L’equazione dei sensi
di Paolo Sforza Cesarani
Introduzione
Francesca ed io avevamo provato ad “ampliare i nostri orizzonti sessuali” più volte.
Nessuna necessità di variare pietanze, il sesso tra noi era sempre stato magico, qualcosa di indescrivibile come la prima volta di una coppia di adolescenti profondamente innamorati, ma con la consapevolezza della sessualità matura di una coppia esperta delle cose della vita.
No, cercavamo piuttosto qualcosa che fosse l’angostura nel bloody mary, o le olive nel martini rigorosamente agitato, non shackerato.
Alcuni di voi ricorderanno il primo nostro scambio di coppia con una coppia di amici con i quali eravamo molto intimi, non cercato, non deliberatamente richiesto, capitato così per caso come spesso succede.
Era nato da un massaggio tantrico di coppia, e si era concluso in una delle esperienze sessualmente più appaganti della vita di Francesca e mia, al punto da farci aprire gli occhi sulla possibilità di vivere i nostri momenti di sessualità in maniera più aperta e varia senza rinunciare ai nostri spazi e, soprattutto, senza implicazioni verso il nostro rapporto.
Come ho spesso ricordato, Francesca non era una belva assatanata di sesso, non amava l’apparire se non in determinate e selezionatissime occasioni ma nel contempo adorava la sperimentazione e non si tirava indietro se la sua razionalità le suggeriva che non esistevano rischi ingestibili nell’affrontare situazioni nuove e non conformi al suo concetto di normalità.
Inoltre, si fidava molto di me ed aveva sempre approvato le mie proposte border-line pur non essendo appassionata del mondo perverso che talvolta si palesava osservando quei contesti in cui provavo a portarla per dare sfogo alle mie lucide follie. Per amore mi seguiva, ma talvolta avevo la sensazione come di deluderla con certe mie voglie, frutto del mio istinto che della mia passione.
L’esperienza al privè, seppure tutto sommato passata senza grandi problemi, in realtà aveva lasciato dietro di noi un po’ di amarezza e di distacco da quel mondo, che avevamo alla fine definito come eccessivamente perverso e non confacente alle nostre esigenze.
Francesca ed io continuavamo a fare dell’ottimo sesso tra di noi senza sentire necessità di altro.
Ogni tanto qualche piccola trasgressione innocente più per placare il mio desiderio di esibirmi e di esibirla, con l’estetista, poi alla SPA, ancora con Saryana per un ottimo massaggio tantra, ma erano esperienze confinate nel nostro microcosmo, non toccavano altri che non fossero ‘operatori’.
Poi, una sera, nell’aprire la casella di posta dell’account con il quale ci eravamo iscritti ad un sito di scambisti, mi accorsi di aver ricevuto la notifica che numerosi messaggi erano in attesa di essere letti sul sito, tra i quali uno di una coppia romana di nostri coetanei che invitava a contattarli via mail fornendoci il loro indirizzo, se ancora interessati.
Preso dalla curiosità andai a consultare il profilo della coppia nel quale apparivano alcune foto, censurate sul viso, di persone normali, vestite, riprese ora a fare shopping, ora a passeggio, ora a prendere un gelato.
Insomma, il contrario di quanto si potrebbe immaginare.
«Cari Francesca e Paolo, siamo Chiara e Federico, coppia romana vostra coetanea. Ci ha colpito la naturalezza del vostro messaggio di presentazione, nel quale vi dichiarate assolutamente inesperti, e vorremmo approfondire la vostra conoscenza, senza pretese di far altro se non quattro chiacchiere in compagnia, magari prendendo un buon gelato di cui Chiara è particolarmente golosa. Rispondete con una mail all’indirizzo xxxx se interessati.» recitava il testo della mail.
Seguiva appunto l’indirizzo email ed una foto della coppia, scattata con il selfie, seduti ad un bar a sorbire un gelato. Una coppia di persone gradevoli, normalmente vestite, non appariscenti. Lui aveva un viso conosciuto e doveva essere mio coetaneo o quasi, lei un po’ più giovane di Francesca, minuta, di corporatura normale.
Una coppia di persone come ne potresti incontrare a bizzeffe al cinema, a teatro, al ristorante, a fare la spesa, ma che non avrei mai posizionato in un privè a scopare e a farsi scopare in mezzo ad altri.
Ma tant’è, l’abito non fa il monaco…
Qualcosa mi suggeriva che Federico era una persona simile a me, corporatura simile, probabilmente stesso ambiente, insomma, una persona con la quale sentivo sarei andato d’accordo subito.
“Fra’, puoi venire un momento in studio?” chiesi a Francesca che stava sul tavolo da pranzo a disegnare con matite e pastelli su un grosso foglio bianco un motivo che mi ricordava qualcosa di Balla o di Depero.
“Che c’è, amore?” mi rispose
“Volevo farti leggere una cosa” le dissi, senza ulteriori spiegazioni.
“Cosa?”
“Vieni e vedrai”
Mi raggiunse dietro al tavolo ed inforcò gli occhiali che teneva appesi ad una catenella al collo.
“Cosa devo leggere?”
Le indicai la mail aperta in una finestra su uno dei due monitor, quello più vicino a lei.
Muta.
Lesse, rilesse, si tolse gli occhiali e mi guardò negli occhi.
“Perché mi fai leggere questo?” mi apostrofò, un senso di disagio, di disappunto nella voce.
“Non so, amore, ho aperto per caso questa casella di posta, erano mesi che non lo facevo, e ho visto che mi sono arrivate una cinquantina di notifiche di messaggio sul sito” risposi, non volendo celare nulla. Mi ero ripromesso di mantenere la massima trasparenza su tutto, con lei.
“E allora?”
“Allora nulla, sono entrato a vedere e tra tutte mi è balzata agli occhi questa. Sinceramente, non so nemmeno perché l’ho aperta. Ce ne erano tantissime altre. Non era né la prima né l’ultima, vedi?” mostrandole con il cursore come in effetti la notifica del loro messaggio fosse effettivamente una tra tante, le altre ancora marcate da leggere.
Ne aprii un’altra a caso: conteneva alcune foto esplicite del membro di lui e della vagina di lei, e della coppia con delle mascherine «Coppia giovane per maturi, lui e lei bsx, solo per decisi non ospitiamo». Gli altri erano più o meno tutti su quel genere, alcuni più espliciti, altri meno.
Il caso mi aveva fatto aprire subito l’unico messaggio differente.
