Relazioni pericolose

Prefazione

Caveat lector!
Questo racconto è denso di cenni autobiografici. La struttura del racconto fa riferimento a situazioni reali, verificatesi oltre trent’anni fa. Francesca è la mia prima moglie. Ritornano Adriano e Dede che vi ho presentato nel racconto “Quell’estate in Grecia”, coppia di amici che Francesca ed io frequentavamo in quel periodo. I personaggi sono veri anche se sono stati cambiati nomi, location, aspetti, ecc. Anche alcuni luoghi e siti sono reali, anche se magari oggi non esistono più. Alcuni accadimenti sono frutto della mia personale rielaborazione di analoghe esperienze vissute a Roma ed a Cesenatico intorno alla fine degli anni ’80, opportunamente decontestualizzate. E per chi si ponesse la domanda, a Roma non esiste (e non è mai esistito, credo) un ristorante “Svizzerotta”. È però esistito qualcosa di simile che offriva a selezionatissimi clienti servizi analoghi a quelli descritti.

Però, per essere sicuro di non rischiare, asserisco:I fatti narrati sono frutto della mia fantasia. Tutti i riferimenti a persone e/o situazioni sono casuali e non voluti”.

Buona lettura.

Antefatto

Era la fine di marzo del 1989. Era stata una primavera fredda perché ricordo ancora la nevicata che mi aveva bloccato per due giorni in montagna giusto la settimana precedente.

Mi stavo recando a prendere un caffè con il collega Michele quando il mio capo, Donato, mi fermò e mi apostrofò: “Bell’amico, Paolo. Chi prende il caffè da solo si strozza. Te e quel figlio di buona donna di Michele, con rispetto per quella santa di sua madre, donna Livia!”. Eh sì, perché Michele era stato il testimone di nozze di Donato e le loro famiglie erano amiche da lunghissima data.

Feci una risata e risposi: “Allora accomodati, sei il benvenuto. Prendi il portafoglio, però!”.
“Paolo, ti devo parlare”, tono immediatamente serio.
“Dimmi, Donato.” Il mio capo era anche uno dei miei più cari amici, mio testimone di nozze, ci eravamo conosciuti in occasione della mia prima esperienza lavorativa e da quel momento, avevamo formato un team – assieme a Michele e a pochi altri – di assoluto spessore, passato già in blocco per un paio di aziende. [1]
“Ho bisogno di chiederti un grosso aiuto ed un grosso sacrificio” mi disse con tono serio.

Non mi meravigliai più di tanto, ero uno dei senior nonostante la relativamente giovane età, ed ero già in rampa di lancio per divenire dirigente nella Big Company di cui al momento ero uno dei più giovani quadri aziendali; ciò comportava l’essere coinvolto nella quasi totalità dei progetti critici anche al solo titolo di consulenza.
“Di che si tratta?”
“Ti ricordi quel progetto che hai fatto per quell’organizzazione ortofrutticola?” Faceva riferimento ad un progetto di un sistema automatizzato di supporto decisionale – oggi parleremmo di AI e di sistemi esperti – ai produttori. Era un’iniziativa lungimirante che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, fornire informazioni contestualizzate e utili alla decisione sul tipo di colture da impiantare su un certo tipo di terreno/area sulla base della concorrenza, dell’accesso ai mercati, ecc. Forse troppo innovativo. Ma io lavoravo per una Azienda che aveva sempre fatto dell’innovazione, quella vera, la propria bandiera.
“Certo che si. Ci sono novità?” chiesi.
“Si e no. O meglio, una novità ci sarebbe. Il sottosegretario XY ha detto che quel progetto è molto interessante e merita un approfondimento, ma che dobbiamo trovare appoggi tra i produttori.”
“Scusa, Donato, ma chi meglio del Ministro può trovare appoggi?” replicai.
“Paolo, non fare lo stupido. Lo sai che il Ministro sta con la concorrenza e con la Lega COOP. Noi stiamo con gli altri”. Eh già, anche a quei tempi c’era il ministro di un partito, supportato dalle sue organizzazioni di categoria, la cui influenza era sempre bilanciata da uno o più sottosegretari dell’altra (o delle altre) parte con i relativi appoggi (e traffici di influenze). La prima repubblica funzionava così, inutile nasconderlo; è storia.

“Devi preparare una presentazione del progetto per il sottosegretario e per l’organizzazione dei produttori.
È importante. Molla tutto e fai solo questo per i prossimi quindici giorni”.
Roba grossa. Di solito, i miei impegni consulenziali non erano mai più lunghi di due o tre giorni di fila.
“Ah, prendi Daniela e uno dei ragazzi. E tutto quello che ti serve.”
Daniela era una delle segretarie di direzione, molto brava nella dattilografia [2] e nella impaginazione grafica dei testi e delle immagini. Aveva un occhio fantastico nel posizionare le immagini riquadrandole con il relativo testo a occhio. Era anche molto carina e disponibile ed essendo la più giovane del gruppo delle segretarie, era anche quella che doveva “scoppiare”, quasi vessata soprattutto dall’arcigna Signora Marina, detta la nazista, per cui l’idea di stare lontana da quell’arpia sarebbe stata di certo molto gradita.

Andammo comunque a prendere il caffè, poi tornammo e gli chiesi ulteriori informazioni.
“Vogliamo fare la classica pubblicazione che nessuno leggerà accompagnata da una brochure, o vogliamo buttarci su qualcosa di più impattante?” gli chiesi.
“Impattante in che senso?” Donato mi conosceva bene, e sapeva che avevo già un’idea che gli sarebbe costata un bel po’ ma che sarebbe stata probabilmente un successo.
“Facciamo una presentazione animata che proiettiamo su una parete di display” gli risposi.
“Eh ma ci vuole tempo! Deve essere pronta tra quindici giorni, e tra preparazione dei testi, riprese, sviluppo, film…”
“Ma che stai a di’?” lo blocco. “Guarda che sto parlando di altre cose. Altri sistemi. Ed un po’ di software lo abbiamo in casa, altro dobbiamo comprarlo ma credo di rimediarne una copia finché non otteniamo la licenza originale” dissi. Sarei andato la domenica successiva a Porta Portese, ero certo di rimediare due copie di Storyboard Plus e Harward Graphics utili alle mie necessità.

“Intanto scrivo i testi, seleziono qualche figura e butto giù la bozza del documento. Tu invece rimediami la roba che ci servirà.” gli dissi.
“Che roba?” chiese
“Un videowall, un proiettore SuperVGA, casse, microfoni, una matrice di commutazione video, un mixer audio. I computer li abbiamo. Prendiamo il mio M28 ed il nuovo prototipo M280. Tanto Daniela ha il suo. Comunque ti scrivo la lista” gli dissi.
“Se si tratta di pezzi di ferro, non darli a me, dalli a Silvio (il responsabile tecnico) che ci pensa lui con gli acquisti” mi rispose.

“A me serve un grafico, bravo, sveglio e che sappia possibilmente usare il computer. Non ne abbiamo, ma magari qualche nostro partner…”
Donato prese il telefono e premette un pulsante. “Marina, mi chiami per favore il dott. Rocca” e riattiaccò.
Dopo trenta secondi risquillò e prese il microfono
“Dottore, il dott. Rocca per lei” sentii al microfono
“Me lo passi!” rispose.
“Reginaldo carissimo, ho bisogno del tuo aiuto. Mi serve una risorsa urgente per due settimane. Come dici? Da quando? Mah, direi da lunedì prossimo. Si, qui da me. Ora ti passo Paolo Sforza Cesarani che ti spiega cosa ci serve” e mi passò il microfono.
“Dott. Rocca buongiorno!” salutai il mio interlocutore.
“Si, mi serve una persona esperta di grafica.”
“Beh, deve aiutarmi a creare una presentazione, soprattutto degli schemi”
“Si, deve essere un grafico, ovviamente. Però deve saper usare strumenti informatici”
“Si, certamente, può lavorare da noi, anzi, deve lavorare da noi”
“Gli strumenti? Beh, noi abbiamo qualcosa qui, poi se la sua persona preferisce usare i propri, vedremo come fare.”
“Si, ho dei PC, si, si… di ottima configurazione. Il top!” risposi alle sue obiezioni.
Il mio interlocutore mi stava spiegando che avrebbe potuto mettermi a disposizione un architetto molto giovane e bravo, che era anche molto esperto nella grafica computerizzata e nel disegno, ma che avrebbe avuto necessità dei propri strumenti. A quei tempi i grafici avevano già abbracciato la fede Apple Macintosh adottandolo come strumento di computer graphics e desktop publishing per antonomasia.
“No, per i Mac nulla da fare. Noi usiamo Olivetti, ricorda?” gli spiegai.
Comunque, presi appuntamento per il successivo lunedì. Era giovedì, avrei avuto giusto il tempo di scrivere una traccia del documento da realizzare
Spiegai al mio capo i punti che avrei voluto toccare. Lui mi rispose “Fai quello che vuoi, basta che non sia troppo lunga, la gente si stufa.”
“Lunga quanto?” chiesi
“Diciamo dieci minuti”
“Vada per dieci minuti” e me ne andai.
Andai a trovare Daniela, le dissi che dovevo parlarle e che era meglio se andavamo nella mia stanza. Avevo un buchetto ricavato in quello che era uno sgabuzzino con finestra, dove entrava solo la mia scrivania, tre poltroncine, la mia cassettiera ed un armadio. Per aprire un cassetto dovevo alzarmi e spostare la sedia, per quanto era risicato lo spazio a disposizione. In compenso godevo di una splendida vista su Castel Sant’Angelo.

Feci accomodare Daniela sulla poltroncina di fronte alla scrivania e mi sedetti dalla parte opposta.
Mi accesi una sigaretta e le spiegai le mie necessità e ciò che pensavo di fare.
Le mostrai uno schizzo al volo di ciò che avevo in mente, le descrissi a grandi linee quel che volevo produrre e le chiesi di prepararmi un riassunto – abstract della proposta tecnico-commerciale che avevamo fatto al Cliente per quel progetto mai partito. Sarebbe stato utile avere pronti i numeri se e quando qualcuno avesse chiesto “Bello, ma quanto costa?”.
Le raccomandai di non parlare con nessuno di questa cosa e di dire alla sua kapò di parlare con l’amministratore delegato se avesse avuto problemi.
Ci demmo appuntamento per il giorno dopo per fare un primo punto della situazione.
La mattina successiva Daniela si presentò da me con un paio di fascicoli di documenti, alcune riviste ed un estratto del documento di offerta che avevamo preparato al tempo. Mi mostrò alcune pagine tratte dalla Rivista Olivetti che avevo consultato e da alcune altre riviste tipo la Rivista IBM e quella Notizie IRI[3], dalle quali voleva trarre spunto ed usare alcune immagini di uditorio, persone, cose.
Aprimmo il documento ed iniziai a estrarre le informazioni da mettere sulla presentazione. Mi ero dato una regola: un concetto, poche frasi semplici per ciascun foglio. Grazie al suo aiuto, in un paio d’ore ebbi tutte le informazioni necessarie pronte per essere trasferite.

“Paolo, se ti serve altro, fammi sapere. Due ore di lavoro ininterrotto con te sono molto meno faticose di dieci minuti con Marina!” mi disse la segretaria congedandosi.
La ringraziai e mi misi a scrivere i testi della presentazione, non prima di aver notato che aveva veramente un bel culo e che la minigonna molto corta che indossava le stava proprio bene.

Passai la settimana successiva a fare avanti e indietro tra la sede, lo stampatore che doveva comunque preparare la brochure da distribuire al convegno, il grafico che alla fine aveva preferito rimanere a lavorare in sede da lei e l’azienda di servizi che avrebbe messo a disposizione l’attrezzatura per il videowall ed il proiettore. Daniela mi accompagnò spesso, ed ebbi modo di ammirare più da vicino le sue gambe, sempre più scoperte. Inoltre, quella settimana il tempo era stato particolarmente clemente e soleggiato e chi conosce Roma sa che quando la primavera sboccia, le donne escono dal grigiore invernale e si scoprono. E Daniela non faceva torto a questa consuetudine.

Arrivai al 7 di aprile con le cose quasi tutte pronte. La presentazione era completata al 90%, mancavano alcune parti grafiche che avrebbe dovuto consegnare l’architetto entro la giornata o al massimo il lunedì successivo, le animazioni che avevo disegnato giravano abbastanza bene ma andavano un po‘ affinate nella transizione da una slide all’altra, i test di integrazione tra computer e sistema di videoproiezione erano stati conclusi mentre mancava il cavo definitivo per collegare il PC alla matrice video del sistema videowall. Il test era ok anche questa componente ma era stato fatto con un cavo volante da un metro mentre ne serviva uno da almeno 8 metri.

Daniela era sempre più insostituibile e passava tutto il suo tempo con me a ordinare le carte, rispondere al telefono, contattare le persone e, soprattutto, calmare quel senso d’ansia che mi stava prendendo per la paura che qualcosa dovesse andare per storto.

“Paolo, cosa vuoi che succeda, scusa?” mi chiese.
“Metti caso che il cavo non arriva?” risposi.
“Lo faremo fare dal laboratorio di elettronica qui sotto” disse. “Ho già preso contatto. Mi ha detto di dargli la piedinatura e lui lo fa. Gli ho chiesto che cosa fosse questa piedinatura e me lo ha spiegato. Allora ho chiamato quello del videowall e gli ho chiesto se aveva lo schema dei piedini così vedevo se a Milano ne avevamo uno e lui me lo ha mandato per fax. Sono scesa, gliel’ho portato e ha detto che ha già tutto il materiale e che non deve comprare nulla. Gli diciamo di farlo e lui in tre ore ce lo consegna. Ah, gliel’ho chiesto lungo il massimo possibile senza che ci siano problemi. Sono 15 metri. E costa solo 75.000 lire.”
Mi alzai in piedi di scatto, presi il viso di Daniela e la baciai sulla guancia, poi la abbracciai.

Rimasi così per qualche secondo, poi mi resi conto che forse stavo esagerando, mi distaccai e le chiesi scusa.
“Scusa di che?” ribattè.
“Di averti baciato!” risposi.
“Per così poco!!! Allora, per punizione stasera mi porti a cena” disse così, d’emblée.
“Certo! Decidi tu e prenota tu dove vuoi!” risposi senza pensarci.
“Eh no, caro. Il premio è mio e me lo devi dare tu. Decidi tu e fai tu. Io scendo. Ciao!!!” mi disse girandosi verso la porta, per poi rigirarsi verso di me mentre usciva per farmi un marameo con la mano. Hai capito la signora!!!

CAZZO!!!! MIA MOGLIE” pensai. Era tutto il giorno che non ci sentivamo. Tornai al telefono e premetti il tasto di composizione breve di casa. Mi rispose la donna filippina a ore a cui chiesi notizie di mia moglie.

Signora non c’è. Uscita stamattina con valigia e non tornata. Tu tornare casa cena stasera?
E dove caspita era andata? Provo a chiamare in clinica. “La dottoressa non c’è oggi, è ad un congresso, torna lunedì. Deve lasciar detto qualcosa?”. Convegno? Non mi aveva detto nulla. Richiamai casa. “Ma mia moglie ti ha detto nulla? Ha lasciato una busta, un foglio?” le chiesi.
Detto solo che lei parte e torna domenica sera per congresso tu sa tutto io cucinare pe’ tte tu mangia stasera no?”. La folgorazione!!! Mi aveva detto che sarebbe andata al congresso di medicina estetica assieme all’amica Dede ma avevo dimenticato. Chiamo il marito di Dede, Adriano. “Adriano, ma Dede è poi andata con Francesca?” gli chiedo.
A’ Paole’, ma che te sei rincoglionito? Sono partite assieme stamattina in macchina. Francesca ha preso macchina tua…ma ‘ndo stai co’lla testa?” mi rispose.
Vabbè. È grave.
“Adriano, io non ho con me l’indirizzo ed il telefono dell’albergo, devo dire una cosa importante a Fra.”
Dai, ti mando il foglio con i recapiti e gli orari per fax. Se chiami subito la trovi in intervallo”.
Attesi il fax e chiamai l’albergo. Alla reception provarono a passarmi la sala ma non rispose nessuno. Lasciai un messaggio in segreteria.
Chiamai quindi Daniela. “Allora, ok per stasera. Andiamo qui vicino?” le dissi.
“Non potremmo fare vicino da me? Così sposto la macchina e parcheggio sotto casa e poi mi riaccompagni tu” mi suggerì.
“Va bene, non so dove abiti però!” le dissi.
“Sulla via Laurentina, all’EUR!” rispose.
“Un altro po’ più lontano no?” dissi con una battuta.
“AHHHGHHH” urlai.
“Che c’è?”
“Sono in motorino. La mia macchina l’ha presa mia moglie. Devo andare a casa a prendere la sua. Speriamo non si sia portata via le chiavi!” dissi.
“Allora facciamo così: andiamo con la mia” disse Daniela.
“Ma io vengo in motorino!” risposi.
“Hai lo scafandro?” mi chiese.
“Come lo scafandro?”
“Diluvia. Non la senti?”

