che rimane ci fai tutto, anche la spesa per noi. Io ti ho dato il mio bancomat e la mia carta di credito perché gestissi la casa e le cose della nostra vita, e tu in sei mesi ci hai pagato solo la riparazione della lavapiatti, giusto perché avevi bloccato il tuo bancomat, ricordi?”
“Insomma, voglio dire con ciò che tu sei totalmente autonoma, libera ed indipendente. Non hai bisogno di nessuno, tantomeno di un marito.”
“IO HO BISOGNO DI TE!” quasi mi urlò in faccia.
“Ed io di te, La cosa è reciproca, come vedi.” le dissi prendendole il viso tra le mani guardandola dritto negli occhi.

“Guardami: ti ho promesso tutto il mio amore ed intendo rispettare la mia promessa, a prescindere. Dal punto di vista legale, tutto quello che serve è qualcosa che attesti i tuoi diritti su una parte dei miei beni. E a questo avevo già provveduto, visto che ho creato un trust di cui tu sei la beneficiaria in caso di mia morte. Insomma, quello che voglio dirti è che, se anche morissi, hai i diritti inviolabili sanciti da un legato testamentario. Non tolgo nulla ai miei figli, perché li ho coinvolti prima ed ho avuto la loro totale ed incondizionata approvazione. E sono stato assistito da Laura e da Fabrizio, che sai quanto ti sono vicini” le parlai con il cuore in mano.

“Sai, invece di fare la festa per il matrimonio civile, celebreremo un matrimonio simbolico, che avrà valore solo per noi. Ed è tutto ciò che ci serve. D’accordo?” conclusi.
E così ci mettemmo al lavoro.

Non riuscimmo a festeggiare.
Francesca purtroppo, ci lasciò.
Mi chiamò Claudio, suo figlio, in lacrime.
Era stato avvisato da un collega di Francesca, suo amico, che la mamma era stata ricoverata di corsa al Policlinico Casilino per un’emorragia interna molto grave.
Francesca aveva avuto a suo tempo problemi uterini ed era stata operata con un intervento di cauterizzazione dei vasi afferenti in attesa di una isterectomia totale che non fu mai praticata.

Corsi come un pazzo. Lasciai la macchina in mezzo al piazzale urlando dal dolore e chiamando Francesca a gran voce.
La gente mi guardava prima con sorpresa, poi con compassione, quindi con muta partecipazione al mio dolore.
Vidi Claudio fuori del reparto di chirurgia d’urgenza, che stringeva le spalle al fratello Serse.
C’erano le sorelle di Francesca, in lacrime. C’era già Sophia, accanto a Nicoletta, entrambe in lacrime.

“Dov’è? VOGLIO VEDERLA! COME STA?” urlai.
I loro occhi gonfi di lacrime, le spalle chiuse, i capi chini, mute risposte alle mie strazianti domande.
“PERCHÉ? PERCHÉ? PERCHÉ?” e crollai anch’io.

Mi risvegliai in una stanza dell’ospedale, tutta una serie di cannule e flebo, il monitor che riportava il ritmo del mio cuore, la mascherina dell’ossigeno che mi aumentava il senso di oppressione.
“Francesca?” chiesi a qualcuno che stava vicino al mio letto.
“Papà, Francesca… non c’è più” rispose con voce rotta e tremula Sophia.
Dall’altra parte del letto, c’erano Luca e Claudio.
“Dove sono? Che è successo?” e poi, un’epifania dolorosa.
Francesca era morta.

Avevo avuto un infarto a cui ero sopravvissuto solo per il fatto di essere in ospedale di fronte al pronto soccorso.
Non partecipai al suo funerale, ero ancora in coma farmacologico mentre venivo curato per il più classico degli infarti cardiaci. Rimasi una settimana in terapia intensiva e poi fui spostato in clinica per il decorso e la riabilitazione.

Recuperai, in qualche modo, la salute.
Ma ho perso la voglia di vivere.

Vado spesso a trovare Francesca, seppellita accanto al papà che ha tanto amato e che la ha altrettanto amata. Le parlo, le racconto dei nostri figli, dei nostri nipoti, dei miei giorni pieni solo delle cose semplici della vita di un pensionato a cui il fato ha tolto l’amore per due volte. Lei mi ascolta, la sento dentro di me. Ogni volta che la penso, una profonda emozione scalda il mio cuore.
Ho la fortuna di avere ereditato una famiglia allargata che mi ha dato quel calore che mi è mancato con la perdita del mio Amore.

Sophia si è sposata ed ha avuto una bambina che ha chiamato Francesca. Mi accompagna spesso al cimitero e si mette accanto a me, abbracciandomi e sostenendomi.
Claudio, il primo figlio di Francesca, si è anch’egli sposato con Nicoletta, la sua fidanzata, ed hanno avuto una coppia di gemelli. Anche essi hanno chiamato la loro femmina Francesca, il maschietto invece ha preso il nome del nonno materno.
Luca si è definitivamente spostato a Boston. Sua moglie è un’americana WASP, molto “sophisticated lady”. Nelle varie telefonate che ci facciamo, mi ha confessato che la suocera gli ricorda sua madre, e che rimpiange la semplicità e la cordialità di Francesca.
Serse ha portato il padre con sé e si è spostato a vivere in Bulgaria. Non lo ho più sentito. Ho fatto in modo di aiutarlo materialmente trasferendogli metà del fondo che avevo intestato a Francesca. L’altra metà l’ho girata a Claudio, che l’ha usata per comprare la porzione di villetta bifamiliare accanto a quella di Sophia. Sono contento che i due fratellastri abbiano un rapporto così stretto. È come se Francesca operasse per tenerli assieme e farmi compagnia.

Ho perso lei, ma ho trovato un figlio e la sua compagna, che mi amano e mi considerano un padre.
E ogni volta che vado da loro a trovarli, le due piccole Franceschine mi corrono incontro “Nonno, nonno!” e mi abbracciano.

E i miei occhi si gonfiano di lacrime, ed il cuore mi si scalda.
Addio, Francesca, amore mio.

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