Guardai Francesca e le chiesi “Non ti sembra strano?” indicando la curiosa situazione che si era creata.
“E poi mi sa che lui lo conosco. È un viso familiare ma non riesco a ricordare dove l’ho visto e chi sia” aggiunsi.
Francesco guardò intensamente la foto, osservando con attenzione sia lui che lei. “Lui ha gli occhi buoni, è una brava persona. Non l’ho mai visto, però è anche vero che non ha un viso indimenticabile.”
“Lei?”
“Lei non mi piace. È una che non la racconta giusta. Secondo me è un po’ viperetta. Però ha un qualcosa di particolare nello sguardo. È quasi magnetico. Indagatore. Anzi, inquisitore.” rispose mentre scrollava sul monitor l’immagine successiva.
“Qui è meglio. Secondo me è la sua seconda o terza donna. Ed è una che ha bei trascorsi”.
Francesca era micidiale in questo. Era capace di leggere l’anima di una persona dalla sua foto, e sovente ci azzeccava con grande precisione, quasi che le immagini le parlassero.
“E quindi?” le chiesi guardandola fissare l’ultima foto di Chiara, che la ritraeva distesa a pancia in giù sulla sabbia di una spiaggia tirrenica.
“E quindi cosa?” ribattè, provocandomi.
“Gli rispondiamo?” rintuzzai.
Francesca ristette qualche secondo, meditabonda.
Sollevò lo sguardo, strizzò un momento gli occhi fissandomi intensamente e poi rispose: “Tu hai questo demone che ti rode dentro da quando abbiamo avuto quell’esperienza con Fabrizio e Laura, in barca. Da quel momento è come se provassi questo senso di incompletezza. Come se volessi provare a te stesso qualcosa, ed io fossi la strada per farlo” proruppe guardandomi.
“E poi, dopo quel che è successo al privè quel giorno disgraziato, tu non hai più né fiatato né accennato. Eppure di occasioni ne abbiamo avute, no?” proseguì.
Annuii.
“Ti ricordi quel privè sull’Aurelia, quando incontrammo quella coppia da Famolo Strano?” e sorrise al pensiero di quell’assurda, irreale situazione di cui alcuni di voi avranno memoria e che tanto ci fece ridere, alleggerendo una situazione al limite del grottesco.
“E come potrei dimenticare, amore mio?” le risposi abbracciandola e tirandola a me.
“Ecco, quella sera, dopo quell’incontro assurdo, e dopo il giro fatto nelle stanze, non avevo alcuna intenzione di fare nulla, e se ben ti ricordi, tornati a casa non andava nemmeno a te di fare l’amore…” mi rammentò la mia amata.
“Hai ragione. In effetti quella serata non mi ha lasciato un bel ricordo. Il posto non era malaccio, Franco e Livia alla fine non erano nemmeno tanto male, molto meglio di certa gente che siamo obbligati a frequentare, no?”
“Oh sì, su questo non posso darti torto. Però non mi piacque quel bordello, quella gente che si accoppiava bestialmente in gruppi, quasi forzati del sesso…”
“Hai ragione. Infatti mi ricordo che ce ne andammo senza rimpianti, no?” dissi.
“Si, infatti” annuì Francesca.
“Però ora mi devi dire: cosa vuoi fare?” mi incalzò.
“Fra, non so. Anche nulla. Il loro messaggio è di oltre un mese fa. Io non entravo sul sito da più di tre mesi, immagino che se anche non dovessi rispondere, non cambierebbe assolutamente nulla. Non voglio fare nulla che possa metterti anche solo minimamente a disagio” ribattei con fermezza.
“Amore, ce lo siamo sempre detto: io ti seguirò sempre nelle tue follie, basta che non mettano a rischio il nostro amore.”
Decidemmo di accettare un incontro “esplorativo” e conoscitivo a cena.
Detti loro appuntamento a Trastevere, in un locale non particolarmente turistico in una piazzetta tra Via della Scala e Piazza di Santa Maria in Trastevere.
Parte 1 – La conoscenza
L’aria di Roma a metà maggio era già calda, ma una brezza leggera si levava dal Tevere, portando con sé il profumo dei platani e dei tigli e un sentore di umidità. Il bistrot a Trastevere, con i suoi tavoli all’aperto e le luci soffuse, era la cornice perfetta. Quando Francesca ed io arrivammo, Chiara e Federico erano già seduti al tavolo che avevo chiesto di riservare, un po’ appartato e non troppo in vista. Mi ero avvicinato per primo, e appena Chiara mi aveva visto, si era alzata con un movimento fluido e sensuale. Francesca era rimasta un passo indietro, osservando.
Mi ero presentato, salutando con un compito baciamani, e poi avevo fatto le presentazioni formali. «Francesca, ti presento Federico e Chiara». Federico, con un sorriso sincero, si era alzato e aveva teso la mano a Francesca, sfiorandole le dita e portandola delicatamente alle labbra a sua volta in un perfetto baciamano, un gesto di galanteria d’altri tempi che a Roma, e in certi ambienti, non era affatto scontato. Francesca, con il suo naturale charme, aveva sorriso, un piccolo movimento delle labbra che le incorniciava gli occhi vivaci. Poi era stata la volta di Chiara.
Chiara, dal canto suo, aveva mosso un passo deciso verso Francesca, i suoi occhi penetranti, di un verde bottiglia, la scrutavano con un interesse palpabile. Aveva abbracciato Francesca con una presa ferma e le aveva baciato la guancia con un’intensità quasi possessiva, soffermandosi un attimo più del dovuto nei pressi della bocca. Francesca aveva avvertito la vibrazione, aveva percepito la chiara intenzione di quella donna che le stava davanti, ma aveva mantenuto il suo sorriso educato, senza tradire alcun turbamento.
Chiara era una visione. Indossava un paio di pantaloni a vita alta color avorio, così attillati da sembrare una seconda pelle, che ne esaltavano la figura esile e slanciata. Erano un capo che solo una persona in perfetta forma fisica come lei poteva permettersi. Sopra, un top nero in maglina aderente, con uno scollo all’americana che le lasciava le spalle completamente nude e un cintino che le avvolgeva il collo, mettendo in risalto la linea della schiena, anch’essa totalmente scoperta. Era evidente che non portava il reggiseno. Un paio di sandali gioiello con un plateau di due centimetri e un tacco vertiginoso di tredici le slanciavano ulteriormente la figura. Dalla cintura del pantalone si intravedeva la sgambatura del body nero sottostante, un taglio profondo e stretto che ne indicava la forma audace; al cavallo, il tessuto teso delineava una lieve ma inconfondibile sagoma di un “camel toe”. Era un mix di raffinatezza e di provocazione sottile, studiata.