Ero talmente preso dalle mie cose che non mi ero reso conto che l’acquerugiola che scendeva fino a poco prima era diventata un acquazzone in piena regola. Veniva giù martellante, alternando scrosci torrenziali a pioggia battente fitta fitta. Sarebbe stato impossibile andare in motorino. Mi avrebbero dovuto appendere ad asciugare con le mollette se ci avessi provato.
“Senti, io devo andare a fare delle compere qui sotto l’ufficio a via Cola di Rienzo. Rientro verso le sette e tre quarti. Andiamo verso le otto qui vicino. Ce la fai?” mi disse.
“Si, certo. Non ti accompagno ma direi che va bene così. Ora chiamo da Giovanni per un tavolo.”
“Giovanni è chiuso. Oggi è venerdì. Riapre domani.”
“Allora la Svizzerotta a via Dionigi”.
“Ok per la Svizzerotta. Quando prenoti chiedi Tavolo12” mi disse.
“Tavolo 12?” chiesi con tono sorpreso.
“Dammi retta. Di che ti mando io” mi rispose.
Chiamai e chiesi del maitre. “Vorrei prenotare il tavolo 12. Mi manda Daniela!” dissi, con tono indeciso.
“Tavolo 12? Daniela? Vedo cosa posso fare. Per che ora?” mi chiese
“Diciamo per le 20:15?” timidamente.
“Non prima delle 20:30” mi rispose.
“Omaggi alla signora Daniela” concluse.
“Viene stasera con me” aggiunsi.
“Allora il tavolo sarà pronto per voi all’ora che le ho detto” e chiuse la comunicazione.

Mi rimisi a lavorare.
Verso le sette squillò il telefono e risposi. Era mia moglie Francesca.
“Mica mi ricordavo che andavi ad un convegno. Ma quando me lo hai detto?”
“La settimana scorsa. E poi anche l’altro ieri. E pure ieri. E stamattina quando ti ho detto che avrei preso la macchina tua e che non potevi prendere la mia perché si era scaricata la batteria. L’hai chiamato il meccanico?” mi rispose.
Cazzo!!!! Il meccanico! È vero, me lo aveva detto. Ma dove cazzo avevo la testa in quei giorni?
“Fra, scusa. È che questo progetto mi sta massacrando”.
“Me ne sono accorta. Pensi solo al lavoro. Solo a quel che dice Donato. Non esiste altro, per te. Ah, tanto per fartelo sapere, magari ti interessa. Sono incinta.” disse seccamente.
“INCINTA??? E come è possibile? Intendo: non prendevi la pillola? E poi, ti sembra questo il modo di dirmelo? Da quando lo sai? Chi te lo ha detto? INSOMMA CAZZO! MI VUOI FAR SAPERE LE COSE O VUOI TENERE TUTTO PER TE?” le dissi quasi urlando.
“E QUANDO CAZZO TE LE DICO LE COSE SE TU NON CI STAI MAI E STAI SEMPRE A PENSARE SOLO AL LAVORO?” mi rispose alzando la voce. “E comunque, me lo hanno detto oggi, mi ha chiamato la biologa della clinica per dirmelo di persona. Sono di cinque settimane e mezzo, quasi sei. Nascerà intorno al 3/5 novembre, se ho fatto bene i conti.”
“Dove sei ora?” le chiesi.
“Sono in camera. Ho le nausee. Sono andata a vomitare. Sto aspettando che Dede si vesta e poi andiamo a cena” mi rispose con una voce stanca e un po’ preoccupata.
“E comunque, tornando a noi, si, prendevo la pillola e ho continuato a prenderla fino a due settimane fa. Ora devo chiamare il ginecologo e chiedergli che cosa può essere successo perché francamente non lo so nemmeno io. E speriamo che le pillole che ho preso non facciano male al bambino.”
“Alla bambina!” dissi con un tono che non ammetteva repliche. “Bambina. Sarà femmina. Me lo sento” confermai. Sembrava che stessi vaticinando.
“Non fumare, non bere, non fare cazzate. Mangia poco, stai lontana da quelli che fumano” le dissi tutto assieme.
“SAPRÒ QUEL CHE DEVO FARE O NO? TRA NOI DUE, CHI È IL MEDICO?” rispose alzando la voce. “Se devi rompere in questo modo, vaffanculo. Ci sentiamo. Ciao” e attaccò.
Provai immediatamente a richiamarla e chiesi alla centralinista di passarmi la camera. Il telefono squillò a lungo ma non rispose nessuno. Richiamai, chiesi alla centralinista di passarmi il salone del banchetto. Mi rispose un cameriere che mi disse di richiamare più tardi. Stavano arrivando i primi ospiti e non poteva stare al telefono.
Chiamai per la terza volta il centralino e chiesi di passarmi la stanza di Dede. Mi risposero che non avevano alcuna Dede tra i loro ospiti. Ma come? Poi ricordai il suo vero nome: Domitilla! Mi passò un altro interno che squillò per qualche secondo fino a che sentii la voce di Dede rispondere.
“Paolo, dimmi, che succede?” mi disse.
“Che succede lo chiedo a te! Che sta succedendo? Possibile che venga a sapere solo oggi che Francesca è incinta? Tu lo sapevi? E perché non me lo hai detto? Potevi dirmelo, no? Bell’amica che sei. Eh già, ma tu non sei amica mia, tu sei solo amica di Francesca. A te degli altri non te ne frega nulla. Bell’amica, si si …” le vomitai addosso tutta la rabbia che avevo accumulato in quei minuti.
“Ti calmi?” mi rispose con calma serafica.
“Si” le dissi con un filo di voce.
“Allora: che Fra sia incinta lo sento ora da te. Mi aveva detto che aveva un po’ di nausee, ma mi ha anche detto che prendeva la pillola, per cui pensava che fosse una forma influenzale” ribatté. “E ora che me lo dici, due cose” aggiunse. “La prima: AUGURI!!!!!” urlò al telefono…
“E la seconda?” chiesi.
“SARO ZIA!!!” urlò. “Ora vado a cercarla. Baci e abbracci. Anzi. Baci al pupo!” disse scherzando.
“Alla pupa. Femmina. Sarà femmina!” dissi alla cornetta diventata muta.
Ero stravolto. Non riuscivo ancora a capacitarmi della novità. Sarei diventato padre.

Il telefono squillò di nuovo.
“Fra, amore, sei tu?” risposi senza nemmeno dire pronto.
“No, sono Daniela, Paolo. Sei pronto?” mi chiese.
“Ah Daniela, ciao. Scusa. Sali su un momento? Anzi, no, scendo giù io. Dammi un minuto.” Attaccai il telefono.
Richiamai un’altra volta l’albergo e lasciai un altro messaggio per Francesca. Poi chiamai casa sperando di trovare la filippina. Guardai l’ora: impossibile, se ne era andata da mezz’ora. La roba l’avrei rimessa dentro in frigo al mio ritorno.
Scesi di corsa le scale fino al piano terra.

Una cena particolare

Daniela era davanti alla reception dell’ufficio e si era cambiata. La minigonna di jeans indossata con una camicetta aveva lasciato spazio ad un raffinato vestito corto, molto accollato davanti ma con una profonda scollatura dietro. Indossava calze fumé velatissime ed un paio di décolleté nere con tacco moderatamente alto, circa 8 cm.
Teneva in mano un cappottino color cammello di panno di cachemire con revers in colore più scuro.
Mi prese un colpo. Era meravigliosa. Così vestita non l’avrei riconosciuta al primo sguardo, talmente diversa era dalla sua immagine standard.
“Ti ho sorpreso così tanto da rimanere a bocca aperta, Paolo?” mi disse sorridendo.
“Beh, sinceramente stai benissimo. Non ti avevo riconosciuta” le dissi. “Come mai questo cambio d’abito?” le chiesi.
“Vado a cena con il mio capo temporaneo, è venerdì sera, sono da sola, il mio capo temporaneo è da solo. Perché no?” disse sorridendo.
Non sapeva che avevo appena saputo che la mia vita sarebbe cambiata radicalmente dal giorno successivo.
La presi sottobraccio e l’accompagnai fuori. Aveva smesso di piovere, per fortuna.
“Vogliamo andare a piedi o prendiamo la macchina?” le chiesi.
“Dovesse ripiovere, meglio prendere la macchina. Guida tu per favore” mi disse porgendomi le chiavi.
“Va bene. Ma dove parcheggiamo?” le chiesi aprendole lo sportello per farla entrare.
“Oh, semplice, lasciamo la macchina al ragazzo del ristorante che ci pensa lui. Hai prenotato con Tavolo12?” chiese.
“Il tavolo 12, si. Come mi hai detto tu!” le risposi chiudendo lo sportello della sua Y10 grigio metallizzato.
“No, non hai prenotato il tavolo 12. Hai prenotato con un codice, Tavolo12 per l’appunto, che è un codice che prevede la fornitura di un certo numero di servizi tra i quali il valet per l’auto” spiegò.
“E quali sarebbero questi servizi, oltre al parcheggio della macchina?” chiesi.
“Lo scoprirai presto” mi rispose mentre con le mani cercava di far salire la calza sulla gamba sinistra scoprendo per un poco la balza dell’autoreggente, subito ricoperta con un rapido gesto di ricomposizione del bordo del vestito, così rapido e naturale come solo le donne cacciatrici sanno fare.

Dopo qualche svolta destra-sinistra-dritto-sinistra-dritto-destra-sinistra-dritto per seguire la serie di sensi unici delle stradine di Prati dietro piazza Cavour, arrivammo di fronte alla Svizzerotta. Ovviamente, non c’era un parcheggio nemmeno a pagarlo oro.
“Accosta qui, dai” mi disse Daniela indicando un pezzo di marciapiede libero ma presidiato da un ragazzetto con un berrettino da baseball con la croce svizzera ed una giacca a vento rossa con la croce bianca sulla spalla. Si avvicinò allo sportello, lo aprì e dette la mano a Daniela per aiutarla a scendere, poi venne di corsa da me e fece lo stesso.
“Lasci pure le chiavi al quadro. Ci penso io. Si accomodi, dottore!” mi disse con tono deferente.

Feci il giro della macchina e presi Daniela sottobraccio per accompagnarla dentro al ristorante. Un sussiegoso garçon ci aprì la porta del locale ove, proprio all’ingresso ci attendeva il maître de salle. Riconobbe immediatamente Daniela, si inchinò e la salutò. “Bonsoir madame, siamo felici di averla qui questa sera” le disse quasi sottovoce. “Dottore, la prego di seguirmi. Permettetemi di accompagnarvi al vostro tavolo”. Ci condusse attraverso un portoncino in un corridoio illuminato da applique alle pareti ricoperte di carta da parati a strisce nella parte alta e da una boiserie nella parte bassa. Il corridoio terminava allargandosi in un ingresso sul quale davano tre porte. Ci aprì la porta a destra, entrò e la tenne aperta pregandoci di entrare.

Credevo che avremmo mangiato in un salone assieme ad altri commensali ed invece ci fece accomodare in una sorta di salottino, arredato lussuosamente con un divano chaise longue, una bergère ed un tavolino apparecchiato per due.

“I signori gradiscono un po’ di prosecco?” chiese il maitre. Quindi schioccò le dita ed una porta dissimulata nella parete si aprì silenziosamente. Ne uscì un cameriere in smoking che recava un vassoio con due flutes ed un secchiello entro cui era una bottiglia di Cartizze millesimato, uno dei migliori prosecchi esistenti. Stappò con mano ferma la bottiglia e ne versò due dita in ciascun bicchiere. Poi prese il vassoio e ci servì.
Presi il bicchiere e lo porsi a Daniela, poi presi il mio e toccai con il bordo il suo.
“A che brindiamo?” mi chiese.
“Uh… diciamo che avrei tanti motivi per brindare…ma stasera non mi va di parlarne. Brindiamo a noi!” dissi tagliando corto.

La notizia della mia prossima paternità non mi aveva reso felice. Non era una novità che Francesca ed io fossimo in crisi già da qualche mese. Le gioie del matrimonio erano durate solo poco dopo il rientro dal viaggio di nozze. La presenza di Dede da divertente era divenuta immanente e quasi imbarazzante. Certe volte mi chiedevo se avevo sposato Francesca o Francesca & Dede. E altrettanto si chiedeva Adriano, suo marito.
Ed il fatto di sapere che Francesca aspettasse un figlio da me proprio nel momento del massimo scazzo tra noi, non era una cosa che mi riempisse di gioia o di felicità.
Avevo sinceramente pensato di separarmi per un po’, di tornare a casa dei miei pe disintossicarmi da una vita che non mi apparteneva.
Francesca in un primo tempo mi trascinò tutte le sere fuori. Una volta era un vernissage, un’altra il concerto di pianoforte e quartetto d’archi delle sue amiche di scuola, un’altra volta la conferenza sulla filosofia orientale tenuta dal suo santone, oppure uno dei mille mila eventi della cerchia di amicizie di Dede, una corte di gay efebici, lesbiche con bicipiti da camionista, improbabili esperti di moda che giravano con un maltese toy sotto braccio ed il rossetto sulle labbra. Poi fortunatamente un giorno Donato mi chiamò, mi fece sedere sulla poltrona davanti alla scrivania, si mise a sedere sull’altra e mi disse: “Paolo, la vacanza è finita. Io ho bisogno del vecchio Paolo. Quello di prima del matrimonio, cazzuto, il genio. Di questo, non so che farmene. Anzi, te lo dico con sincerità. L’azienda non sa che farsene. Ma poiché l’Azienda, cioè noi, sa che tu sei una persona eccezionale, vuole che tu torni ad essere quello che eri prima. E ti dà un’altra opportunità. Ma è l’ultima. Poi è finita. Non ti licenzierà, perché non hai fatto nulla di male. Ma un conto è essere nella shortlist di quelli da chiamare a decidere sul futuro, ed un conto è essere nella lista di coloro che il futuro lo subiscono. Tu in che lista vuoi stare?”. Mi dette una pacca sulla coscia, si alzò, tornò dietro la scrivania, si sedette sulla poltrona buttandosi indietro con la schiena, accese una sigaretta con il suo Dupont d’oro, mi guardò ancora una volta e: “Salutami Francesca. Dille che le auguriamo una bella carriera come chirurgo estetico”.

Ricordo che tornai a casa distrutto, il morale sotto terra. Affrontai la sera stessa la cosa con mia moglie.
Le raccontai la spiacevole discussione a cui avevo partecipato. Le dissi dei miei timori, la pregai di cambiare modo di vivere.
Ma cosa sto facendo di male, scusa?” mi chiese.
Mi resi conto che non aveva capito nulla di quello che le avevo raccontato. Era come se avessi parlato al muro.
Promisi allora a me stesso che avrei recuperato al massimo le posizioni perdute. Non lo facevo solo per me. Lo avrei fatto anche per i miei eventuali, futuri figli. Mi rigettai a capo basso nel lavoro. Entravo in ufficio alle 7:30, 7:45, quasi sempre il primo, ed ero sempre l’ultimo ad andare via. Il venerdì sera, per quanto presto facessi, tornavo a casa alle 10 di sera. Negli altri giorni, difficilmente prima delle 23. I risultati non tardarono a tornare. Vincemmo un mucchio di trattative, la mia documentazione tecnica era ineccepibile, i miei progetti brillanti, le invenzioni geniali.
Certo, dal lato opposto avevo in parte perso Francesca che si era ancor di più legata a Dede.

Ne parlai ad Adriano.
“Ma Dede che problema ha?” gli chiesi un giorno a brutto muso.
“Giuro, Pa’, non la capisco manco io” mi rispose alzando le braccia. “Non lo so. So solo che spende un sacco di soldi e sta tutto il giorno fuori di casa. Io mi spacco il culo da mane a sera, lei la sera vuole uscire, divertirsi, non le basta quello che fa durante il giorno. Io sono distrutto dalla stanchezza e lei vuole uscire!”
“Dobbiamo fare qualcosa per calmarle, altrimenti queste ci mandano ai matti!” aggiunse.
“Si, mettiamole incinte!” dissi scherzando. Peccato che avessi appena vaticinato il mio futuro.

“Allora brindiamo a noi!” disse Daniela, levando il calice.
“Paolo? Ci sei?” mi richiamò Daniela.
“Come? Si, scusa. Si, a noi e… prima che me lo dimentichi, grazie mille Daniela per quel che hai fatto e che stai facendo”.
Per un attimo mi sembrò di vedere un senso di delusione stagliarsi nettamente sul viso di Daniela, come se avessi detto qualcosa, o omesso di dire qualcosa, che l’aveva disillusa. Ma fu questione di un attimo perché subito sorridendo si avvicinò ancor di più e: “Ti piace come mi sono vestita?” mi chiese muovendosi come una gatta.
“Se mi piace? Sei fantastica. Bellissimo il vestito, mi piace da morire. E poi, hai una schiena talmente bella che questa scollatura la esalta” le dissi guardandola negli occhi mentre però indicavo con la mano che reggeva il bicchiere la sua schiena.
“Ti piace davvero?” rispose mentre si girava verso di me, girando la testa cercando di osservare da sopra la sua spalla la profondissima scollatura posteriore.
“Sai che ho dovuto per forza mettere le autoreggenti perché tutti i collant che ho provato uscivano dalla scollatura, e pure gli slip mi hanno dato un sacco di problemi. Però il vestito mi piace così tanto!” aggiunse guardando un punto nel vuoto, buttando questo argomento con la massima nonchalance.
Ebbi per un attimo un blocco della respirazione e sentii nel contempo una fitta all’inguine. Non mi aspettavo un attacco così rapido ed immediato, almeno, non prima di aver mangiato e bevuto abbastanza da avere la scusa di aver perso la ragione.
Mi chiese se potevo prenderle le sigarette dentro la borsa che stava poggiata sul divano.
Per prenderle ero obbligato a passarle di dietro, non potevo fare altrimenti. Mi ritrovai ad osservarle la schiena e notai che la sua scollatura era talmente profonda che, da seduta, il vestito si era un po’ scostato dal corpo ed aveva evidenziato il fatto che Daniela non portava slip, mostrando due buone dita di solco dei glutei.
Inutile dire che mi ritrovai immediatamente con un’erezione che non ricordavo di aver avuto da lungo tempo. Comunque, le aprii il pacchetto, le offrii una delle sue sigarette, presi il mio Dupont “Punta Diamante” d’argento e gliel’accesi. “Permettimi di darti fuoco!” le dissi ridendo. Era una battuta buttata lì per cercare di smorzare la palpabile tensione che si avvertiva tra noi.
“Oh, se è per questo, sono già tutta un fuoco!” disse sorridendo mentre sbuffava il fumo e si mordicchiava le labbra, le gambe accavallate e due buone dita di balza di pizzo delle calze in mostra.
Altra scarica di adrenalina e di ormoni. I nostri recettori erano ormai saturi dei feromoni che entrambi emettevamo e mandavano fuori scala i dosatori della dopamina: detto in parole povere, l’eccitazione sessuale era a mille. Sentivo l’afrore uscire dalle mie ascelle ed un umido calore emergere dal mio inguine. Parimenti, vedevo la pelle sopra il labbro superiore, sotto il naso, quella degli zigomi e della fronte di Daniela lucida di trasudo, l’odore del sesso mescolato all’essenza delicatamente speziata di ylang ylang e gelsomino di Calèche di Hermes.
Ovviamente, questo si traduceva in me in una vistosa e quasi dolorosa erezione.
Un ding di un campanello richiamò la nostra attenzione. Si aprì la porticina dissimulata ed entrarono due camerieri con un carrello portavivande. Aprirono uno ad uno i coperchi rotanti e mostrarono le pietanze destinate alla nostra cena: ostriche di Cancale, farfalle alla puttanesca, filetto al pepe verde, mousse di cioccolato al peperoncino, accompagnati da varie bottiglie. Prosecco per le ostriche, Sagrantino per il pasto, Zibibbo per il dessert.
Ci accomodammo al tavolo e iniziammo a mangiare le ostriche. Daniela ne prese una, la bagnò con il limone e la leccò con voluttà, poi la succhiò e la prese in bocca facendola scivolare tra le labbra, la lingua a guidarla dentro. Ne prese quindi un’altra e me la mostrò. Era la rappresentazione fedele di una vulva, le grandi labbra aperte, le piccole labbra dischiuse, il peduncolo a simulare il clitoride. Spruzzò un po’ di limone e poi mi imboccò, facendomi succhiare il mollusco e le sue dita che lo sorreggevano. Quindi prese il guscio, lo leccò a sua volta, quindi prese le dita che mi aveva infilato in bocca e le succhiò una ad una. La testa mi pulsava, sentivo il battito del cuore accelerato ad almeno 130 colpi, un tump in testa, un tump in gola, un tump nelle orecchie. Ero certo di non aver mai provato un’eccitazione così forte.
“Paolo, mi è caduto il tovagliolo, puoi cortesemente raccogliermelo?” mi chiese tenendo le dita della mano sinistra sollevate mentre con la destra stringeva ancora una valva vuota.
“Certamente, dove ti è caduto?” le chiesi mentre mi alzavo.
“Proprio qui sotto le mie gambe!” rispose con voce innocente.
Mi chinai sotto al tavolo per essere accolto dalle sue gambe completamente spalancate, il vestito tirato su fin quasi ai fianchi, il suo sesso del tutto simile all’ostrica che mi aveva appena mostrato. Una corta peluria le incoronava il clitoride mentre il resto sembrava liscio come la pelle di un neonato. Si allargò quindi con una mano le labbra per mostrare la vagina stillante umori luccicanti e filamentosi.
“Ti prego, leccami!” mi chiese quasi implorandomi.

Mi chinai ulteriormente, mi avvicinai e le infilai la lingua tra le gambe, suggendo quella sorta di mollusco come avevo fatto in precedenza con l’ostrica. Mi dedicai quindi al suo clitoride, massaggiandolo, picchiettandolo, titillandolo con la lingua fino a che non sbocciò tra le piccole labbra assumendo le dimensioni di un pisello, un pisellino rosa su un’ostrica rosa. Mi aiutai con due dita che le infilai nella vagina scavando la sua intimità accogliente. Rovesciai quindi le dita verso l’alto cercando il bottone spugnoso del suo punto G, lo trovai ed iniziai a massaggiarlo con foga mentre la lingua continuava a torturare il suo bocciolo.
Daniela inarcò la schiena e divaricò ancor di più le gambe, emettendo un sordo grugnito di piacere.
“Ti prego, continua! Sto per venire!” sussurrò.
Continuai ad entrare ed uscire con le dita, ogni volta cercando di andare più a fondo. Ora aumentavo il ritmo, ora frenavo; mi fermai per dedicarmi al clitoride che ora si ergeva rosso, quasi pulsante. Dense strisce di umore stillante dalla sua vagina le stavano colando lungo le cosce. Poi, una serie di violente contrazioni accompagnate da un’abbondante secrezione quasi bianca, gelatinosa come lo sperma.

Si fermò, chiedendomi di interrompere la masturbazione, stringendomi la mano tra le sue cosce. Le sue guance erano diventare rosse, i capezzoli spingevano il leggero tessuto disegnando le ciliegine su due cupcakes. Si abbandonò con la schiena sulla sedia, ancora con il fiatone per l’orgasmo che l’aveva svuotata.

“Era…una…vita…che…non…venivo…così” mi disse tra un respiro affannato e l’altro.

Mi alzai e mi rimisi seduto, cercando di pulirmi la mano e la bocca dalle sue secrezioni.
“Vieni qui da me, per favore!” mi chiese.

Mi rialzai e mi riavvicinai a lei, poggiando una mano sulla spalliera della sua sedia e l’altra sul tavolo. Lei mi prese per la cravatta, mi tirò a se e mi leccò il viso attorno alla bocca pulendomi dal suo nettare. “Mmmm, buonissimo!” disse, prima di infilarmi la lingua in bocca sempre trattenendomi. A quel punto mi lasciai un po’ andare e partecipai attivamente al suo bacio prendendole la testa per la nuca mentre con la mano destra le accarezzavo il seno attraverso il vestito.

Daniela si alzò in piedi e si diresse verso il divano dicendomi “Non ho fame, adesso. O meglio, ho fame, ma di altro” e mi tirò a sé.
Fece scivolare il vestito dalle spalle rimanendo nuda con le sole autoreggenti. Aveva un seno fantastico, piccolo, sodo, con due capezzoli reattivi piantati al centro di due areole appena più grandi del capezzolo, rosa tenuemente più scuro della pelle. La vita era sottilissima, il ventre piatto con l’ombelico perfettamente incastonato al suo centro. Un palmo più in basso, il pube curatissimo, solo una striscia ad evidenziare la sua magrezza e ad indicare la sua fonte del piacere.

Aprì le braccia ad accogliermi. Mi fermai accanto al divano, indeciso sul da farsi. Cazzo, avevo appena saputo che mia moglie era incinta del nostro primo figlio, ed io stavo lì pronto a sbattermi la segretaria più fica dell’ufficio, molto probabilmente terreno di caccia privata dell’amministratore delegato. Mentre pensavo sfogliando mentalmente la margherita “Scopo o non scopo?”, Daniela mi prese e mi sbottonò i pantaloni e calò i miei boxer tirando fuori il mio pisello che era già da tempo in piena, potente erezione.

“Ah, ma qui siamo messi benissimo! Bello grosso, lungo e duro, come piace a me!” e si avventò con la bocca sulla cappella mentre con una mano mi masturbava e con l’altra mi massaggiava le palle. Fece per un po’ su e giù con la bocca sull’asta, leccandomi ogni centimetro.

“Che bello, sei depilato! La tua pelle è liscissima! Sembra seta!” mi disse mentre mi accarezzava tra una slinguata e l’altra.
Poi mi tirò a sé, mi fece stendere su di lei, prese con la mano il mio membro e lo portò verso la sua fica.
“Ti prego, spingi ed entra dentro di me!” chiese implorando.
Non riuscii a trattenermi. Entrai ed iniziai a scoparla violentemente, sbattendo il mio pube contro il suo.

Sentivo che stavo arrivando con la punta fino alla sua cervice e ciò le provocava fastidi, evidenziato da smorfie di dolore inframezzate da gridolini. “È che sei troppo lungo per me! Io non sono abituata a certi calibri. E poi sei pure bello grosso! Fortunata chi ti scopa!” mi disse ansimando.

La girai a pecorina e la infilai di nuovo con decisione.
Lei iniziò ad ansimare e a mugolare di piacere. Ogni colpo che le infliggevo era un ansimo, un gridolino di piacere misto a dolore, forse perché arrivavo ben dentro la sua intimità.

Ad un certo momento iniziai a stantuffare forte, talmente forte che talvolta uscivo dalla sua vagina, ormai un lago di secrezioni dense e scivolose. Poi lo rimettevo dentro al volo e seguitavo ad entrare ed uscire con intensità quasi al limite del violento.

Daniela venne un’altra volta. Il suo orgasmo la squassò, le ginocchia le cedettero, i muscoli della vagina si strinsero più volte attorno alla mia asta piantata dentro di lei. Uscii, ancora lontano dal mio culmine, lasciando la sua fica aperta e gocciolante. Si mise con le spalle appoggiate al bracciolo del divano, prese con le mani i glutei e li divaricò. “Ora, ti prego, mettimelo nel culo!” mi chiese, quasi supplicandomi.
Infilai le dita dentro la sua vagina ancora fradicia e me le bagnai di quell’umore trasparente, filamentoso, che spalmai abbondantemente sullo sfintere prima di infilarvi prima uno e poi due dita. Non ci fu resistenza, le dita entrarono come un dito nel budino.

Appoggiai allora la cappella al suo forellino e premetti aspettandomi un minimo di resistenza, vista la differenza di dimensioni, ma la ragazza mi accettò come se nulla fosse. Mi ritrovai tutto dentro, il retto disteso come una guaina, lo sfintere a massaggiare la base del membro come un anello fallico.
Iniziai ad andare su e giù, su e giù sempre più velocemente. Daniela sembrava soffrisse, per cui mi fermai.

“Tutto bene? Ti sto facendo male?” le chiesi.
“Ma quale male e male! Dai, spingi, fammi sentire quanto sei grosso. Un cazzo come il tuo non l’ho mai preso e, giuro, mi stai facendo godere come mai! SPINGI!” rispose affannata.
Continuai a scoparle il culo con veemenza, tirando fuori il pisello ogni tanto per fargli prendere aria e raffreddarlo un po’, per poi rimetterlo dentro in quella cavità che rimaneva sfacciatamente aperta al centro del culo come la bocca de “L’urlo di Munch”, le sue mani come le mani del protagonista, le fossette al posto degli occhi. Anche quel culo era effettivamente un capolavoro.

Alla fine stavo per venire e glielo comunicai. “Sto per venire, Daniela!”.
Lei si sfilò, sorprendendomi, si girò, prese il cazzo in mano e mi masturbò portandoselo all’altezza del viso. Venni copiosamente, grossi schizzi le colpirono il naso, la bocca, gli occhi, i capelli. Poi me lo prese in bocca e lo succhiò ingoiando le ultime stille; si ripulì il viso con le dita che rimise in bocca, succhiandole e nettandole.
“Uhm, buono, dolce come mi piace!” disse gustando quel che per lei era un nettare.
Inutile dire che quella sera mangiammo veramente poco. Passammo gran parte del tempo a fare sesso in tutte le posizioni, le penetrai tutti gli orifizi, bevvi il suo nettare, lei mi succhiò come un cannolicchio e letteralmente mi prosciugò.

Per fortuna nostra, verso l’una di notte decidemmo che era abbastanza. Daniela ed io ci rassettammo, ci ricomponemmo alla meglio e suonammo il campanello per avvisare che eravamo pronti.

Venne un cameriere che, evitando di guardarci negli occhi, ci porse i nostri soprabiti. Aiutai Daniela ad infilare il suo, misi il mio e poi, ringraziando, allungai 10.000 lire di mancia al ragazzo.
Ci scortò di nuovo lungo il corridoio e ci accompagnò alla porta ove il maître ci attendeva compìto.

“Spero che sia andato tutto bene, signori. La cena era di vostro gradimento?” chiese.
“Ottima cena, piacevole compagnia, servizio ineccepibile ed accuratissimo” dissi celiando, riferendomi al servizio ricevuto da Daniela.
Portai la mano al portafoglio per prendere la carta di credito ma il maître mi bloccò alzando la mano “Il conto è stato già pagato, dottore” mi disse.
Guardai Daniela con sguardo interrogativo ma lei mi fece cenno di tacere e soprassedere.

Uscimmo e mentre aspettavamo che il valet portasse la macchina di Daniela, pensai che non me la sentivo di portarla a casa mia, ma non mi andava nemmeno di lasciarla lì, arrivederci e grazie.
Le chiesi pertanto se avesse piacere di essere accompagnata a casa, al che mi rispose: “E poi come fai a tornare indietro?”

“Io pensavo di dormire da te e di tornare in ufficio con te, domattina” le risposi con malcelata speranza.

“Paolo, non è possibile. A parte che domani è sabato… e poi, non sono da sola a casa. Se avessi potuto, ti avrei invitato a cena da me e allora saremmo stati assieme tutta la notte!” rispose.

Giusto. L’indomani era sabato e Francesca sarebbe di certo rientrata, soprattutto vista la notizia che mi aveva dato al telefono.

Stavo per dirlo a Daniela quando realizzai che avrei fatto un errore a parlarne. Preferii tacere, mi avvicinai, le presi il viso tra le mani e la baciai delicatamente sulle labbra.
“Grazie Daniela. Non hai idea quanto mi abbia fatto bene questa sera” le dissi con sincerità.
“Non hai idea tu quanto abbia fatto bene a me!” mi rispose invece ammiccando ed alludendo al piacere che ci eravamo vicendevolmente regalato.

Ci salutammo, io mi incamminai verso l’ufficio a riprendere il motorino ma, arrivato a piazza Cavour, decisi che sarebbe stato meglio prendere un tassì.

Scesi dopo poco sotto casa, salii, entrai, mi spogliai al volo e mi buttai sotto la doccia. Volevo cancellare gli odori che ancora mi permeavano le narici ed assieme a loro, i sensi di colpa.
Poi, cercando di annullare ogni minima traccia di Daniela, versai del vino rosso sulla camicia e la misi in ammollo in acqua saponata. Presi i boxer ed calzettoni e li chiusi in una busta che nascosi in balcone nell’armadietto degli attrezzi assieme agli stracci da lavoro. Non contento, versai altro vino sui pantaloni, un po’ all’altezza della patta e del cavallo ed un po’ sulla coscia destra; li misi quindi tra la roba da lavare, pronto a giustificare il tutto con la mia distrazione.
Mi buttai quindi a letto, cercando di addormentarmi.

Discussioni

Il mattino successivo mi svegliai tardi, al suono del telefono sul comodino.
“Pronto” risposi con la voce impastata dal sonno.
“Paolo?” dall’altro capo del telefono. Era Francesca.
“Ciao Fra. Buongiorno.”
“Ma stai ancora a letto? Ma ti sei svegliato adesso?” mi chiese.
“Si, sono ancora a letto. Mi hai svegliato tu” risposi. “Ma che ore sono?” chiesi.
“Sono le undici e tre quarti. Noi abbiamo quasi finito qui. Aspetto l’intervento di chiusura del Professore e poi partiamo. Le valigie sono già in macchina” mi rispose.
“Okay, vieni piano. Non correre, come tuo solito” le dissi.
“Guarda che se c’è qualcuno che corre, in macchina, sei tu, non io di certo!” rispose piccata.
“Già, ma ora sei incinta, porti una creatura in grembo. Pensa anche a lei” replicai.
“Di questo parleremo quando torno” mi disse con un gelo inspiegabile.
“Beh, non mi pare di certo un argomento da trattare al telefono. Ma mi pare di capire che non sei felice!” insinuai.
“Felice io? Come una pasqua!” rispose ironicamente. “Soprattutto nelle mie attuali condizioni” aggiunse.
“Intendi le nausee?”
“Le nausee, il fatto che sfascerò il mio corpo, il fatto che tra un po’ dovrò smettere di lavorare e tutte le altre squinzie del Prof. approfitteranno della mia impossibilità ad essere presente per farmi le scarpe!” si lamentò.
“Non ti credere: mi hai fatto un bel regalo, mettendomi incinta. Proprio un bel regalo. Ero riuscita ad entrare nelle grazie del Prof. e a dimostrargli che ero la migliore, che potevo diventare la sua assistente n.1 e puntare ad essere il suo aiuto, e ora invece? Buttato due anni di carriera nel cesso!” fu il suo sfogo.
“Non dire cazzate, Fra’. Stai parlando di un figlio, cazzo, non di una cena o di una bevuta. UN FIGLIO!!!” mi lamentai urlando al telefono. Niente, mi aveva fatto incazzare. Sbattei giù il microfono senza salutare. Ero troppo incazzato, e non ero in condizione di essere lucido ed obbiettivo.