Ci eravamo seduti tutti e quattro, io in una camicia di lino blu e pantaloni chiari, Francesca con un abito a fiori discreto, e Federico in un abito sportivo ma elegante. Avevamo iniziato a parlare del nostro passato. Io e Federico avevamo rievocato i tempi della Marina.
“Ecco dove ci siamo incontrati!” proruppi.
“Eravamo entrambi in Marina. Ricordi?” gli dissi fissandolo cercando di ricordarlo in divisa.
«Ma si, certo! Ti ricordi, Paolo? A MARICOMMI Roma. Sembra un secolo fa» aveva detto Federico ridendo. «L’informatizzazione delle direzioni di Commissariato. Tu eri un Tenente di Vascello, ai tempi, eri lì per qualcosa riguardo all’informatizzazione…”
“Si, ero il responsabile del progetto, e Roma era la sede pilota”lo interruppi
“Io solo un povero Guardiamarina in sottordine, addetto a conteggiare paghe e stipendi dei sottocapi e comuni».
“Lo siamo stati tutti, sottordini e guardiamappine!” risposi, ironizzando sul nomignolo che alcuni capi ci affibbiavano. E avevano ragione, perché si usciva dall’Accademia credendo di avere le chiavi del mondo mentre invece, avevi bisogno di tutto l’aiuto possibile, soprattutto dei Capi, sottufficiali anziani con anni di esperienza sulle spalle…
Avevamo scherzato sulle difficoltà di quell’impresa, su come la resistenza al cambiamento di scazzati impiegati civili e vecchi sottufficiali in attesa di pensionamento avessero reso quell’iniziativa quasi epica. Era un’amicizia nata sul campo, sul lavoro, e si sentiva il rispetto tra noi.
La conversazione era poi scivolata sulle nostre vite attuali. Federico aveva parlato di Chiara con evidenti affetto e ammirazione.
«Chiara è una psichiatra, ma non di quelle che ti mettono sul lettino. Lei ti fa riflettere, ti fa scoprire lati di te che non sapevi di avere» mi aveva detto, e i suoi occhi brillavano.
«Ha una passione per la sessuologia che va ben oltre la sua professione».
Chiara aveva risposto con un sorriso, senza smentire.
“Di dove sei, Chiara?” chiese Francesca.
“Sono di Roma, nata a Roma da genitori dalmati” rispose reprimendo un inizio di ghigno mentre un lampo sinistro le abbuiava lo sguardo.
Intuii al volo la situazione e venni in aiuto di Francesca.
“Sfollati, quindi, brutta storia” glissai.
Chiara annuì, lo sguardo fiero e riconoscente dritto nei miei occhi.
Capii.
Intervenne Federico nel voler giustificare il freddo glaciale che era sceso sul tavolo.
“Non potevate saperlo, ma tutti i parenti stretti di Chiara sono stati uccisi dai partigiani titini. Il padre riuscì a salvare la sua fidanzata, futura moglie, e se stesso perché si erano appartati in un fienile dal quale videro la scena della fucilazione a sangue freddo di tutta la famiglia”.
“Riuscirono a fuggire in Italia e poi a Roma, ove si sposarono e si rifecero una vita.” Concluse.
“La Croazia dovrebbe affondare con tutti i croati per poi riemergere libera e ripulita ‘da quella merda’” proruppe a bassa voce Chiara. Le sue parole si erano trasformate in un fiume in piena di odio primordiale.
Federico cercò di reindirizzare la conversazione su qualcosa di più leggero.
“Tu cosa fai, Francesca? Di cosa ti occupi?” chiese.
“La mia attività principale è, in qualità di educatrice, quella di dirigere una casa famiglia. Ma in realtà sono molto presa da numerosi progetti grafici e sono appassionata della realizzazione di mosaici a tema” spiegò.
Francesca raccontò della sua passione per i mosaici, del suo amore per Klimt e Klee, per il futurismo per l’architettura razionalista.
Nonostante la sua estrazione popolare e la matrice antifascista della sua famiglia di origine, apprezzava la genialità degli architetti del tempo e lodava l’illuminata gestione dell’edilizia pubblica nel ventennio, che donò all’Italia infrastrutture moderne, funzionali e, soprattutto, belle.
Discutemmo un po’ di architettura, e Francesca ci affascinò spiegandoci come certe scelte politiche del dopoguerra avessero generato ecomostri che alla fine si dimostravano inefficienti e brutti, portando ad esempio Corviale, le chruščëvke a Mosca fino al brutalismo sovietico, e dall’altra paragonandole con il nitore artistico delle palazzine di Libera a Ostia.
“E tu, Paolo, oltre al lavoro, che interessi hai?” mi chiese Chiara, ritornata affabile e gentile, una volta spento il demone che albergava in lei.
“Beh, mi piace la vela che pratico quando posso. Andare per mare è un qualcosa di speciale, complesso, che richiede competenza, passione, dedizione e, soprattutto, rispetto per il mare e la natura” spiegai.
“Poi, quando non sono in barca o abbracciato a Francesca” e nel dirlo la abbracciai per le spalle e le diedi un bacio sulla testa “leggo di storia, soprattutto etrusca, romana e medievale. Poi mi piace ascoltare buona musica e, ovviamente, fare dell’ottimo sesso con il mio Amore” conclusi facendole l’occhiolino e provocando una risata generale mentre Francesca mi dava un buffetto sulla spalla, un po’ imbarazzata.
La conversazione scorreva placida e tranquilla come l’acqua di un grande fiume, tra un bicchiere e l’altro di vino, bianco per noi e rosso per Francesca. Chiara stranamente non beveva, nonostante avesse dichiarato di non essere astemia.
Arrivammo a toccare i temi del sesso, argomento per il quale eravamo evidentemente lì.
Raccontammo di noi, delle nostre esperienze, anche dell’ultima volta al privè mentre Francesco e Chiara annuivano.
“Triste situazione, quella dei privè romani. Pieni di gentaglia, cafoni per lo più bombati di testosterone e di coca” aggiunse Chiara.
“Noi abbiamo abbandonato da anni quei giri. Partecipiamo solo a selezionatissime feste private, dove lo scambio è possibile ma non imposto, e dove si va per distendersi, rilassarsi, incontrarsi con persone che altrimenti non frequenteresti ma che non sono peggiori di quelli che frequentiamo abitualmente, anzi” completò il discorso.
Raccontammo dell’esperienza al privè sull’Aurelia e del “famolo strano” provocando la sincera ilarità dei nostri anfitrioni.
“Conosciamo quel posto” interloquì Federico “e non è nemmeno uno dei peggiori, ma quando la selezione fallisce, diventa un ricettacolo di gentaglia infrequentabile” spiegò.
“E quando sono in difficoltà con i conti, aprono le gabbie e fanno entrare decine di singoli paganti o di finte coppie costruite appositamente per pagare di meno e scroccare un buffet, del pessimo vino ed un bagno in piscina oltre all’opportunità di rimediare un po’ di squallido sesso” concluse.
Chiamammo i giri alle 11 di sera, discutemmo un po’ su chi dovesse pagare il conto ed alla fine decidemmo di fare alla romana, metà per uno.
Saluti, baci e abbracci
“Grazie per la compagnia, sentiamoci anche solo per un aperitivo, se vi va.”
Tornati a casa, l’atmosfera era rilassata. Francesca si era tolta i sandali, sospirando, e si era lasciata cadere sul divano. Io le avevo portato un bicchiere del suo rosso preferito, un Negramaro del Salento, e mi ero seduto accanto a lei.
«Allora?» le avevo chiesto, curioso di sentire le sue impressioni. «Come ti sono sembrati?»
Francesca aveva preso un sorso del suo vino, pensierosa. «Federico è un bell’uomo, Paolo. E poi, è un vero signore, come te. Il baciamano… chi lo fa più? Mi ha fatto un’ottima impressione. È colto, intelligente, e mi sembra una persona di cui ci si può fidare».
I suoi occhi, però, si erano leggermente induriti quando aveva pronunciato il nome di Chiara. «Lei… è un tipo strano. Molto… costruita, non trovi? E quel modo di fare… così diretta. Ho sentito che tentava di sedurmi, sai? Con quel abbraccio troppo lungo, quello sguardo…». Aveva fatto una pausa, poi aveva continuato, la sua voce leggermente più fredda: «È una predatrice. E la trovo anche un po’… competitiva. Come se volesse dimostrare qualcosa, o mettersi in competizione. Ho avuto la sensazione che volesse marcare il territorio, anche con te. Ma non la lascio fare, sia chiaro. Non fatemi incazzare, perché divento peggio der gobbo der quarticciolo».
Avevo sorriso, conoscendo bene il suo “aplomb” che celava un carattere forte e deciso. Sapevo che Francesca, nonostante la sua naturale signorilità, non era certo una che si tirava indietro quando veniva provocata.
«È il suo modo di essere, amore. È una donna intensa, che non ha filtri. E sì, è bisessuale, come avrai capito. Ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. Non c’è competizione tra noi. Io sono tuo, e tu sei mia. E lo sai bene». Le avevo preso la mano, rassicurandola.
Lei aveva annuito, e poi il suo sguardo si era ammorbidito di nuovo, tornando a parlare di Federico. «Comunque, lui mi incuriosisce. E se la serata dovesse essere simile a questa, penso che potremmo anche approfondire. Con loro due, mi sento… in qualche modo sicura. Non è come con quelle persone maleducate del privé. C’è rispetto. E poi, mi piace che ci sia un legame con te. Il vostro passato in Marina…»
Avevo capito. La razionalità di Francesca aveva trovato un appiglio nella figura di Federico, nel rispetto e nell’appartenenza a qualcosa di speciale per me e per lui, che ci legava. E la competizione latente con Chiara, lungi dal dissuaderla, sembrava quasi stimolarla, come una sfida da affrontare con la sua innata eleganza. Il suo processo di convincimento era iniziato.
Parte 2 – Approfondiamo la conoscenza
La bottiglia di Gewürztraminer Kastelaz era una scelta non casuale: sapevo che Federico apprezzava i bianchi aromatici, e questo aveva una struttura tale da accompagnare bene anche la conversazione. Due bottiglie ben ghiacciate, adagiate in una borsa termica con i cristalli sintetici ancora freddi. Francesca ne aveva ammirato il colore dal collo trasparente: “È dorato, come la luce su Roma in queste sere…”
Francesca era bellissima. Lo dico con l’orgoglio dell’uomo che l’ha scelta, e che continua a meravigliarsi per la fortuna che ha avuto. Capelli freschi di piega, sciolti sulle spalle in un’onda appena domata. La lunga seduta dall’estetista prima e dal parrucchiere poi mi avevano restituito una dea ancora più bella e luminosa del solito. Sapevo che aveva approfittato per farsi una ceretta brasiliana: un rapido passaggio con le dita sulla coscia mi aveva scatenato la sensazione di seta sotto la seta del suo abito estivo color sabbia lungo fino al ginocchio, non trasparente ma particolarmente sottile da adattarsi alle sue curve con una plastica morbidezza che esaltava le sue forme. Nessun intimo, nessun elastico a interrompere quella teoria di forme morbide; solo i suoi capezzoli piccoli e tesi, visibili sotto la stoffa, e la promessa di un piacevole interludio tra le sue cosce lisce. I sandali gioiello di Jimmy Choo scintillavano alla luce calda del crepuscolo, perfettamente abbinati alla Birkin in pendant che le avevo regalato per il compleanno. Mi guardò di sbieco mentre scendevamo dall’auto: “Stasera stai preoccupato…”
Io, in lino grigio chiaro. Camicia bianca in voile di cotone, aperta al terzo bottone. Mocassino sfoderato Campanile color cuoio, piede nudo. Nessun intimo. Mai, in queste situazioni.
Il Gewürztraminer pesava poco, ma la tensione emotiva dava al vetro un peso simbolico.
Lungotevere Arnaldo da Brescia, numero 9. L’attico con vista sul Tevere, terrazza d’angolo con esposizione sud, vista su Castel Sant’Angelo e sul Cuppolone, con la luce del tramonto a tingere tutto di rame fuso. Federico e Chiara abitavano lì, in uno degli edifici costruiti secondo l’architettura razionalista dei primi anni ’40. La portineria era sobria, decorata con piastrelle esagonali bianche e nere, pulita come una caserma.