Risquillò il telefono. Presi il microfono e lo portai all’orecchio senza fiatare.
“NON TI PERMETTERE MAI PIÙ DI ATTACCARMI IL TELEFONO IN FACCIA. ALLA PROSSIMA LO PRENDO E TE LO FICCO NEL CULO!” mi urlò contro, talmente forte che dovetti allontanare il microfono dall’orecchio.
“tu tu tu tu..” il segnale di comunicazione chiusa dall’altra parte.

Non potevo richiamarla, non avevo il numero e l’organizzazione del convegno non mi era parsa molto all’altezza, almeno nella gestione delle chiamate. Rimandai pertanto al ritorno di Francesca il chiarimento.

Decisi di chiamare Daniela.
“Ciao!” mi rispose.
“Pensavo avessi dimenticato che esisto!” aggiunse.
“Oh, Daniè, non ti ci mettere pure te, eh?” le risposi piccato. “Oggi non è giornata!” dissi.
“Allora, se oggi non è giornata, lasciamo stare. Ci sentiamo più tardi, domani, oppure ci vediamo lunedi in ufficio, capo…” ed attaccò.

E due.
Beh, oggi con le donne era un successone.
Chiamai mia mamma, sperando in un invito a pranzo.
“Mamma, come stai? Che mi prepari di buono?” le chiesi dopo aver fatto il numero ed atteso che rispondesse.
“Oggi? Nulla, figlio mio. Stiamo uscendo con papà e stiamo andando a Pescasseroli, dagli amici. Mi spiace!” mi disse.
Augurai loro buon viaggio e ci salutammo. E tre!

Mi alzai, preparai il caffè e mi misi sul divano a leggere una rivista che avevo portato dall’ufficio e che non avevo ancora guardato. Mentre sorseggiavo la mia tazzina, mi venne in mente di chiamare Adriano per chiedergli se aveva parlato con Dede.

“Adriano, ciao! Disturbo?” fu il mio saluto.
Gli raccontai brevemente la burrascosa chiamata con Francesca e gli chiesi se per caso Dede gli avesse accennato qualcosa.
“In realtà mi ha raccontato solo che Francesca ha scoperto di essere incinta. Per inciso, potevi chiamarmi e dirmelo tu. Sei uno stronzo!” mi rispose.
“Scusa Adriano, è che ieri ho fatto tardi in ufficio e non avevo proprio voglia di parlare con nessuno”.
“Non dire cazzate! Ti ho cercato sia in stanza che in laboratorio software dove di solito ti rinchiudi e mi ha risposto uno dicendomi che ti aveva visto uscire con la segretaria!”.
Azz… sputtanato!
“Adriano, si, è vero. Sono andato a cena fuori. Sono stato invitato dalla mia segretaria temporanea. Beh, avrei dovuto farlo io, ma lei mi ha anticipato ed ha organizzato tutto…” dissi con il tono più naturale e contrito possibile.
“E?”
“E cosa?”
“E che cosa hai fatto? Come si è conclusa la serata?” mi chiese.
“Ognuno a casa sua!” risposi. Era la verità, in fin dei conti.

Non mi andava di sputtanarmi con il mio amico. Volevo averlo dalla mia parte in un eventuale contesa tra Francesca e me. Evitai pertanto di raccontargli della mia follia e della situazione incredibile che si era creata. Dubitavo che mi avrebbe creduto, se gli avessi raccontato della Svizzerotta e del Tavolo 12. Era troppo da film di spionaggio!”.
“Vuoi dirmi che sei uscito con un tocco di fica imperiale come Daniela, che si vede che c’ha fame di cazzo da un chilometro di distanza e mi dici che non te la sei scopata?” mi stuzzicò.
“Ma perché, la conosci, scusa?” gli chiesi.
“Ma sei cretino o che? Certo che la conosco. Era la mia ex, prima di Dede! E so di certo che è una che se ti piglia ti spolpa. Ti prende come un ossobuco, ti succhia tutto e lascia solo l’osso vuoto. Ci siamo lasciati perché ambiva ad altri …calibri, la stronza!” mi disse.
“Ma dai, non è stronza. Non con me, almeno!” ribattei.
“Vabbè. Te la sei scopata o no?” chiese.
“No. Assolutamente no. Con quelle dell’ufficio MAI!” affermai con un tono che non lasciava fraintendimenti.

“Se se… come se non si fosse passata tutti i dirigenti del tuo ufficio… Dai, Paolo, apri gli occhi! Quella fa carriera perché sa gestire bene ciò che ha in mezzo alle gambe e grazie alla sua agenda. Si è scopata mezza Roma che conta, e l’altra metà è in lista d’attesa. E si fa pure le mogli, soprattutto se sono bone. Strano che non ti abbia chiesto di uscire assieme a Francesca!” mi disse.

Avevo sentito alcune chiacchiere in ufficio sull’atteggiamento libertino di Daniela e alcuni mi avevano giurato che era stata vista fare un pompino all’Amministratore Delegato attraverso la finestra della sua stanza, ma avevo derubricato la cosa ad una mera diceria figlia dell’invidia.
La discussione con Adriano mi aveva aperto gli occhi da un lato e messo in allarme dall’altro.
Dovevo pensare ad una linea di comportamento che non provocasse eventuali ripicche. E se era vero che il mio boss se l’era trombata, se ne fosse venuto a conoscenza sarebbero stati augelli senza zucchero.
Ma per il momento, dovevo concentrarmi sulla notizia che mi avrebbe cambiato la vita da lì a breve: la mia prossima paternità.

A metà pomeriggio arrivò Francesca. Suonò al citofono pregandomi di scendere giù ad aiutarla con la valigia, aveva la nausea e non riusciva a fare sforzi.
Andai immediatamente in suo soccorso e presi le due sacche pesantissime e le misi vicino all’ascensore. Poi dissi a Francesca di salire e di lasciare tutto com’era, che avrei pensato io a mettere la macchina nel box e a portare su le sacche.

Feci manovra con la macchina protestando tra me e me per il fatto che Francesca aveva spostato il sedile praticamente attaccato al volante, poi richiamai l’ascensore e infilai con un certo sforzo quei due macigni da trenta chili l’uno nella cabina, cercando di metterli in modo che si potessero chiudere le porte.
Trascinai quindi quelle due salme in camera e le misi sul letto ove si era distesa mia moglie, bianca come un cencio.

“Fra, ma ti senti male?” le chiesi.
“Nooo, sto benissimo. Ho solo vomitato l’anima, mi sento lo stomaco in gola e come penso a qualsiasi cosa che sia edibile ho un conato. Non mi reggo dritta e sono incazzata nera con te. A parte queste sciocchezze, sto benissimo. Una MERDAVIGLIA!” mi rispose con un tono incazzato, sarcastico e cattivo.
“Incazzata con me? E per quale motivo, scusa?” le chiesi.
“Lo sai perché” rispose.
“No, non lo so. Non ne ho idea. Se pensi di addossarmi la colpa di essere incinta, bella, ti sbagli. I figli si fanno in due. Mi sembra che a te piaccia scopare almeno quanto piace a me. E non ti sei mai tirata indietro, da quando …” e mi tacitai.
“Da quando?” chiese.
“Da quando… da quando siamo stati in Grecia.”
“Lo vedi? Colpa tua. Chi è che voleva fare le cose strane, fare l’esibizionista, farmi prendere il sole nuda, farmi girare senza intimo?”
“Si, certo, io. Ma se non ti fosse andato a genio, non lo avresti fatto. Così come non ti saresti fatta scopare da me e da Adriano assieme, se non lo avessi voluto tu!”
“Eh già. Lui si, poteva scoparsi tutte, io no. Solo quello che dice lui!”
“Ma guarda che io non ho scopato nessuna prima!”
“Prima no, ma dopo? Non ti ricordi nulla di quell’ultimo giorno? Ti sei scopato Dede, da solo e con Adriano, ti sei scopato Federica, ti sei scopato Patrizia, ti sei fatto spompinare da tutte. Tra un po’ ti scopavi anche quella del locale! E io dovevo stare lì a fare la cornuta e abbozzare? No, caro!”
“Avevamo detto però che avremmo sepolto questa storia e non ci saremmo torniti più sopra. Era successo, era finita. Basta. Invece questo tuo lamento mi fa capire che per te la storia non è finita ed hai ancora un conto aperto con me!”
“Conto aperto? E ti pare normale che sei mesi prima di sposarci abbiamo fatto un’orgia? E non una volta, ma tutta una settimana! E ora pretendi che io dimentichi tutto con uno schiocco di dita, così!” e schioccò pollice e medio producendo un rumore secco.
“Vabbè, scusa, ma che c’entra questo con il fatto che sei incinta? E poi, non prendevi la pillola? Non avevamo detto che avremmo aspettato un po’ prima di fare dei figli? Cara mia, tu lo sai che io lo so, che la pillola è sicura al 100% ma se ne salti una sola, sono cazzi. Non è che ne hai saltata una?” le chiesi, accusandola di poca attenzione.
“IO NON HO MAI SALTATO UN GIORNO!” mi rispose urlando.
Mi calmai. Non era il caso di esagerare.
Mi sedetti accanto a lei sul letto e con tono il più calmo possibile le dissi: “Fra, magari hai vomitato, oppure avevi forte acidità e non ha fatto effetto. Cerca di ricordare!”
Francesca stette per qualche secondo in silenzio, concentrata sui ricordi recenti.

“In effetti, venti giorni fa sono stata molto male, ricordi? Abbiamo mangiato quella cosa che ci ha fatto male al ristorante assieme a Dede e Adriano.”
“Quale Frà? Non ricordo”
“Ma si, la peperonata, in quel ristorante a viale Parioli, la Stufetta, ricordi? Che quando sono tornata a casa avevo preso un bicchiere di citrosodina per cercare di digerire.”
“Embè? La pillola l’avevi presa la mattina, mica la sera.”
“Si, ma la mattina dopo avevo ancora tanta acidità. E poi, avevo preso il caffè perché dovevo andare in clinica ad assistere il Prof. in quella mammoplastica a quella (riferendosi ad una nota attrice italiana). Ricordo che ho avuto un rigurgito e ho sputato della saliva mista a acido. Ma non c’era la pillola. L’avevo presa appena sveglia”
“Sta di fatto che, guarda caso, abbiamo fatto l’amore la sera, ti ricordi? Avevamo iniziato a scherzare sulle tue tette, che il prof voleva sistemartele, e poi siamo arrivati alla plastica alle piccole labbra, che io ti ho osservato da molto, molto vicino… ricordi?” le dissi.
Francesca annuì sorridendo. Ma subito un’ombra le attraversò lo sguardo e il malumore si rimpossessò di lei.
“Tu con la tua mania di venirmi dentro!”
“E tu con il tuo rifiuto a ingoiare!”

“Fra, così non andiamo da nessuna parte. Non è accusandoci a vicenda che risolviamo il problema” dissi dopo qualche istante di silenzio.
“Dobbiamo decidere se vuoi portare avanti la gravidanza o vuoi interromperla.”
“VUOI? E che è una decisione mia?”
“In un certo senso, si. È una tua decisione. Io ho il diritto di esprimere la mia opinione, ma l’ultima parola la avrai tu. Sei tu che porti la creatura in grembo. Sei tu che soffrirai per mesi, che avrai i problemi di digestione, le gambe gonfie, il caldo, il peso, la schiena, e poi i dolori del travaglio, il parto, e poi l’allattamento, lo svezzamento… insomma, la madre sei tu e nessuno può sostituirti. Io posso solo darti una mano, ma sai che alla fine, è tutto in capo a te!” le dissi con la massima franchezza.
“Per cui, te lo richiedo: cosa vuoi fare?” le dissi.
“Dimmi cosa ne pensi tu” mi rispose a voce bassa.
“Io penso…” e feci una pausa, cercando di essere sicuro del pensiero che nel frattempo avevo formulato. “Io penso che dobbiamo tenerlo. Anzi. TenerlA, perché è femmina.”
“E che ne sai tu se è maschio o femmina? Non lo sapremo fino a che non faremo l’ecografia alla quindicesima settimana. Prima è praticamente impossibile. E non è detto che si riesca, perché se il cordone ombelicale è in mezzo alle gambe ed il feto non è in posizione, con la sonda rischi di vedere poco o di confonderti. Dovrei fare una villocentesi ma è un accertamento sperimentale e troppo pericoloso. Io non ho malattie ereditarie né storie familiari tali da consigliarmelo. Domani lo chiedo a mamma. E tu, invece?” mi chiese.
“Io? Non credo di avere storie familiari di problemi genetici di alcun tipo. Almeno che io sappia. Chiederò anch’io. Comunque, sono certo che è femmina, me lo sento” dissi con tono sicuro.
“Tu cosa vorresti?” le chiesi.
“Innanzitutto non so ancora se lo voglio, un figlio. Secondo poi, per me basta che sia sano. Se ha preso i geni miei, sarà bellissimo o bellissima. Se ha preso i tuoi, sarà una egoista, egocentrica rompipalle. Con dei begl’occhi, però. Ed una bella bocca” si sollevò e mi baciò.
“Scusa, Paolo. Cerca di capirmi. Sono confusa. Non so, non ero pronta, non sono pronta.”
“E tu pensi che io lo sia?”
“No. Anche tu non lo sei, lo so. E scusa per ieri, lo so che se lavori tanto è per noi, per il nostro futuro. Ho parlato con Adriano, sai, e mi ha detto tutto quello che ti ha detto Michele. Per inciso, bell’amico! Io uno che mi ricatta e mi minaccia non lo considero un amico, ma un figlio di puttana!” mi disse, rivangando la storia delle minacce di demansionamento e di messa in panchina in caso non avessi ripreso a lavorare con i ritmi ed i risultati consoni a cui avevo abituato i miei manager.
“Allora capirai perché sono costretto a fare questa vita.”
“Cambia lavoro, allora. Se sei tanto bravo, manda il curriculum in giro!”
“Come se fosse facile. E giacché nel nostro mondo tutti sanno che io faccio parte di una certa cordata, e che questa cordata è ammanicata con Tizio e Caio, secondo te, mi prendono per fare un dispetto che poi viene riportato a Sempronio che coordina Tizio e Caio? No, non è possibile. Non ancora, almeno. A meno che non decida di cambiare lavoro, attività, mercati” risposi alla provocazione di mia moglie.
“Allora, visto che ci siamo, perché non cambi ambiente? Non mi piace che tu sia così disponibile con quel …professore” le dissi mimando le virgolette attorno alla parola “professore” con le dita. “Mi sta sul cazzo, lo trovo viscido e secondo me ti sfrutta. Sfrutta la tua bellezza naturale e ti tratta come se fossi una sua creatura per far credere che sia stato lui a farti così” le dissi.
“Ma chi cazzo ti mette in mente queste stronzate, scusa?” rispose.
“Nessuno. Sono miei pensieri” insistetti.
“Pensieri del cazzo. Allora, ripeto, pensa a cambiare lavoro che a me quel tuo caro Michele mi sta sul cazzo e non mi piace. Per me si sta facendo bello con il tuo lavoro” scimmiottò il mio discorso di poco prima.
“Sai che c’è? Non ho proprio voglia di parlare con te. Mi hai fatto incazzare. Vado a fare un giro a piedi. Anzi, vado a recuperare il motorino che ho lasciato in ufficio” dissi.
“E perché avresti lasciato il motorino in ufficio, di grazia?” mi chiese con aria polemica.
“Perché mentre tu stavi beatamente leccando il culo al tuo professore, io stavo chiuso in ufficio a lavorare e quando sono uscito diluviava, per cui sono venuto in tassi” risposi seccato. Stavo cercando rogna.
“NON TI HO DETTO COTICA! RISPONDI PER BENE PERCHÉ NON TI HO DETTO NULLA DI OFFENSIVO E NON C’È BISOGNO CHE TU MI OFFENDA!” rispose ad alta voce Francesca.
Non so perché lo feci, ma mi alzai di scatto, presi la giacca, le chiavi di casa ed uscii senza salutare, sbattei la porta e me ne andai.