Ci aprirono assieme. Chiara indossava un abito attillato bianco, senza spalline, che abbracciava ogni curva con decisione e un pizzico di sfida. Labbra vinaccia, sandali dorati con tacco 10. Sotto, nulla che lasciasse spazio all’immaginazione. Federico, invece, camicia in lino blu notte e pantaloni sabbia, il suo ormai caratteristico Toscano tra le dita e lo sguardo sornione.
“Benvenuti! Era ora.”
Francesca tese a Chiara un piccolo rotolo: “Un mio disegno. Per voi.”
Chiara lo aprì con delicatezza. Raffigurava un edificio immaginario, in verticale, ispirato al Palazzo della Civiltà Italiana ma intrecciato con geometrie alla Depero. Colori netti, struttura decisa.
“È meraviglioso. Un mix di Boccioni e Terragni! Posso incorniciarlo e metterlo in studio?”
Francesca sorrise: “Sarebbe un onore.”
L’ingresso era dominato da una credenza in legno laccato nero, stile telefoni bianchi. Su di essa, troneggiava un vecchio telefono a disco combinatorio anni ’30, in bachelite nera lucida, con rifiniture in rame tirato a specchio.
“Funziona?” chiesi a Federico, indicandolo.
“Ovviamente.”
Sulle pareti, litografie in stile Belle Époque con soggetti femminili. L’intero appartamento era un compendio di stile eclettico, ma coerente: tavolo da pranzo ovale in noce lucido, sedie imbottite in velluto rosso. Soggiorno con abat-jour velate da foulard di seta color crema e ametista. Sofà curvi in stile art nouveau. Il tutto profumava di legno antico e incenso leggero.
Federico ci guidò verso la terrazza ove ci accomodammo su comodi divani disposti ad angolo e su due chaise longue in legno di palissandro e teak, che delimitavano uno spazio occupato da una sorta di predella, anch’essa in tavole di legno di teak e palissandro alternate nei colori come le chaise lounge. Agli angoli, tavolinetti uguali con due lumi con abatjour anni ’50. Un basso tavolino da salone, nelle stesse essenze e medesimo schema cromatico, completava l’arredamento di questo salotto all’aperto.
Vista mozzafiato su San Pietro, luci accese su Castel Sant’Angelo.
Il Tevere sembrava olio nero.
“Comandante!” disse salutandomi militarmente con tono scherzoso.
“Piantala, Federico! Non mi far ricordare quei periodi: in certi giorni mi toccavano anche i turni di ispezione, e dovevo fare pure la notte…” replicai. “Ma almeno avevamo il bar sempre aperto.”
“Tu non eri di leva, vero?” intervenne Chiara.
“Sì, prima ero ufficiale di complemento come lui” risposi indicando il mio ex collega. “Poi mi hanno fatto una proposta che non potevo rifiutare, passare al Ruolo Speciale e diventare uno dei punti focali del progetto di automazione delle Direzioni di Commissariato” spiegai.
“Le MARICOMMI, no?” interloquì Federico.
“Si, quelle. Il Capo mi voleva a tutti costi ad occuparmi del progetto. Roma era la Direzione pilota.”
“Il capo? Chi, scusa?” mi chiese.
“Scusa, l’Ammiraglio M., il nostro Capo di Corpo all’epoca, ricordi?” risposi.
Federico rise. “Ah, certo, come no. Io, invece, me ne sono scappato col congedo in tasca al termine del servizio di leva. Provarono a trattenermi, ma non ci riuscirono. Considera che avevo lo studio di commercialista di famiglia già avviato.” spiegò.
Chiara servì del prosecco ghiacciato nei calici che erano disposti su uno dei tavolinetti bassi. Il ghiaccio nella glacette sfrigolava appena.
La musica? Jazz lento: Baker, Einaudi, qualche brano dei Gotan Project in sottofondo.
«Vi capita mai di sentirvi osservati… e di volerlo?» domandò Chiara, accennando un sorriso ambiguo mentre incrociava le gambe, facendo tintinnare il bracciale rigido Cartier.
Francesca sollevò un sopracciglio. «Non solo capita… A volte lo cerco.»
Federico ridacchiò con voce bassa. «Dillo a Chiara. Una volta, in Corsica, abbiamo fatto una passeggiata completamente nudi fino a una caletta dove c’erano solo due pescatori… e lei ha fatto finta di cercare qualcosa nella borsa per dieci minuti, piegata in avanti.»
«Non fingevo!» Chiara replicò ridendo. «Avevo perso la custodia degli occhiali.» Poi si rivolse a Francesca: «Sai com’è, certe posture allungano la ricerca.»
Francesca rise, e il suo sguardo si spostò su di me. Io, pur trattenendo un sorriso, non potei fare a meno di sentire una punta di gelosia e desiderio insieme.
«Nudismo come linguaggio del corpo…» intervenni, cercando di riportare la conversazione in equilibrio, «non è solo mostrare. È accettare lo sguardo dell’altro.»
«O provocarlo.» aggiunse Chiara. «Il gioco è lì. Poi ognuno decide se restare a guardare… o partecipare.»
«Come con certi oggetti che sembrano innocui finché non li accendi.» disse Federico, sollevando il calice. «Una volta uno dei nostri amici ha portato… be’, lasciamo stare. Diciamo solo che c’era una scatola nera che nessuno voleva aprire. Poi l’abbiamo aperta. Non abbiamo più smesso di giocarci.»
Ridevano.
La notte stava per cominciare.
Parte 3 – La cena: sapori, voci, corpi
Chiara si era allontanata per riapparire con un carrello ricolmo di piccole ciotole e contenitori di finger food, cibo già porzionato, da mangiare con le mani, senza necessità di posate.
Spiedini di mozzarella di bufala, melone e prosciutto crudo, crostini con pomodorini, involtini di salmone e mousse di salmone, ricotta e mascarpone, polpettine di lesso fritte, spiedini di cocomero a cubetti, tanto ottimo cibo da mangiare sdraiati o comodamente seduto sui soffici divani e sulle comodissime chaise lounge, sorseggiando dell’ottimo vino.
Le signore si alzarono per portare in cucina gli avanzi di cibo rimasti. Rimasero lontane dai nostri sguardi per una buona decina di minuti, mentre Federico ed io parlavamo delle nostre attuali attività, conversazioni decisamente tediose rispetto allo stimolante interesse degli argomenti trattati.
Le nostre compagne riapparvero in terrazza.
“Chiara mi ha mostrato la casa mentre mi accompagnava alla toilette. Un sogno, una dimora fantastica, tutta arredata secondo un filo logico dagli anni 20 agli anni 50, proprio come piace a me!” raccontò Francesca mentre spingeva il carrello sopra al quale c’erano varie bottiglie di whiskey, una di prosecco nella sua glacette, una sambuca ed un amaro.
Sul ripiano inferiore del carrello c’era una valigetta nera di medie dimensioni, un po’ più grande di una ventiquattr’ore, simile a quelle usate per stipare le macchine fotografiche e gli obiettivi.
Si risedettero accanto a noi.
Francesca accese una sigaretta, Federico un toscano. Io annusai il whisky Nikka appena versato nei bicchieri bassi. “Lo assaggiai a Yokohama. Un Oban orientale, con una punta di prugna.”
Chiara sorseggiò: “Una geisha con l’accento di Edimburgo, direbbe Paolo.”
Guardai con curiosità la compagna del mio amico che si alzava per prendere la valigetta, che poggiò al centro del tavolino basso. Francesca ed io ci scrutammo con fare interrogativo, ma entrambi scuotemmo la testa, non sapendo di cosa si trattasse.
Chiara aprì la chiusura della valigetta nera con un “clic” che sembrò rimbalzare tra i cuscini e le lampade. «Il contenuto di questa scatola non è nulla, se non ci sono corpi disposti a raccontarsi» disse con un tono serioso, quasi mistico.
Poi sorrise, e con quella leggerezza che la contraddistingueva, aggiunse: «E poi… ho un debole per le storie. E i vostri corpi ne raccontano parecchie.»
Francesca non si era mai considerata esibizionista, eppure in quel contesto, tra candele e sguardi complici, sembrava fiorire in una nuova versione di sé. Il modo in cui accavallava le gambe, il modo in cui giocava con il bicchiere lasciando scivolare il dito lungo il bordo, erano gesti che sapeva osservati. E li modulava con precisione chirurgica, come un’attrice consapevole del suo primo piano.
Federico, seduto di traverso sul divano, la osservava con un sorriso rispettoso ma affamato. La studiava, e lei lo sapeva. Sembrava godere di quell’attenzione come di un riflesso nel quale specchiarsi. Ma non era narcisismo: era esplorazione. Di sé e dell’altro.
A un certo punto, Chiara si alzò e si portò accanto al piccolo impianto stereo da cui provenivano le note sensuali di Tango Santa Maria di Gotan Project. Senza interrompere la musica, aumentò appena il volume.
«Mi piace che il ritmo accompagni i respiri. È come danzare, anche quando non ci si muove.»
«Come quando si fa l’amore» sussurrò Francesca, quasi a se stessa.
Chiara tornò a sedersi, incrociando le gambe con lentezza, lasciando intravedere — forse per errore, forse no — una fugace ombra del suo sesso liscio e teso sotto la luce fioca. Francesca deglutì appena, e poi, come se quella visione l’avesse ipnotizzata, si alzò e le si avvicinò.
«Tu giochi per provocare o per capire?» le chiese.
«Per entrambi. Ma soprattutto per vedere fin dove puoi arrivare tu, se ti togli la paura. E l’intimo.»
Il gioco, ormai, non era più tra noi quattro. Era tra le nostre resistenze e la voglia di disfarsene.
Fu allora che Chiara, con studiata lentezza, prese un piccolo plug nero dalla valigetta. Lo osservò come se fosse una reliquia, e lo porse a Francesca. «Vuoi iniziare tu, o preferisci che te lo metta io?»
Il gelo di quella domanda in mezzo a tanta morbidezza fu come una scossa. Non era una provocazione. Era un’offerta. Un gesto di fiducia. O di dominio, se accettato.
Francesca prese in mano delicatamente il plug, ma lo posò accanto a sé. «Non ancora» disse. Ma il suo sguardo diceva già sì.
Il ghiaccio nel secchiello si stava sciogliendo. Le luci erano diventate meno nitide. E il gioco era solo all’inizio.
Parte 4 – Il gioco: Ghiaccio, parole e desideri
Chiara si alzò lentamente dal divano di fronte a quello in cui era seduta Francesca.
«Francesca, ti aiuto io» disse con voce morbida ma autorevole.
Francesca esitò solo un istante, poi annuì. L’atmosfera era ormai carica e sospesa, e quel piccolo oggetto nero, lasciato distrattamente sul divano, pareva quasi chiamarla.
Chiara si sedette accanto a lei, le prese la mano e la attirò con naturalezza verso di sé. «Siediti in grembo a me un istante.»
Francesca lo fece, con un sorriso tra il complice e l’imbarazzato. Con delicatezza, Chiara le sollevò l’abito leggero. La mancanza d’intimo rese tutto più fluido, ma anche più vulnerabile.
«Devi solo respirare. Lo facciamo insieme.»
Chiara aveva già bagnato il plug con la sua saliva. Lo avvicinò con dita esperte, accarezzando prima l’esterno e poi premendo piano.
Francesca trattenne il fiato. «Piano…» sussurrò.
Chiara la baciò su una spalla, poi sul collo. «Lascia fare. È bello, se ti fidi.»
Il plug scivolò dentro con un piccolo colpo di bacino, e Francesca sussultò. Un brivido le attraversò le cosce.
«Mi fa strano… ma anche… molto caldo.»
Chiara le baciò la nuca. «Hai un’aria splendida. Lo tengo d’occhio io, tu lasciati andare.»
Francesca si alzò, un po’ rigida all’inizio, poi sorrise. «Sì. Ora… ora mi sento diversa. Ma bene.»
Francesca invece prese un cubetto dalla ciotola del ghiaccio, lo osservò un istante come se contenesse una verità segreta, poi lo portò tra le labbra. Lo succhiò lentamente, lasciando scivolare l’acqua fredda sulla lingua, poi se lo passò lungo la clavicola, scendendo con lentezza verso l’incavo tra i seni. Le gocce correvano sulla seta del suo vestito, rendendolo ancora più aderente, quasi trasparente dove la pelle si bagnava.
Chiara prese l’iniziativa, si levò in piedi e le si avvicinò. Le scostò con dolcezza una spallina dell’abito e vi passò un dito bagnato di ghiaccio. Francesca non si ritrasse. Anzi, inclinò il capo e chiuse gli occhi. Le loro labbra si toccarono in un bacio lento, esplorativo. Un fremito mi attraversò lo stomaco.