Scesi le scale di corsa e mi avviai a passo svelto verso Prati. Certo, non erano due passi, da Vigna Stelluti erano almeno un’ora a piedi. Arrivato a Corso Francia, attesi il passaggio del primo autobus che mi portava a Piazzale Flaminio. Dopo qualche minuto passò il primo autobus, il 2. Lo presi, vidimai il biglietto che portavo sempre appresso e mi misi a sedere. Roma di sabato ha un’atmosfera particolare, e all’inizio della primavera è sempre stupenda e quel giorno non era differente; aria tersa e un tiepido sole la rendevano se possibile ancora più bella.

Arrivai relativamente presto al capolinea, scesi dall’autobus e mi diressi di buon passo verso lungotevere e piazza della Libertà, girai a sinistra per via Cesi e all’incrocio con via Belli girai ancora a destra. Attraversai via Cicerone e proseguii per via Cassiodoro.
Entrai in ufficio per prendere le chiavi del motorino che avevo lasciato sulla scrivania. Prima di prendere le scale per salire in stanza buttai un occhio verso la direzione per vedere se c’era qualcuno. La porta dell’ufficio dell’AD era stranamente chiusa e la luce in segreteria era accesa. Volevo entrare ma preferii salire in stanza.
Mi misi a sedere alla scrivania e con un gesto meccanico accesi il computer. Mi ricordai che avevo lasciato a metà un lavoro sulla presentazione e pensai che, visto che a casa era meglio non rientrare subito, avrei potuto impiegare meglio il tempo terminandolo.
Mi misi pertanto al lavoro ed in effetti, privo di distrazioni mi concentrai e portai a termine le animazioni che avevo previsto di applicare ad una certa pagina in un paio d‘ore.
Lo squillo del telefono mi sorprese e mi riscosse dall’isolamento in cui mi ero calato.

“Paolo? MA DOVE CAZZO STAI? SEI ANCORA IN UFFICIO? PERCHÉ STAI IN UFFICIO? CHI C’È LÌ CON TE?”. Era Francesca, inviperita per essere stata lasciata da sola e per il fatto che me ne ero andato via di casa senza dirle nulla.
“Sono in ufficio, dove mi hai chiamato. Come vedi, ti ho risposto. Sono alla mia scrivania. Sto lavorando e gradirei non essere disturbato. Sono da solo, è sabato e la gente di solito il sabato non lavora, quindi si, sono da solo. E sto benissimo. Cosa vuoi?” risposi con tono secco ed incazzato.
“Non è vero che sei da solo. Mi ha risposto Daniela e mi ha detto che non sapeva che ci fossi e che avrebbe provato a passarmi l’interno!”
“E come vedi sto al mio interno e non sapevo che ci fosse Daniela. Immagino sia qui con l’amministratore delegato. In fin dei conti è la sua segretaria!” dissi, più a me stesso che a lei. Ma sapevo già che cosa era successo in quella stanza con la porta chiusa. “Quindi per favore, falla finita e dimmi che cosa vuoi” prosegui, sempre con un tono seccato.
“Vorrei che rientrassi a casa. Ti prego!” e scoppiò a piangere. Non era decisamente la Francesca a cui ero abituato. Sinceramente, provai una stretta al cuore.
“Non mi lasciare da sola! Per favore” singhiozzò.

Chiusi il computer, presi le chiavi del motorino e scesi al piano terra.
La porta dell’ufficio dell’AD era aperta, bussai alla porta e mi annunciai.

“Volevo salutarti, non mi aspettavo di trovarti in ufficio di sabato” gli dissi.
“Vedo che anche tu sei di sabato in ufficio. Come mai?” mi chiese.
“Bah, avevo lasciato ieri sera una cosa incompiuta e ho preferito tornare e chiuderla” risposi, senza fornire ulteriori giustificazioni o dover raccontare i fatti miei.
In quel momento entrò Daniela che mi salutò affettuosamente, baci e abbracci.

“Paolo, qual buon vento? Ha chiamato tua moglie poco fa, ma non sapevo che fossi in ufficio. Ho provato a passarle l’interno, c’hai parlato?” mi disse con un tono che indicava un interesse diverso.
“Si si, tutto a posto, Mi chiedeva di comprarle un po’ di antinevralgico, ha un po’ di emicrania” dissi evasivo. Non volevo dare al capo l’impressione che ci fosse stato qualcosa tra me e Daniela.
“Sai Boss, ieri Paolo mi ha portato a cena fuori per ringraziarmi!” squittì provocando in me un improvviso blocco del battito cardiaco ed un istantaneo, fulminante attacco di panico.
“Beh, si…insomma, io …” balbettai non sapendo cosa rispondere.
“Hai fatto bene, Paolo. So che Daniela ti sta aiutando in quel progetto. Guarda che ci tengo molto, per questo ho accettato di privarmi di lei per un po’ ed accontentarmi di Marina!” mi disse l’AD facendomi l’occhiolino. “Anzi, mi raccomando, metti in nota spese, eh? Voglio che queste cene di lavoro siano pagate dall’azienda, soprattutto quando sono tra i miei migliori e più fedeli collaboratori!” aggiunse.
Il sudore mi scendeva a rivoli lungo la schiena: possibile che Daniela gli avesse parlato? O magari era una sua mossa per farmi sbottonare e capire come stava andando con mia moglie, secondo lui causa del peggioramento della mia performance lavorativa?

“Senz’altro, lo farò senz’altro, grazie. Chiederò a Michele di avvisare Marina che controlla le mie note spese che ho la tua autorizzazione! Grazie ancora!” e rinculai verso la porta.
“Io dovrei andare. Per stasera ho finito. Buon fine settimana a tutti e due!” dissi al capo e a Daniela.
“Aspetta Paolo, devo dirti una cosa. Dai, ti accompagno al motorino!” mi bloccò la segretaria.
“Dai Daniela, che vado di fretta!” le dissi ad alta voce.
Appena girato l’angolo, mi prese per il bavero e mi disse a brutto muso: “Non ti permettere di trattarmi come una pezza da piedi o te la faccio pagare. Tu hai capito esattamente chi comanda qui, giusto? E sai in che rapporti sono con chi comanda. Ora ne hai la prova. Il Capo sa perfettamente che significa Tavolo12 alla Svizzerotta, e tu sei troppo intelligente per non aver capito che tipo di rapporti ho con lui. Quindi, se domani dovessi chiamarti e chiederti di fare qualcosa, tu prendi la macchina e mi raggiungi dove ti dico di venire, senza se o senza ma. Spero che sia chiaro. Giusto?” mi disse, sorridendo beffarda.
“Ora torna dalla tua mogliettina e fai quello che ti chiede, anzi, scopala per bene pensando che ci sia io al posto suo, sono certo che riuscirai a farla godere come hai fatto godere me. E chissà che la prossima volta non andiamo a cena assieme tutti e tre, magari con un bel Tavolo12!” aggiunse, accarezzandomi con un dito le labbra. Quindi, mi prese il viso tra le sue mani e mi baciò sulla bocca, infilandomi la lingua fino in gola o quasi, poi staccò una delle mani e scese a stringere il pacco che nel frattempo si era ingrossato per l’eccitazione. Si staccò da me, mi dette ancora una pacca sul sedere e se ne andò sculettando, girandosi prima di rientrare nel portone e puntandomi contro un dito intendendo uno “stai in campana”.

Montai sul motorino che avevo appena acceso e partii in direzione di casa.
La situazione si stava decisamente ingarbugliando e rischiava di sfuggire al mio controllo. Al momento, però, dovevo concentrarmi su Francesca e sulla sua gravidanza. Non avevo ancora capito cosa volesse fare, sapevo solamente che era molto, molto preoccupata.

Mi fermai veramente in farmacia, ma per prendere delle gocce di Lexotan perché ero certo che Francesca avrebbe avuto un attacco di panico.

Perché quando una donna è incinta si dice che è in stato interessante?

Rientrai a casa con un vassoio di paste ed un mazzo di fiori per mia moglie. I miei sensi di colpa mi avevano spinto a pensare a lei ed a cancellare tutto il risentimento che provavo a causa dei suoi capricci che mi avevano portato ad un passo dalla catastrofe lavorativa. In più, il fatto di aver ricevuto la notizia che sarei diventato padre mi aveva sconvolto. Non che avessi ancora metabolizzato la cosa, né ero certo che Francesca avrebbe accettato la situazione, ma ritenevo corretto usare gentilezza e un po’ di amore verso quella donna che avrebbe potuto darmi la più grande responsabilità per un uomo, la paternità.

Aprii la porta di casa e mi recai in cucina cercando di non fare rumore. Misi le paste su un vassoio assieme ai tovaglioli di carta ed una bottiglia di spumante che avevo già in fresco.
Presi il vassoio e mi recai in soggiorno ove credevo di trovare Francesca, stesa sul divano. Non c’era.
Andai in camera da letto e non c’era, ma sul letto c’erano le sue cose, i suoi vestiti, il reggiseno. Le scarpe erano accanto al letto e più avanti gettate per terra c’erano i suoi slip. Andai verso la porta del bagno. Poggiai il vassoio sul letto e bussai: nessuna risposta.

Provai ad entrare in bagno ma la porta era chiusa a chiave. Bussai più volte ma senza risposta. Avvicinai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente l’acqua della doccia che scorreva. Bussai allora più forte chiamando Francesca a gran voce. Iniziai a preoccuparmi, mi chinai per vedere se la chiave era nella toppa e vidi che non era bloccata. Corsi di là a prendere un giravite e cercai di spingere la chiave fuori. Dopo qualche tentativo, sentii il tintinnio della chiave che cadeva a terra. Corsi a prendere la chiave passe-partout che avevo dentro al cassetto del mio comodino ed aprii la porta. Trovai Francesca seduta sotto l’acqua, rannicchiata nella doccia, che singhiozzava. Chiusi il rubinetto, mi chinai a sollevarla e mentre la tenevo con un braccio presi il suo accappatoio e la coprii per asciugarla. Poi la strinsi al mio petto e la baciai più volte sulla fronte, sulle labbra, sul viso fino a che non iniziai io stesso a piangere dal dolore e dalla commozione.
“Amore mio, perché piangi?” le dissi.
“Perché ho paura!” confessò.

Mi si strinse il cuore. In fin dei conti, anch’io avevo paura. E non solo della paternità, ma del fatto che il nostro rapporto, inutile negarlo, da qualche mese non era più soddisfacente.
Ero profondamente innamorato di Francesca, ci eravamo fidanzati solo due anni prima di sposarci, la nostra relazione era una cosa seria, tra adulti consenzienti e consci che non si poteva giocare con i sentimenti degli altri.
Certo, fino alla Grecia, l’ultima vacanza da fidanzati, mi ero lamentato spesso per la scarsa attitudine al piacere di mia moglie. Non è che non le andasse o non godesse, ma aveva sempre dato l’impressione che il sesso per lei era un optional, un accessorio gradevole non indispensabile. Poi, quella vacanza la fece ricredere. Fu come se avesse aperto un cassetto pieno di sorprese e ne avesse goduto tirandone fuori una dopo l’altra in un crescendo di godimento.
Non so cosa avevo in testa quella volta, ma il ricordo di Francesca che era scopata da un altro e che mi chiedeva di farlo anche con me mentre l’amica la baciava e la leccava ancora oggi mi sembrava talmente assurdo che non riuscivo a capacitarmi del fatto di aver accettato tutto questo senza fiatare.

E non è che dopo il matrimonio le cose fossero cambiate molto, almeno nell’approccio. Francesca aveva sviluppato un appetito sessuale spaventoso. Mi chiedeva sempre lei di essere scopata, cercava di svegliarmi e di eccitarmi con leccate, masturbazioni, strusciamenti a letto e fuori, accompagnati da improvvisi attacchi in luoghi pubblici come quella volta all’Auditorium di via della Conciliazione quando mi chiese di accompagnarla all’intervallo in bagno, mi trascinò nel bagno delle donne, mi slacciò i pantaloni e mi fece un pompino nell’antibagno mentre la gente bussava da fuori chiedendo di aprire la porta. “Mia moglie si è sentita male e ho dovuto aiutarla con il vestito” risposi inventando una balla a chi mi chiedeva come mai fossi nel bagno delle signore. O tipo quella volta al cinema quando prese la mia mano e se la passò in mezzo alle gambe per farmi sentire che non portava gli slip, per poi farsi masturbare ed avere un orgasmo squirting che bagnò completamente la poltroncina davanti a lei mancando di poco la testa della signora davanti a lei ma schizzando la persona due file più avanti…

Insomma, Francesca in quelle condizioni mi faceva tenerezza, mostrando una fragilità che sembrava non appartenerle, soprattutto dopo il matrimonio e dopo la Grecia. Mi accostai ancor di più a lei per cercare di smontare quella sovrastruttura di astio reciproco che avevamo eretto tra noi più o meno inconsciamente negli ultimi tempi. Allora la presi tra le mie braccia e la baciai sulle labbra. In un primo momento mia moglie si ritrasse, poi però si lasciò andare, aprendo la bocca alla mia lingua ed iniziando a mulinare la sua. Aprii l’accappatoio ed infilai le mani a cercare il suo seno, i suoi capezzoli. Lei rispose favorendomi ed inarcando il busto verso di me. Ci alzammo, ma Francesca mi bloccò: “Spogliati, ti lavo io!” ed iniziò a slacciarmi la camicia. Preso da una profondissima ed intensa eccitazione l’aiutai togliendomi al volo le scarpe ed i pantaloni, mentre lei passava a sfilarmi i boxer.
Mi sfilai saltellando i calzettoni e nudo come un verme ma con una vistosa erezione entrai nella doccia sotto il getto che nel frattempo Francesca aveva aperto e regolato. Poi lei si tolse l’accappatoio ed entrò con me; prese la spugna, il sapone liquido ed iniziò ad insaponarmi tutto il corpo indugiando di più sul pene, sullo scroto, sui glutei mentre mi abbracciava e mi baciava, talora mordicchiandomi le labbra, talora succhiandomi la bocca.
Iniziò a torturarmi i capezzoli con le dita. Non ricordavo di essere così sensibile alle sue carezze da quelle parti ma Franci, non contenta, si chinò e ne prese uno in bocca mentre continuava ad insaponarmi il pisello in quella che era diventata di fatto una sega celestiale. Ad un certo punto mi spostò sotto il getto dell’acqua e mi sciacquò dal sapone, sempre continuando in quella lenta masturbazione, fino a che non fu tutto pulito
Si chinò allora in ginocchio e me lo prese in bocca, prima gustando la sola cappella, poi scorrendo tutta l’asta con la lingua fino alla base ed infine prendendolo tutto in bocca riempiendosi la gola e iniziando di fatto a scoparmi con la sua bocca in quello che era uno dei suoi migliori deep-throath mai fatti.
Stavo per venire e glielo feci capire; lei interruppe il pompino, uscì dalla doccia dopo aver chiuso l’acqua, prese il mio accappatoio e me lo infilò. Poi prese il suo e fece altrettanto. Ci abbracciammo e ci asciugammo, mi prese per mano e mi condusse al nostro letto. Si distese, aprì l’accappatoio, allargò le gambe e tendendomi le braccia mi disse “Ti prego, fammi tua, fammi sentire che mi ami ancora!”.

Come avrei potuto rifiutarmi? Come avrei potuto sopravvivere ai sensi di colpa vedendo mia moglie che mi desiderava e voleva fare la pace a tutti i costi nel modo più incruento possibile e più bello in assoluto?
Mi stesi su di lei, con la mia mano cercai la sua fessura e vi introdussi il mio membro. Fu una sensazione stupenda. Tutti i neurorecettori erano sintonizzati su di lei, mi sembrava di vedermi da fuori mentre scopavo mia moglie lentamente, appassionatamente, intensamente.

Francesca rispose abbandonandosi al piacere, ansimando, aprendo le gambe e accogliendomi sempre più profondamente nella sua intimità bagnata. Mi chiese dopo un po’ di girarmi sulla schiena, si mise a cavalcioni e mi prese il cazzo con la mano strusciandolo sulla sua vulva avanti ed indietro, poi titillando con la cappella il suo clitoride, poi ancora avanti ed indietro sulla vagina. Quindi, con un movimento deciso, lo prese e lo spostò sullo sfintere, ci si appoggiò sopra, attese che il culo si dilatasse e poi mi accolse fino in fondo. Iniziò quindi a fare su e giù mentre io le massaggiavo il clitoride e le inserivo un paio di dita dentro la sua fica grondante.

La stimolazione fu intensa, il piacere fluì nelle sue viscere fino a che venne con un potente schizzo che mi bagnò tutta la pancia, il petto, fino al viso. Continuò però a sbattersi su di me, incurante o quasi del fatto che lo stava prendendo completamente in culo.
“Fra, sto per venire!” le dissi.

“Si, amore, si, vieni, fammi sentire come vieni dentro di me, ti prego! Riempimi, schizzami dentro, dai!” mi sussurrò.
Mi lasciai andare e venni con un potente getto dentro di lei una, due, tre volte. Poi tirai fuori l’uccello e andai in bagno a lavarmi.
“Perché lo hai fatto?” mi chiese.
“Perché …era sporco!” risposi
“Non è mica la prima volta!” ribattè.
“Amore, nelle tue condizioni, da ora è meglio stare un po’ più attenti, non credi?”
Non lo avessi mai detto! Francesca si rabbuiò, chiuse con un gesto stizzoso l’accappatoio e scappò in bagno sbattendo la porta dietro di sé.