Federico intanto si era avvicinato alla glacette. Prese la bottiglia, ancora fredda, e la passò lungo l’interno della coscia nuda di Chiara, che aprì leggermente le gambe. Un lieve ronzio metallico si udì appena, accompagnato da un impercettibile movimento del suo bacino: il toy aveva iniziato a vibrare, la sua piccola coda rosa flessibile appena visibile sotto il vestito. “Non puoi dire che non siamo attrezzati” disse con un ghigno complice, porgendomi la bottiglia.
“E questa è la parte meno interessante della collezione” rispose lei, porgendogli un telecomando sottile, nero opaco. “Prova il livello due.”
Federico cliccò. Chiara gemette appena, come se un’onda invisibile la attraversasse. Francesca la guardava incantata, quasi invidiosa.
Chiara prese la mano di Francesca e la guidò lungo il proprio fianco, facendola scendere verso il basso ventre. “È un Lovense Lush, vibra dentro di me e puoi controllarlo da qui. Vuoi sentire con la bocca, o con la punta delle dita?”
Francesca esitò solo un istante. Poi si inginocchiò sul divano e appoggiò il viso tra le cosce dell’altra donna. Con delicatezza, iniziò a leccare lungo l’interno coscia, fino a scoprire il toy rosa conficcato tra le piccole labbra, con la coda esterna che pulsava lentamente. Chiara sospirò, e sentii il sangue accelerare.
Federico mi porse un bicchiere e lo toccò al mio, in un brindisi silenzioso e virile. «A ciò che accade quando si smette di controllare tutto.»
Chiara alzò il calice verso di noi. «Adesso che le signore si sono scaldate… vogliamo verificare se i signori sono all’altezza del gioco?»
Lo disse con un tono innocente, ma il lampo negli occhi tradiva un’ironia pungente. Francesca rise, guardandomi. «Coraggio, amore. Qui nessuno si scandalizza. Anzi…»
Federico si alzò senza esitazione. Si sfilò la camicia con naturalezza, poi i pantaloni. Era completamente depilato: il petto liscio, il ventre scolpito e l’inguine curato. Attorno alla base del sesso portava un cintino serra-testicoli in cuoio nero, e appena sopra un cockring in acciaio.
I testicoli pendevano pieni, ben staccati, come sospesi. Il membro era in erezione, di dimensioni nella norma ma imponente per potenza. Chiara gli lanciò uno sguardo soddisfatto, come si guarda un’opera d’arte ben costruita.
Io esitai un istante, più per la ritualità del gesto che per pudore. Poi mi alzai, slacciai la camicia e la lasciai cadere alle mie spalle. Sfilai i pantaloni con lentezza, consapevole degli sguardi.
Ero completamente glabro anch’io, soprattutto in basso. Francesca mi osservava con occhi lucidi. Il mio sesso, eretto, si offriva alla vista senza timidezze. Sapeva che lei amava sentirsi guardata mentre mi guardavano.
Chiara accennò un applauso ironico. «Ora sì che possiamo iniziare. Tutte le carte sono sul tavolo.»
Mi sentivo osservato, e non mi infastidiva.
Anzi.
L’aria tiepida della notte accarezzava la pelle come dita invisibili.
Francesca mi osservò, i suoi occhi brillavano.
Sapeva che quella sera era nostra, ma anche dell’altra coppia.
Chiara la tirò su dolcemente, la prese per mano e la condusse al centro della terrazza, sotto la luce morbida delle lampade marcapasso che ornavano il pavimento tutto attorno al suo perimetro. Federico la liberò dal vestito, scoprendole il seno e poi il ventre. Lei lasciò fare. Francesca era nuda, accarezzata e baciata dall’aria tiepida della notte romana. Si voltò verso di me.
Mi avvicinai, le accarezzai i fianchi, la baciai lentamente. La feci inginocchiare sul divano e la baciai lì, dove le cosce lasciavano il posto al suo sesso già gonfio, liscio come seta.
La leccai, infilandole la lingua davanti e poi leccandole lo sfintere attorno al plug, in un’alternanza di sensazioni prima dolci poi sapide.
Chiara si avvicinò, si inginocchiò accanto a lei e la baciò delicatamente sulle labbra mentre la sua mano le carezzava il seno. Federico si mise seduto sulla spalliera del divano, la sua erezione strusciava sul viso di Chiara. La sua compagna si voltò e prese il membro in bocca, succhiandolo, baciandolo, percorrendone tutta la lunghezza dell’asta per poi tornare indietro, suggere la cappella e poi, con decisione, ingoiarlo fino a toccare con il naso il pube del suo amante.
Poi, lo sfilò e lo porse a Francesca, indirizzandolo verso la sua bocca. Francesca non si sottrasse, e leccò anche lei la cappella turgida, umida della saliva di Chiara. Assieme succhiarono e baciarono, alternando l’attenzione ora al membro, ora alle loro bocche.
Mi spostai dietro Chiara e le allargai i glutei scoprendo il toy che era un punto esclamativo al contrario. La fessura accoglieva il vibratore, il led stava indicando l’intensità e la frequenza della stimolazione. Delicatamente glielo tolsi e mi dedicai a leccarle il sesso.
Poi mi sedetti sul divanetto basso, e fu Francesca a prendere il mio sesso in bocca, mentre Chiara mi leccava le gambe e si arrampicava piano con la lingua lungo l’interno coscia. Quando Francesca si rialzò, la guidai a cavalcioni su Federico che si stese sul divano, mentre Chiara tornava a inginocchiarsi, leccandola da dietro mentre io la prendevo da dietro a mia volta, spingendo piano dentro Chiara. Era un circolo fluido, un intreccio naturale, senza confini netti. Eravamo una sola creatura in quattro corpi.
Chiara poi si sfilò lentamente da me e si inginocchiò accanto alla valigetta. Estrasse un dildo doppio in silicone morbido, di colore viola scuro, uno di quelli flessibili, sagomato per penetrare due donne simultaneamente. Lo bagnò con cura con un lubrificante al gelsomino, lo mostrò a Francesca come si mostrerebbe una chiave che apre una porta. «Ti fidi?»
Francesca annuì. Le due si inginocchiarono, fronte a fronte. Chiara guidò il dildo in posizione, lo fece entrare prima dentro di sé, poi guidò l’altra estremità dentro Francesca. Quando entrambe gemettero insieme, fu come un’esplosione silenziosa. Si mossero in sincronia, tenendosi per le mani, le fronti unite, i fianchi che si incontravano in un’oscillazione lenta e sacra.