Raggiunsi Francesca un’altra volta in bagno, mi sedetti accanto a lei e cercai di raccoglierle i capelli bagnati. Mi chinai a baciarla sul collo e dietro le orecchie ma mi dette uno spintone. Piangeva singhiozzando. Possibile che la gravidanza le stesse generando tutti questi scompensi?

Non demorsi e mi riavvicinai di nuovo, questa volta accarezzandole la schiena da sopra l’accappatoio.

“Fra’, amore, scusami. Ti sei arrabbiata con me ma credo di capire che sei preoccupata per la tua situazione. Volevo tranquillizzarti: se fosse stata così dura, il genere umano non sarebbe sopravvissuto e, soprattutto, oggi non ci sarebbero tante donne che lavorano. Credo quindi che tu ti stia preoccupando un po’ troppo. Però io sono qui con te, vicino a te. Ti prego, guardami! Girati, dai!” e cercai di girarla verso di me.
Francesca cedette e ruotò il busto verso di me. La abbracciai stretta stretta e la baciai con dolcezza sul collo, sulle orecchie, poi sulle labbra ed infine cercai la sua bocca. Lei rispose all’abbraccio e ad al bacio, cercando anche lei la mia lingua.
La riportai in camera e la adagiai di nuovo sul letto; le presi il viso tra le mani, obbligandola a guardarmi negli occhi.
“Ascoltami, sei una donna intelligente, colta, bella. Hai una laurea in medicina e la specializzazione in chirurgia estetica. Hai un corpo statuario, lineamenti morbidi e graziosi. Sei un modello per i medici tuoi colleghi che vogliono studiarti per poter migliorare le loro pazienti. Di cosa hai paura? Del fatto che con il parto ingrasserai? Non è detto, e non è necessario. E comunque, sono certo che il tuo ginecologo saprà gestire la tua fame ed il tuo peso. Hai paura delle smagliature? Sei giovane, esistono creme e trattamenti che eliminano del tutto il rischio, me lo hai spiegato tu. Hai il terrore che ti si slabbri la patatina? Prima di dire, vediamo se sarai in grado di fare un parto naturale o cesareo. Se dovessero operarti, lo sai perfettamente che la cicatrice è minima e poi, manco si vede. E comunque, puoi sempre farti una plastica localizzata, dopo.
Il seno? Ti crescerà che ti sembrerà di avere due tettone, allatterai, si sgonfierà e poi, con ginnastica e altre creme, tornerà meglio di prima. E allora di cosa hai paura?” le dissi tutto di un fiato.

“E se non ti dovessi piacere più? E se durante la gravidanza non ti piacesse più fare sesso con me?”
“Con quel culo? Dubito che possa rifiutarmi a fartelo ogni volta che melo chiederai!”
“DEFICIENTE!” e tentò di darmi uno scappellotto con una mano. Gliela bloccai. Cercò quindi di darmene un altro con l’altra mano. Le bloccai pure quella. Allora la avvicinai a me con uno strattone e la baciai di nuovo, questa volta di forza. Poi le liberai le mani, le slacciai l’accappatoio, lo aprii e mi inginocchiai in mezzo alle gambe. La leccai con passione il clitoride, le grandi labbra, le infilai la lingua nella vagina. Francesca era molto più reattiva del solito e partecipò visibilmente. Entrai dentro di lei senza alcun tipo di preparazione. Mi appoggiai, spinsi un attimo e fui lì, a stantuffarla. Questa volta durò poco. Venne copiosamente un’altra volta con uno schizzo caldo e violento che mi bagnò tutto il pube. Mi tirai indietro al volo per consentirle di schizzare ancora, poi ripresi a scoparla. Altri cinque minuti e venne di nuovo, urlando di piacere. Durò una mezz’ora durante la quale Francesca squirtò in tutto sei volte: ma dove aveva tutto quel liquido? Aveva schizzato fuori forse mezzo litro, se non di più, visto come erano ridotti il pavimento e la sovracoperta del letto.

Ci abbandonammo al riposo. Francesca si addormentò quasi subito profondamente ed io approfittai per distenderla sul letto e coprirle il corpo. Le misi inoltre un asciugamano in testa per non farle prendere aria con i capelli bagnati e mi misi ad osservarla.
Aveva qualcosa di diverso. Come se qualcuno l’avesse magistralmente truccata per dare risalto alla compattezza ed al colore della pelle. Come se il suo viso fosse leggermente più gonfio all’altezza degli zigomi, una cosa quasi impercettibile, ma apprezzabile. Come se il suo incarnato emettesse una sorta di luminescenza, un alone di bellezza.
Il famoso “stato interessante”.

Ripensai a quanto avvenuto negli ultimi tre giorni e mi si gelò il sangue al pensiero che ero stato con un’altra donna appena saputo che mia moglie era incinta. E che l’altra donna avrebbe potuto ricattarmi, facendomi pagare cara questa scappatella.

A meno che…

Quel week end Francesca ed io avevamo deciso di fare vita casalinga.
Uscimmo giusto per fare un po’ di spesa e visto che mia moglie aveva avuto un po’ di nausea, la domenica pomeriggio mi fermai in pizzeria per prendere un po’ di pizza rossa ed un paio di pezzi di pizza bianca. Arrivati a casa, sistemai io la spesa mentre Francesca si spogliava e si metteva un po’ sul letto. Accesi il forno e infilai la pizza a scaldare, misi del prosciutto e del formaggio sul piatto da portata e preparai il vassoio. Poi tagliai la pizza a quadratini e la misi su un altro piatto. Aprii una bottiglia di coca cola e presi una bottiglia d’acqua. Misi tutto sul carrello da portata ed andai in camera.
Francesca era sdraiata sul letto in camicia da notte, solo i piedi coperti dalla sovracoperta.

“Amore, hai voglia di un pezzetto di pizza bianca con prosciutto? O vuoi quella rossa?” le chiesi.
Lei mi rispose con un conato di vomito a secco. Si alzò di corsa per andare a vomitare in bagno ma tornò dopo pochissimo in stanza senza aver rigettato nulla. Capii l’antifona, presi tutti e portai via di nuovo in cucina. Le portai solo un bicchiere di acqua e citrosodina, l’unica cosa che sapevo le avrebbe dato giovamento anche se era null’altro che un palliativo. Prese il bicchiere, ne sentì l’odore e lo scolò in pochi sorsi. Mi ripassò il bicchiere vuoto con un sorriso di gratitudine.
Misi un film in VHS pirata preso da un giro di amici, “Compagni di scuola” di Verdone e tornai in cucina, mi strozzai un paio di pezzi di pizza ed un bicchiere di coca e ritornai in camera, accoccolandomi accanto a lei.
Dopo mezz’ora, cadde addormentata. La infilai sotto le coperte e mi spogliai, mettendomi a letto accanto a lei con un libro in mano.

Non riuscii a leggere molto, avevo in mente il dito di Daniela che mi puntava contro ricordandomi che ero sotto scacco. Poi, in uno di quei momenti di trapasso dalla veglia al sonno, quando il pensiero viaggia leggero e veloce, ebbi l’illuminazione.
Mi addormentai, avendo intravisto una via d’uscita.

Complotti e magheggi

La mattina successiva mi svegliai stranamente lucido. Ricordavo perfettamente cosa avevo pensato (o sognato?) e mi trovai a mettere in fila i vari pezzi del mosaico che avevo visualizzato in mente per un attimo la sera prima.
Mi alzai, preparai la colazione a mia moglie (the e fette biscottate con marmellata d’arancia amara), le lasciai un biglietto con su scritto “Questa è la colazione per te. Mangia qualcosa. Ci sentiamo per telefono. Resta a letto. Ti amo” ed uscii.

Arrivai in ufficio e mi detti immediatamente da fare per terminare il lavoro ed organizzare la presentazione del nuovo sistema esperto al MacFrut. Avevo però bisogno di Daniela per curare la parte ospitality. Doveva organizzare il rinfresco ed il pranzo riservato tra sottosegretario (e la sua segretaria particolare), il mio AD ed il presidente dell’Unione Produttori nonché segretario nazionale di una famosa cooperativa bianca. Ovviamente non avrei partecipato ma avrei lasciato il posto alla segretaria particolare dell’AD, di certo molto più esperta di me.
La chiamai pertanto al telefono.
“Daniela buongiorno! Quando puoi, potresti cortesemente fare un salto da me per vedere tutte le cose per la Fiera?” le dissi con tono gioviale e cortese.

“Buongiorno Paolo! Ben arrivato! Facciamo così: tu mi inviti a prendere il caffè ed io poi salgo con te così ti dico” mi rispose con un tono un po’ meno amichevole. Purtroppo non potevo non accettare, ed ero curioso di vedere le sue carte in mano di quella lunga partita che avevamo appena iniziato a giocare. Si, avevo pianificato le cose in modo tale che, se fossero andate bene, avrei potuto togliermi parecchie soddisfazioni. Ma avevo bisogno dell’aiuto di mia moglie.

Scesi al piano terra, entrai in segreteria e salutai per prima Marina, l’arcigno capo della segreteria, la tenutaria dei segreti aziendali.
“Buongiorno Marina! Buon inizio settimana! Passato bene il week-end?” le chiesi più per posa che per interesse; sapevo perfettamente che Marina era una zitella acida, una gattara, che usciva di casa solo lo stretto indispensabile. Peraltro abitava in campagna verso Riano, in un casale sperduto ed isolato. La leggenda narrava che una notte fosse stato assaltato da alcuni zingari in cerca di soldi e di argenteria i quali, vista la proprietaria con i bigodini in testa armata di mattarello, fuggirono via spaventati e preoccupati. I più cattivi raccontano che invece li avesse colti in flagranza e che, alla sua richiesta di essere violentata, questi fossero scappati urlando. Restava il fatto che era temuta ed odiata. Personalmente non avevo nulla contro di lei, mi chiedeva sempre notizie di mia moglie da quando le avevo portato la bomboniera. Credo che fosse però più interessata al fatto che fosse un chirurgo estetico che ad altro.
“Quando sono lontano da voi, sto bene. Quando torno qui, sto male, soprattutto quando vedo certa gente” disse ammiccando nemmeno tanto velatamente a Daniela. Si odiavano, ma Marina era intoccabile. Si dice che fosse stata assunta direttamente dal Mega-Presidente in persona e che conoscesse talmente tanti segreti che nessuno aveva il coraggio di romperle le scatole. E comunque, sapeva fare bene il suo lavoro.

Daniela mi tirò un’occhiataccia sbuffando. “Va bene, se vuoi fare salotto con Marina, fai pure, io vado a prendere il caffè”.
“Vai, vai pure, cara. Tanto, che tu ci sia o non ci sia, è assolutamente uguale. Buon caffè!” disse polemicamente la virago.
“Ah, dott. Paolo, potrebbe cortesemente portarmi un caffè quando torna?” mi chiese quindi, sapendo che non avrei potuto dirle di no.
“Certamente Marina, è un piacere. Gradisce anche un cornetto?” le chiesi con sincero interesse, provocando un’ulteriore occhiataccia di Daniela, che mi fece poi pesare la mia proposta.
“Era necessario che tu le dicessi di si a quell’arpia?” mi chiese con tono acido.
“Daniela, l’educazione non è un optional. Lo sai come la penso al riguardo. Non ho simpatia per Marina, la trovo antipatica, indisponente, talmente scostante che prima di chiederle qualcosa è meglio leggere l’oroscopo e consultare le previsioni del tempo! Però, se una persona ti chiede qualcosa con cortesia, perché rifiutarsi?” ribattei. Su questo non transigevo. Non ero disposto a sconti e adesso Daniela era passata nella mia lista delle persone da tenere d’occhio e controllare.

“Allora, Daniela, oggi dovremmo fare il punto della situazione e fare il check di tutto qui da noi prima che tu ti trasferisca a Cesena, la prossima settimana!” le dissi mentre ci recavamo al bar per il caffè.
“Come «mi trasferisco a Cesena»?” interloquì fermandosi di botto e guardandomi in tralice.
“Si, bisogna che tu vada lì prima per organizzare il dopo evento. C’è da prenotare il ristorante, vedere l’albergo, selezionare le hostess, l’accompagnatrice del Capo di Gabinetto del Ministro…tutte cose che devi fare tu, mica io…O credi che sia il caso di parlarne con il Boss?” le risposi, imbruttendola.
“No, no… hai ragione. Ma tanto devi venire anche tu su con me, no? Andiamo assieme, no?” rispose, anche lei imbruttendomi.
“Ma, se vuoi venire con noi, io mi porto Francesca, ha bisogno di me in questo momento, si prende una settimana di vacanza e abbiamo deciso di stare assieme” ribadii, certo di averle inferto un bel colpo.
“Ma dai! Viene Francesca? Si, bellissimo! Sono molto contenta. Si, ottimo, vengo su con te e lei. Hai prenotato l’albergo? No, non ti preoccupare, penso a tutto io!” mi disse con fare sospetto. Ebbi immediatamente la sensazione che la mia mossa avrebbe provocato altre situazioni rischiose. Evitai tuttavia di interloquire ulteriormente: meno parlavo, in questo caso, e meglio sarebbe stato.

Rientrammo in ufficio e salimmo direttamente nella mia stanza. Andai alla lavagna di ardesia (unica concessione personale che avevo richiesto direttamente a Michele ed Antonio) e scorsi la checklist che aveva quasi tutte le voci con un segno di spunta positivo, mentre ne rimanevano con un punto interrogativo solo tre: prova generale sul posto, logistica personale e logistica ospiti. Della prima ero il diretto responsabile, delle altre due ne aveva l’onere Daniela. E nessuno avrebbe potuto imputare a me eventuali suoi fallimenti o distrazioni, visto che era il suo lavoro, il suo ambito operativo in cui aveva sempre dimostrato grandi capacità e competenze. Sempre.

“Allora, la fiera inizia la prossima settimana, martedì. Noi dobbiamo approntare lo stand per lunedì, quindi giovedì pomeriggio partiamo in modo da essere lì venerdì e poter seguire tutto l’attrezzaggio. Io porto con me un computer, per sicurezza. Quindi, se vuoi venire con noi (e rimarcai il noi affinché non se ne dimenticasse), ricordati che non avrò molto spazio in macchina per i bagagli. E giacché viene Francesca che è una che non conosce il significato del concetto viaggiare leggeri, immagino che avrò il bagagliaio pieno tra baule suo, sacca mia e computer. Inoltre, sappi che io stesso devo portarmi almeno un paio di vestiti, visto che stiamo fuori una settimana abbondante”.
“Hai ragione. Non ci avevo pensato. Ma ho io la soluzione. Mandiamo su il tuo computer, il monitor, tutto quello che ti serve con i ragazzi che allestiranno lo stand. Tanto, partono con il furgone giovedì mattina, ed è giusto che lo gestiscano loro. Non è questo computer, no?” indicando il pc sulla mia scrivania.
“No. È quello che sta giù in laboratorio”.
“Ottimo. Allora dopo vado giù e lo etichetto. Poi chiamo i ragazzi e lo faccio imballare per bene. Tranquillo, sarà tutto fatto benissimo. C’è altro che dobbiamo mandare su giovedì mattina oltre ai depliant, all’allestimento dello stand e al tuo computer?” mi chiese.
“Beh, ricordati che dobbiamo comunque mandare su altri due computer per la registrazione dei visitatori allo stand. Ah, ricorda di selezionare due ragazze carine come standiste. Una potrebbe essere …come si chiama la ragazza bionda che sta nella stanza di sviluppo delle applicazioni su CPS32? Monica? Monia? Mi pare molto sveglia oltre che molto carina” le dissi, buttandole lì un osso da mordere.
“Monia? Mah… non so se sia indicata. Troppo seria. Serve una che sia…partecipativa.”
“In che senso partecipativa?”
Nel senso che… lascia perdere, so io chi coinvolgere. È una delle tue. Quella che lavora come sistemista in Guardia di Finanza.”
“Ma chi? Cristina? Scordatelo, quella è matta scocciata. È … uff… se trova uno che le va a genio, è capace di mollare tutto e farselo lì sui due piedi!” dissi preoccupato delle conseguenze.
“Appunto. È la persona giusta. Hai presente che significa avere uno stand in una mostra piena di contadini arrapati?” rispose. “E me ne serve pure un’altra come lei.”
“Daniela, non credi che sia quanto meno inappropriato?” le dissi
“Paolo, io penso alle cose mie, tu pensa alle tue” mi rispose seccata con un tono che non ammetteva repliche. “Tua moglie è a casa?” mi chiese quindi.
“Si. dovrebbe essere a casa. Perché?”
“Perché voglio parlarle. Perché ho bisogno di lei” mi rispose.
“E per cosa?”
“Tu non ti preoccupare!”
“Ma è mia moglie!”
“Solo quando ti fa comodo, eh? Però quando scopi con le altre, ti dimentichi che è tua moglie!” insinuò.
Rabbrividii e credo sbiancai al pensiero di essere anche velatamente oggetto di pressioni indebite.
“Prova a fare qualcosa di solo simile al ricatto ed io ti distruggo. Io posso mandare a puttane il mio matrimonio, peraltro già compromesso, posso perdere la mia posizione qui in azienda, ma di aziende ne esistono tante ed io sono maledettamente bravo nel mio lavoro. Però, se ti sputtano, e sai che posso farlo, tu sei fuori. Puoi solo cambiare lavoro, ma chi darà un posto di responsabilità all’ex amante dell’Amministratore delegato che se l’è fatta, per gioco o per dovere, con un suo sottoposto, raccontandogli una serie di aneddoti piccanti sul suo capo e sulle sue avventure?” dissi con tono velenoso.
“Io non ti ho raccontato nulla. Tu non sai nulla!” rispose veementemente.
“Basta che io metta in giro il sospetto. Ricorda, la calunnia è un venticello…” le dissi ricordando il brano de “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini. “A nulla serviranno le tue smentite. Sarà la paura che tu ti sia fatta sfuggire qualcosa che ti condannerà. E la mia piena confessione al capo di averti scopato ed inculato in tutte le posizioni, riempito tutti i tuoi orifizi e fatto bere tutto il mio sperma. Secondo te, chi che ci rimette di più?” ribattei con cattiveria.

Ricordo che Daniela trasalì e, fatto inusuale, tacque. Avevo sicuramente fatto centro a mia insaputa. Si era resa conto che la sua posizione non era di vantaggio, ma era traballante almeno quanto la mia.
Dopo qualche istante di silenzio, disse, con voce bassa, quasi esile “Suppongo che tu abbia ragione” concluse con un singulto, quasi mandando giù un rospo non tanto metaforico.
“Paolo, ascolta!” mi disse.
“Stai zitta. Non voglio sentirti. Credevi di potermi gestire, trattare come un bimbetto, il tuo giocattolino, uno sgabellino su cui salire per poter arrivare al ripiano più in alto, vero? Beh, hai sbagliato i tuoi conti”.
“Ascoltami, ti prego. Devo spiegarti. Tu credi di essere al sicuro, ma non è così. Il Boss ha deciso di metterti alla prova, con questo progetto. Lui non ci crede, dice che non porterà a nulla e quando sarà chiaro il fallimento, avrà in mano le armi per far fuori te, Antonio e Michele per sostituirli con i suoi protetti, e tu sai di chi parlo” mi disse prendendomi per il braccio e girandomi verso di lei. In effetti, conoscevo i protetti del Boss, ed era gente che veniva da un’altra azienda, gente che non stimavo ma che era tenuta in grande considerazione dal top management, molto ammanicata con un certo partito e con il relativo milieu milanese.
“E con ciò?” le dissi con un certo disprezzo. Quella gente era nella mia lista nera da sempre, non li sopportavo, non avevano il minimo senso etico, per loro l’importante era raggiungere l’obiettivo a qualsiasi prezzo, anche a costo di vendere la propria madre. O la propria moglie.
“Se non puoi battere il tuo nemico, fattelo amico”. Toccò a Daniela fare una citazione dotta, attribuita a Caio Giulio detto il Cesare, un politico sopraffino oltre che ad uno dei più grandi strateghi militari di tutti i tempi.
“Cioè? Tu proponi di coalizzarci contro il Boss per farlo fuori? Ti rendi conto di quanto sia ridicola la cosa?” le dissi.
“No, non per fare fuori il Boss. Per fare fuori i suoi. Non ti credere, ho milleuno motivi per avercela con loro; non ultimo, un Tavolo12 in quattro. Io e loro tre. Tu, in confronto, sei stato un piacevole diversivo!” mi disse.
Ora capivo il motivo del suo bluff e del fatto che avesse provato a sfruttarmi per ottenere un vantaggio personale.
“Ok. Va bene. Vediamo se ho capito. Tu avevi il compito di non fare andare a buon fine la presentazione, o meglio, l’incontro con il Sottosegretario per poter poi addossare la colpa addosso a me, Michele e Antonio. Con il tuo aiuto, il Boss avrebbe fatto fuori noi tre, mettendoci in condizione di dover andare via, ed il nostro posto sarebbe stato preso dai tre desperados. Tu avevi però bisogno di mia moglie per mettermi in ulteriore difficoltà e costringermi a distrarmi per farmi sbagliare, corretto?”
“Una cosa del genere” annuì.
“E tu, magari, ne avresti approfittato per stringere amicizia con Francesca per sfruttarne le conoscenze del mondo del suo Professore, ovvero, le mogli della maggior parte dei pezzi grossi romani, politici, imprenditori, dirigenti, banchieri, eccetera. È così?” conclusi il mio ragionamento.
“Sapevo che sarebbe stata dura. Il Boss secondo me ti ha sottovalutato!”, così Daniela annuendo confermò la validità del mio ragionamento.
“E ora vuoi cambiare squadra in corsa perché ti sei resa conto che saresti troppo ricattabile da parte dei tre… si, il Bello, il Brutto ed il Cattivo. E vuoi che Sartana esca fuori allo scoperto” le dissi citando alcuni noti film western di vent’anni prima dei quali avevo appena visto una retrospettiva assieme a Francesca in un cinema d’essai a Roma.
Daniela annuì silenziosamente.
Volevo però capire il motivo per cui voleva coinvolgere Francesca
“Mi spieghi perché vuoi parlare con Francesca?” le chiesi. “Cosa devi chiederle? Cosa hai in mente?”
“Ho bisogno di aiuto. Se vuoi sopravvivere anche tu, dobbiamo stare dalla stessa parte. E tua moglie potrebbe essere di grande aiuto.”
“In che senso?”
“Ho bisogno del suo charme e della sua bellezza per distrarre le bestie mentre io mi gestisco l’Onorevole sottosegretario.” mi rispose.
“E sai cosa intendo” aggiunse.
“Distrarre in che senso, scusa?” le chiesi.
“Se stesse con me allo stand mentre ci sono le bestie, sarebbe poi facile per me allontanarmi e fare quel che devo fare. Anzi, tocca a noi fare quel che dobbiamo fare. E lei tiene a bada i tre, visto che comunque, non si permetterebbero mai di fare nulla con lei in tua presenza o sapendo che comunque sei dietro l’angolo. Sono bestie, ma vigliacchi” concluse.
“Scusa, ma io che c’entro?” chiesi incuriosito.
“Dovrai aiutarmi con la segretaria dell’Onorevole. Non vorrai che io ce l’abbia in mezzo ai piedi mentre…” e fece un verso eloquente con il viso e con le mani.
“Ok, ma non pensare che mi vado a scopare una mai vista e conosciuta per farti un piacere. Non me ne può fregare di meno del sottosegretario e della sua assistente, in questo momento” dissi un po’ piccato.
“A parte che ti piacerebbe, perché l’assistente è stata Miss Cinema qualcosa nel 1980 ed è una splendida ragazza, e poi non devi scoparti nessuno. Basta che la inviti a pranzo, che me la distrai. E qui serve Francesca, col fatto che è un chirurgo estetico, andiamo a dama!” spiegò.

Iniziavo a farmi un quadro un po’ più ampio della situazione. I dettagli ancora mi sfuggivano, ma una cosa era certa: Daniela era una donna molto pericolosa, ed il Boss aveva commesso un grave errore a sottovalutarla.
“Mai sottovalutare la donna che hai tradito: al momento opportuno, ti farà passare la sete con l’osso del prosciutto” recitava il mio Nostromo di bordo quando da giovane guardiamarina prestavo servizio a bordo di Nave Lupo. E l’osso del prosciutto di Daniela era grosso, nodoso e molto, molto salato.

Capii che dovevo assecondarla ed aiutarla, se possibile.
Francesca mi avrebbe supportato, di certo. Ma non so come avrebbe preso la cosa. Sapere di essere usati per scopi non del tutto edificanti non fa mai piacere. E soprattutto, essere appena entrati nel secondo mese di gravidanza non facilita le cose, né fisicamente né tantomeno psicologicamente. Decisi pertanto di far spendere tempo e risorse a Daniela. Che ci pensasse lei.
“Daniela, Francesca la coinvolgi tu. Chiamala tu, parlaci, invitala a pranzo, a cena, al the, fai quel che ti pare.”
“Quel che mi pare?” mi chiese alzando un sopracciglio.
“Beh, nei limiti della decenza e del fatto che comunque è mia moglie!” risposi un po’ imbarazzato.
“Allora ci penso io. Ora dove sta?” mi chiese.
“Immagino stia in clinica. Oggi aveva due interventi come prima assistente del Professore. Mi ha detto che uno era una plastica per quell’attrice inglese, l’altro un’addominoplastica per la moglie del Senatore” le risposi. “Però credo che all’ora di pranzo sia libera. Se vuoi, chiama il centralino della clinica e chiedi di lei. Dì che sei la mia segretaria e che la stai cercando per conto mio, poi ci parli tu” le suggerii.

Daniela seguì il mio suggerimento e contattò Francesca all’ora di pranzo. Usò il mio telefono e chiamò di fronte a me.
“Francesca buongiorno, sono Daniela, la segretaria di Paolo, ti ricordi di me?” le disse.
“Certo Daniela, mi ricordo perfettamente. Quella sera al locale per la festa dello scorso Natale, giusto?” rispose mia moglie.
“Si, esatto. Pensa che ricordo perfettamente il tuo stupendo tubino nero di Versace. Solo tu potevi permettertelo, con quel corpo da favola che ti ritrovi” le disse.
“Cara mia, se c’è qualcuna che non ha bisogno dei miei servigi sei proprio tu!” le rispose Francesca.
“Senti, Franci, avrei bisogno di parlarti, avrei necessità del tuo aiuto. Per questo vorrei invitarti stasera a cena, in modo che ti spiego tutto. Magari facciamo venire anche Paolo” le disse con tono più serio.
“E che genere di aiuto ti serve? Non mi dire di chirurgia estetica perché non riuscirai mai a convincermi di usare il bisturi su di te!” ribatté mia moglie.
“No, no. Niente chirurgia, anche se un pensierino per rifarmi le tette ce lo avrei! Ma le voglio come le tue! Diciamo che mi servono il tuo savoir faire, la tua bellezza e la tua fama. E la tua testa, ovviamente. Ma ti spiego tutto stasera. Dimmi di si!”
“Mah, Daniela, non saprei. Devo sentire Paolo, e sinceramente non mi sento molto bene in questi giorni. Non riesco a mangiare, sono spossata e ho continue nausee!”
“Non sarai incinta? No, vero?”
“Senti Daniela, non so se ce la faccio. Ti prometto che ci proverò. Ora mi sento con Paolo e poi ti dico” concluse.
Vidi Daniela che stava per dire che ero lì, presente, e mi misi un dito davanti alla bocca per tacitarla. Non volevo proprio che Francesca sapesse che avevo assistito alla chiamata, perché mi avrebbe sicuramente accusato di averla messa in difficoltà, soprattutto con la storia della gravidanza.
“Va bene Francesca. Allora aspetto una tua chiamata. Vuoi che ti passo Paolo?” le disse con un tono molto più professionale e distaccato.
“No, grazie, non ti preoccupare. Finisco il frullato e poi lo chiamo. Tanto tra un po’ devo rientrare in sala operatoria per l’altro intervento” aggiunse. “Paolo lo chiamo io, tranquilla. Ti faccio sapere, allora. A più tardi!” e chiuse la chiamata.
“Che ne pensi?” mi chiese Daniela.
“Sinceramente non mi è sembrata interessata. Credo che dovrai spiegarle per bene come stanno le cose” le risposi. “Dove vuoi andare a cena, questa volta? Spero non alla Svizzerotta!” insinuai.
“No, stasera vi invito a casa mia. Senza problemi, ho la donna che può preparare la cena. Tanto sarà una cosa molto informale, se Francesca accetta”.
“Perché non glielo hai detto? Magari era più facile per lei accettare!”
“Non so, non mi è venuto in mente. Diglielo tu quando la senti. Poi mi dici. Ora vado giù a finire di controllare che sia tutto a posto” concluse alzandosi dalla poltroncina di fronte a me.
“Mi raccomando!” mi disse uscendo dalla mia stanza.

Squillò il telefono, presi la cornetta e risposi. Era Francesca.
“Ciao amore. Come ti senti?” chiesi.
“Potrei stare meglio. Oggi le nausee sono state più forti. Ho paura che qualcuno se ne accorga e mi chieda qualcosa. Lo sai che mi si è già ingrossato il seno? Ho il reggiseno che mi tira da morire. Mi sa che vado a togliermelo. Mi dà veramente fastidio! Tu come stai?”
“Preoccupato per te!”
“Per me? E per cosa? Lo hai detto tu: è solo una gravidanza, e se fosse stata una situazione così problematica, il genere umano non sarebbe sopravvissuto e non sarebbe cresciuto così tanto in numero!” mi rispose, riprendendo la mia obiezione del giorno prima.
“Io non sono preoccupato per la gravidanza, ma per il tuo equilibrio psicofisico. Ieri mi hai impressionato. Per fortuna che alla fine sei tornata la mia Francesca. Non mi hai mai parlato di Dede. Come mai, piuttosto?” la sfrucugliai.
“Per un po’ vorrei stare lontana da Domitilla. Diciamo che non mi è piaciuta come ha preso la mia gravidanza. Prima «Che bello sarò zia» poi «Eh però ingrasserai, dovrai stare attenta! Io voglio la mia amichetta bona!». Ti dirò, mi ha fatto proprio incazzare” mi spiegò.
Non ho mai capito come facesse Adriano a stare con una moglie schizzata come Dede.

“Dimmi, avrei un po’ da fare”. Volevo che fosse lei a raccontarmi la telefonata di Daniela, anche se ero assurdamente curioso di come fosse andata la loro conversazione e ansioso di sapere cosa le avesse raccontato.
“Mi ha chiamato Daniela” iniziò.
“Daniela? Chi? La nostra segretaria?” le chiesi con tono incredulo.
“Si, lei” mi rispose.
“E cosa voleva da te? Un appuntamento con il Prof?”
“No, no, solo parlarmi di un problema che ha e per cui mi avrebbe chiesto di aiutarla. Ne sai nulla tu?” mi chiese a sua volta.
“Non ho idea di cosa stia parlando” mentii spudoratamente.
“Strano, perché mi ha detto che tu sapevi tutto!”. Eccaallà. Primo check: fail.
“Fra, se mi chiedi di sapere che cosa ti ha detto Daniela, posso solo fare l’indovino. In questo momento ha necessità di concentrarsi sull’organizzazione del convegno a cui sto lavorando da quindici giorni e sulla gestione di tutta una serie di attività… diciamo…collaterali” e chiusi lì, evitando di proseguire ma sapendo che avrei dovuto fornire delle spiegazioni.
“A me ha detto che mi avrebbe spiegato stasera ma che avrebbe bisogno del mio savoir faire e della mia bellezza. A me pare un po’ dissociata”.
“Per quanto concerne stasera, si, lo so. Mi ha chiamato prima per ringraziarmi di averle dato il tuo numero e che stasera ci aspetta a cena a casa sua. Il resto posso solo immaginarlo.”
“E cioè?”
“Che vorrà proporti di aiutarla nell’organizzazione della parte conviviale, il ricevimento, l’intrattenimento di certi politici, insomma, hai capito, no?” la buttai lì, cercando di dire senza dire.
“Paolo, o mi spieghi o non mi ti filo per niente e stasera da Daniela ci vai tu, da solo, ma poi non rientrare in casa, eh?” mi rispose seccamente.
“Fra, ho capito che c’è un po’ di bufera qui in azienda ed io ci sono coinvolto in qualche modo, soprattutto perché c’è una cordata di gente che mira a far fuori Michele e Antonio e, ovviamente, anche me che sono un loro uomo, in un certo senso. E tutto dipenderà dal successo di un certo evento, un convegno che si terrà la prossima settimana a Cesena ad una mostra di macchine agricole. Noi siamo lì con uno stand ma, soprattutto, con una mia idea che dovrebbe essere illustrata in questo convegno alla ricerca di un supporto politico. Però le cose non sono facili come te le sto raccontando. Noi abbiamo molti nemici e pochi amici in ambito politico, nel settore dell’agricoltura tutto è in mano alla concorrenza, per cui qualsiasi nostra iniziativa è vista come una invasione di campo inaccettabile. Inoltre, qualcuno che proviene da altre aziende è stato assunto da poco qui per portare buone influenze su certa parte politica, ma questi stanno giocando molto sporco con noi e dobbiamo capire come difenderci” cercai di spiegarle.
“Scusa, ma non posso raccontarti tutto, almeno non per telefono e non da qui” le dissi cercando di chiudere il discorso. Non so perché, ma in quel momento guardai l’apparecchio e mi ricordai delle targhette che erano attaccate ai telefoni al Ministero della Marina: “Il telefono è uno strumento di comunicazione non sicuro”, un modo burocratico per dire “Taci che il nemico t’ascolta”.
“Allora, Fra, ti passo a prendere a casa alle sette. Ce la fai? Non serve che ti vesti in maniera particolare: è una cena informale e saremo solo noi tre” le dissi sperando di prevenire il classico «Che mi metto?».
“Dove abita Daniela?” chiese.
“Di preciso non lo so, mi pare dalle parti dell’EUR, a te non ha detto nulla?”
“No, nulla. Allora, visto che l’Eur è dalla parte opposta, passo a prenderti io alle sette in ufficio, tanto da Monte Mario a Prati è un attimo e io posso farmi la doccia e cambiarmi qui in clinica, ho tutto, lo sai!” mi spiegò.
“In effetti è una buona idea. Io sono in motorino, magari ci fermiamo al ritorno per riprenderlo” le ricordai.
“Ok. Giurami che se sai qualcosa di più mi chiami. Soprattutto se vieni a sapere che non saremo da soli. Non mi va di farmi vedere vestita normale da altri”
Che palle! Possibile che le donne avessero solo questo pensiero?
“Ok amore, ti faccio sapere. A dopo” e chiusi la chiamata.