Federico e io le osservavamo, rapiti. Non c’era bisogno di intervenire. In quel momento erano una cosa sola. Completa.
Poi, quando il ritmo si fece più intenso, Federico prese un piccolo plug con coda in velluto e lo inserì delicatamente tra le natiche di Chiara. Lei sorrise, eccitata, e iniziò a muoversi con ancora più foga, guidata da un’energia nuova. Francesca le si attaccò alla bocca, baciandola mentre le spinte aumentavano.
Il mio desiderio esplose. Mi inginocchiai dietro Francesca e, con lentezza, mentre ancora era unita a Chiara dal dildo, tolsi il plug ed entrai in lei. I gemiti si fusero. Francesca urlò il suo piacere, e Chiara la sorresse, la baciò, la accolse.
Federico venne poco dopo, sussurrando il nome della sua donna. E io lo seguii, affondando in Francesca con gratitudine e amore. I nostri corpi si piegarono, tremarono, si completarono.
Quando tutto fu finito, rimanemmo lì, sfiniti, le membra intrecciate, i respiri rallentati.
Il silenzio non era vuoto. Era pieno di senso.
Parte 5 – Ritorno alla quiete: fumo, silenzi e sguardi
Il silenzio dopo un orgasmo collettivo ha un peso diverso. Non è solo la stanchezza, ma un senso di sospensione, come se il tempo si fosse fermato per contemplare se stesso. Restammo nudi, tra i cuscini, i corpi intrecciati senza fretta. Il cielo sopra Roma era nero velluto, bucato da qualche stella superstite. Il brusio lontano della città era ovattato, come il suono di un sogno che si dissolve.
Federico accese un altro Toscano, poggiando il fiammifero in un vecchio portacenere in rame. Io mi versai un ultimo sorso di Nikka, lo feci roteare nel bicchiere e guardai Francesca che fumava piano, seduta sulla chaise longue, avvolta in un pareo di lino lasciato lì da Chiara. I suoi capelli erano spettinati in modo perfetto, le gambe distese, il seno appena coperto da una piega casuale del tessuto.
“È stato… potente” sussurrò Francesca, senza guardare nessuno in particolare.
Chiara si sistemò accanto a lei, ancora nuda, le gambe raccolte sotto il corpo, e le accarezzò una spalla con il dorso della mano.
“Non abbiamo forzato nulla. È solo successo. È questa la differenza con il privè, con il voyeurismo spinto, con gli obblighi mascherati da libertà. Qui si è solo respirata consapevolezza.”
Annuii.
“Nessun travestimento, nessuna maschera. Sesso vero, perché prima c’erano rispetto e testa.”
Chiara si alzò e tornò poco dopo, ancora nuda, con una piccola moka e quattro tazzine di porcellana decorata. Il profumo del caffè si diffuse come una benedizione umida.
“Il caffè a quest’ora fa bene. Tiene svegli i ricordi.”
Restammo lì, in silenzio, bevendo, fumando, sorridendo. Le mani si cercavano ancora, ma senza urgenza. Le carezze erano leggere, più affettive che sessuali. Francesca mi si sedette accanto, mi guardò e mi baciò a lungo, lentamente, con una dolcezza che mi fece tremare.
Poi si alzò, mi porse la mano. «Vieni con me. Ho bisogno di averti… solo mio.»
Mi lasciò condurre lungo il corridoio fino a una delle stanze laterali, dove una parete intera era coperta da tende leggere color sabbia. Il letto era basso, con lenzuola color avorio e cuscini sparsi come in una suite giapponese. Appena chiuse la porta, Francesca mi spinse dolcemente contro il muro, e si accovacciò, guardandomi negli occhi. Il suo viso era ancora acceso, ma i suoi movimenti avevano cambiato ritmo: non c’era più urgenza, ma profondità.
Mi prese in bocca con lentezza, quasi in adorazione. Le sue labbra si chiudevano attorno a me come se stesse gustando un frutto raro. Mi leccava con attenzione, ma senza mai distogliere lo sguardo. Voleva leggermi l’anima mentre mi donava il suo piacere.
Poi si alzò e si stese sul letto, a pancia in giù. «Vieni dietro di me. Ma piano. Fammi sentire tutto, un pezzettino alla volta.»
Mi stesi su di lei, il mio petto sulla sua schiena nuda, le gambe che la seguivano, la mia pelle contro la sua. La penetrai lentamente, tenendola ferma, ma con delicatezza. Lei gemeva appena, mordendo il cuscino, ma non per soffrire. Era un suono di benedizione.
Le mani sue cercavano le mie, le intrecciò come se stesse ancorandosi a me. I nostri respiri si sincronizzarono. Il movimento era lento, ma profondo. Ogni spinta era una dichiarazione, ogni affondo un gesto d’amore ritrovato.
«Non hai idea…» sussurrò lei, senza fiato, «…di quanto ti desiderassi in questo modo. Dopo tutto. Dopo loro. Dopo me.»
Continuammo a muoverci come una cosa sola. Quando l’orgasmo la attraversò, fu come un’onda lenta che si infrange su una riva calda. Il suo corpo tremò, ma non gridò. Fu un silenzio carico, che mi scosse ancora più del rumore. Quando venni anch’io, lo feci dentro di lei, senza trattenere nulla.
Ci sdraiammo uno accanto all’altra, avvolti nel lenzuolo, le gambe intrecciate, il mio viso nel suo collo. Nessuna parola. Solo la sua mano sulla mia. Solo noi due, ancora una volta, più forti di prima.
Quando rientrammo sulla terrazza, Federico e Chiara erano ancora lì. Lei si era avvolta in un kimono di seta, Federico aveva acceso un altro Toscano. Ci guardarono, sorridendo, senza chiedere nulla.
Ci salutammo senza urgenza, senza promesse, con una stretta di mano tra uomini e un bacio tra donne. Un bacio lungo, lento, caldo, che non era addio. Era un arrivederci sospeso.
Nel buio della macchina, sulla via del ritorno, Francesca poggiò la testa sulla mia spalla.
“Non è stato uno scambio. È stata una somma.”
Le baciai i capelli. “E il totale, amore mio, è superiore a noi due.”
Il Tevere scorreva lento sotto i ponti. Roma ci guardava dall’alto, complice, senza giudizio.
E il nostro amore, quella notte, aveva trovato una nuova equazione.
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