Mi dedicai a chiudere le attività ed a controllare che il materiale da spedire fosse tutto pronto, poi chiamai Daniela.

“Daniela, ricordati che quando viene il trasportatore voglio essere presente anch’io. Voglio controllare che la roba sia perfettamente stivata ed assicurarmi che non si possa rompere né prendere scossoni. I dischi fissi sono delicatissimi e anche se parcheggio le testine, il rischio che un urto me li possa rompere è alto” le dissi.
“Poi, per stasera come rimaniamo? A che ora dobbiamo venire Francesca ed io?”
“Direi per le otto e mezza, o anche alle otto, se vuoi. Prima non credo di farcela” mi rispose.
“No, no, prima delle otto è impossibile. Francesca ha detto che mi passa a prendere per le sette, ma conoscendo i suoi tempi e come gestiscono gli appuntamenti i medici., dubito che potremo essere lì prima delle otto, otto e un quarto”.
“Per me va benissimo!”
“Piuttosto, non mi ha dato l’indirizzo. Non so dove abiti, non conosco casa tua” le aggiunsi.
“Sono a viale della Musica, al numero 20. Viale della Musica è quella strada che parte da via Laurentina all’altezza del distributore Agip e arriva a Via dell’Arte di fronte al palazzo dei Congressi” mi spiegò per telefono. “Il numero 20 è sulla destra venendo dal Palazzo dei Congressi” completò l’informazione.
“Ok. A più tardi lì” ringraziai ed attaccai.
Richiamai in clinica mia moglie, attesi che me la passassero e mi rispose dopo pochissimo.
“Stavo per andare a prepararmi per l’intervento. Vado un po’ di fretta. Dimmi” mi rispose concitata.
“Volevo dirti un paio di cose. La prima è che l’appuntamento a cena è per le otto, otto e un quarto all’Eur, in pratica al laghetto. Mi fermo da Costantini a prendere una bottiglia di vino o una di prosecco?” le chiesi.
“Ma non so, prendi il prosecco, ma solo se è freddo. Se no prendi del rosso, si beve a temperatura ambiente. Scegli tu. Ovviamente non hai chiesto cosa c’è da mangiare, immagino!”
“Ovvio che no. Ok. Prendo del rosso non troppo corposo.”
“E la seconda?”
“La seconda? Che ti amo!”
“Io pure, e lo sai. Se fossi qui, te lo dimostrerei, tu sai come” mi sussurrò
“Anch’io avrei una mezza idea su come dimostrartelo!” le rispondo, intendendo chiaramente quale sia la mezza idea. “Ti aspetto più tardi qui” le dissi.

Dopo un po’ mi recai in enoteca a Piazza Cavour e, consigliato da Costantini in persona, presi due bottiglie di Negroamaro di una cantina a me sconosciuta ma di garantita bontà e qualità. “Vino da donne, dotto’. Si lasci servire!” mi disse mentre incartava le bottiglie e mi dava il resto di una banconota da 50.000 lire.
Presi la busta e mi recai di nuovo in ufficio. Avevo da controllare ancora un paio di cosette sulla presentazione perché, si sa, sicuramente c’è sempre qualcosa che non hai verificato che, al momento meno opportuno, provocherà un problema. Si, perché le leggi di Murphy, soprattutto la terza «se c’è una possibilità che varie cose vadano male, quella che può arrecare il danno maggiore sarà la prima a farlo» sono sempre lì a ricordare come, per quanto ci si sforzi di pensare a come evitare i problemi, esiste sempre qualcosa di non preventivato che “ti manda in vacca la festa”.

Verso le cinque del pomeriggio feci una chiamata in clinica da Francesca. Mi rispose la caposala del reparto che mi disse: “la dottoressa sta per terminare l’intervento; entro una mezz’ora sarà fuori dalla sala operatoria e la faccio richiamare. Lei è il marito no?”.
“Si sono il marito. Usi la cortesia di farmi richiamare. Sono in ufficio al mio diretto” le risposi. Immaginai il viso arcigno di una vecchia infermiera che faceva smorfie al telefono al mio indirizzo, reo di aver osato disturbare la dottoressa, per quanto mia moglie. Immaginai che non sapeva della prossima maternità, perché altrimenti un cenno di complimento lo avrebbe fatto.
Le chiesi io, invece: “Ma mia moglie sta bene? Intendo, lei sa se ha avuto problemi?”
“Che tipo di problemi, scusi?”
“Mah, problemi di stomaco, di digestione” dissi senza voler far intendere nulla.
“No, non mi pare, almeno non da quando sono di turno io. Anzi, se mi permette, ho visto sua moglie in ottima forma, quasi radiosa. Forse ha preso mezzo chilo di peso che le sta benissimo!” aggiunse.
Ringraziai e la pregai di farmi richiamare.

Decisi all’improvviso di raggiungere Francesca in clinica.
Richiamai immediatamente e chiesi questa volta direttamente della caposala. Questa volta il suo tono fu un po’ più conciliante.
“Potrebbe invece dire a mia moglie che… anzi, mi aiuti. Vorrei farle una sorpresa. Esco ora dall’ufficio e vengo lì in clinica. Lei la trattenga con una scusa e la faccia aspettare. Tanto io sono in Prati e entro venti minuti sono lì, giusto il tempo di arrivare a Piazza Cavour a prendere il tassì” e così feci.
Presi di corsa tutta la mia roba e corsi fino al parcheggio dei tassì. Per fortuna ce ne erano tre in attesa. Salii sul primo e gli detti l’indirizzo.
“Per favore, in fretta. Ce la facciamo ad arrivare in un quarto d’ora?” gli chiesi.
Dottò, stia tranquillo, non lo famo nasce prima che lei sia lì. Volo!” mi rispose. Aveva immaginato che stessi andando al parto di mia moglie. In effetti, la clinica era molto famosa per l’ostetricia, meno per la chirurgia estetica.
Dottò, pe’ nna’ de corsa dovemo fa’ la direttissima. Si nun me vomita in machina, famo in un lampo.
Per i non romani, la direttissima era il nomignolo affibbiato alla strada che scalava Monte Mario da Piazzale Clodio, tutta curve a raggio variabile che stringevano all’improvviso, spesso portandoti a sbattere contro i muretti o i guardrail, e con un asfalto liscio che bastava un po’ di pioggia per diventare scivoloso quanto il ghiaccio.
“Ok, ma facciamo presto, per favore!” gli risposi, per nulla preoccupato.

Corse come un pazzo raggiungendo Piazzale Clodio da Via della Giuliana, bruciando almeno tre semafori rossi. Non contento, fece una svolta proibita a sinistra per imboccare la famigerata Via dei Cavalieri di Vittorio Veneto, per l’appunto, la direttissima, che percorse come un forsennato sbandando a destra e a sinistra. Quando arrivammo in cima alla salita, passò con il rosso il semaforo all’incrocio con la Trionfale nella quale si immise andando a tavoletta. Fortunatamente, la clinica era lì a pochi metri. Si fermò con gran stridore di gomme davanti all’ingresso “So’ venticinquemila, dotto’”. Tirai fuori dalla tasca la molla ferma soldi e gli passai tre banconote da dieci. “Il resto mancia, no? Grazie dotto’”. ‘Tacci sua, un’altra curva e vomitavo sul serio. Credevo di avere in viso un colorito giallo più intenso di quello del tassì.

Entrai in clinica con la busta delle bottiglie in mano, mi avvicinai alla reception e chiesi di mia moglie. Una cortese signorina con la cuffia da telefonista mi chiese chi la cercasse e le risposi “Il marito”. Lei molto gentilmente chiamò il reparto, si mise in contatto con la capo sala e mi disse poi di raggiungere il reparto stesso.
“La caposala l’aspetta” mi disse.
Mi recai all’ascensore, premetti il piano e attesi che si fermasse al giusto pianerottolo. Uscii e proprio di fronte all’ingresso c’era la stanza della caposala. Bussai alla porta e dissi: “Sono il marito della dott.ssa Francesca” ma non feci in tempo a terminare che la caposala, contrariamente alla mia immaginazione persona molto gradevole e gentile, mi fece accomodare e mi disse: “Lei è molto fortunato, sa? Sua moglie è molto forte, ma non mi frega. E le nausee in gravidanza possono essere veramente fastidiose!” mi sussurrò.
Sbiancai. Ero certo che Francesca non volesse far sapere del suo stato: nelle sue condizioni, la gravidanza avrebbe potuto significare notevoli problemi lavorativi, soprattutto tra medici, ove il maschilismo era imperante.
“Mah, per favore, eviti di dirlo in giro!” le risposi a bassa voce.
“Ma non c’è bisogno di dirlo. La dottoressa al termine dell’intervento, mentre si stava cambiando, è svenuta. Per fortuna c’era la ferrista accanto a lei, che mi ha chiamato immediatamente. Tranquillo, sta benissimo. Solo uno svenimento da fame. Ha confessato di non mangiare da quasi una settimana a causa delle nausee, ed era molto debole. Le abbiamo dato acqua e zucchero e misurato la pressione. Ora sta benissimo, ma mi raccomando, non la faccia strapazzare! Noi ci teniamo, è la nostra mascotte. E poi, secondo noi è più brava del Prof. Ha veramente le mani d’oro. Lo sa che già qualcuno inizia a chiedere di essere operata direttamente da lei? Dicono che le sue cicatrici sono quasi invisibili!” aggiunse.

Ero molto orgoglioso di mia moglie, ma non vedevo l’ora di abbracciarla.
“Posso vederla?” chiesi timidamente.
“Certo, ma ora credo si stia facendo la doccia. Sua moglie non sa che lei sta qui, ma sono contenta che lei sia venuto, così potrà portarla lei via da qui, magari a mangiare qualcosa. Mi raccomando, la faccia mangiare. E dica a sua moglie di chiamarmi per qualsiasi cosa: io, prima di tutto, sono un’ostetrica. E so già che vostra figlia sarà femmina. E io c’azzecco sempre!” concluse.
“Lo sa che me lo sentivo? Io glie l’ho detto già sabato, che mi sentivo che sarà femmina!” risposi, entusiasta della notizia e contento per aver trovato una brava persona che si sarebbe comunque presa cura di Francesca durante la gravidanza.
“Ora, dottore, si metta lì in sala d’attesa. La chiamo io quando sua moglie esce dalla doccia e potrà andare a farle una sorpresa” mi disse indicandomi la stanza accanto a quella di fronte, ove entrai e mi misi a sedere.

Tempo qualche minuto, la caposala mi chiamò e mi fece strada verso lo spogliatoio dei medici ove trovai mia moglie in procinto di vestirsi, ancora con il telo attorno al corpo e l’asciugamano a mo’ di turbante in testa.
“Ciao amore!” e corsi a baciarla.
Lei fu sorpresa di vedermi, glielo lessi negli occhi ma, soprattutto, non si scompose quando per abbracciarmi le cadde il telo a terra lasciandola totalmente nuda. Mi chinai a raccoglierglielo e glielo rimisi attorno al corpo per salvare un minimo le apparenze.
La ribaciai di nuovo e le dissi “Non riuscivo ad aspettarti in ufficio, così ho preso un tassì e sono venuto da te. Contenta?”
La sua risposta fu un altro bacio sulla mia bocca. Le sue labbra erano morbidissime e avrei voluto mangiargliele, ma già l’erezione premeva contro i pantaloni e contro il suo pube e non era assolutamente né il luogo né il momento. Anche Francesca se ne accorse e mi disse in un orecchio “Se non sapessi che tra un po’ arrivano dei colleghi, ti spoglierei e ti scoperei per un paio d’ore, qui e subito anzi, come piace a te, hic et nunc” mentre con la mano mi accarezzava il basso ventre.

Mi staccai da lei a fatica mentre ammiravo il suo vestirello. Infilò con calma un perizoma, poi le calze autoreggenti, le scarpe con il tacco alto ed infine, un vestito di tessuto leggero a fiori a chemisier strizzato in vita da una cinta. Si sciolse il turbante, prese la spazzola e si spazzolò i capelli lunghi fino alle spalle; infine prese la trousse del trucco, si mise davanti allo specchio per abbellire l’occhio e marcare un po’ lo zigomo.

Dopo qualche minuto apparve la caposala che si rivolse a mia moglie “Francesca, mi fai la cortesia di mangiare stasera qualcosa? Prendi della pasta, della carne, possibilmente al sangue, un po’ di verdura ed anche un po’ di frutta. Se vuoi bere, limitati ad un bicchiere di vino e per favore, non fumare!” le disse.
“Me lo prometti?” aggiunse mentre le sistemava una ciocca di capelli.
Mia moglie le rispose abbracciandola e dicendole “Te lo prometto. Grazie di tutto!”
“Sappi tesoro che non dirò nulla. Per adesso, è il nostro segreto. Ma ricordati che, a prescindere dal tuo ginecologo, voglio che tu mi ascolti. Ti prego, fatti aiutare. Sei troppo bella e brava per finire nelle grinfie di un presuntuoso medico che dice ad una collega quel che deve fare. Questo è un compito da donne. Ed io, prima di essere una ostetrica, sono stata madre. Mi credi?”
“Certo che ti credo, Alessandra. E tranquilla, di te mi fido ciecamente” e le dette un bacio sulle guance per ringraziarla e salutarla.

Salutai anch’io la caposala e la ringraziai per l’aiuto. “Si ricordi” mi disse “che la salute di sua moglie e sua figlia dipendono anche da lei e da quanto le farà contente. E si ricordi anche che una donna incinta ha bisogno di coccole ed attenzioni sia a casa che a letto!” e mi fece l’occhiolino.
“Su quello non c’è rischio!” rispose mia moglie ridacchiando.
“Meglio così” ribatté Alessandra, salutandoci ed accomiatandosi.

Presi Francesca sottobraccio ed andai alla sua macchina. Le aprii la porta – cosa che raramente facevo – e la feci salire in auto; poi mi misi alla guida e ci incamminammo verso l’EUR.

Ho scatenato un mostro

Non incontrammo molto traffico ed arrivammo a destinazione qualche minuto prima delle otto.
Citofonai ugualmente “Daniela, siamo arrivati un po’ in anticipo. Se vuoi ripassiamo.”
“No, no, nessun problema. Venite alla seconda villetta entrando a sinistra, primo piano”. Ci incamminammo per il vialetto interno ammirando il giardino condominiale curato e le finiture lussuose delle costruzioni, tutto marmo e ottone tirato a lucido.
Suonammo alla porta ed immediatamente ci aprì Daniela ancora in accappatoio e con l’asciugamano in testa.
“Ma scusa, ti avevamo chiesto se non disturbavamo”
“Ma no, era appena uscita dalla doccia, e poi sono io in ritardo. Mica vi offendete se vi accolgo così. Anzi, Paolo, fai una cosa. Datemi modo di infilarmi qualcosa, pettinarmi e sono da voi. Intanto, accomodatevi di là, c’è una bottiglia in fresco ed un vassoio con i bicchieri. Ci pensi tu, Paolo? Grazie!” e sparì dietro la porta del suo boudoir.
Perplesso, presi mia moglie per un braccio e la introdussi in quel grande ambiente che era la cucina / soggiorno verso un grande bancone lungo il quale erano allineati degli sgabelli. Sul piano era appoggiato un vassoio con i bicchieri oltre a tre posti apparecchiati. Estrassi la bottiglia di prosecco dal frigo, un classico frigo all’americana a due sportelli, la aprii facendo schioccare il tappo e versai il liquido paglierino all’interno dei calici.
Dopo qualche minuto si presentò la padrona di casa vestita di un lungo caftano in tessuto fantasia morbido e semi trasparente, apparentemente molto castigato ma in realtà appena fissato in vita e totalmente aperto sui fianchi, che lasciava praticamente scoperto l’intero corpo. A contrastare l’apparente semplicità, sandali gioiello con il tacco alto ed una lunga collana di sfere di pietra lucida e di granati dai riflessi rosa, gialli, azzurri ed addirittura blu, portata a più giri, che richiamava quella con palle più grandi portata in vita.
Rimasi basito da quell’apparizione, non immaginavo che si sarebbe presentata così. Anche Francesca si stupì e rimase ad osservare a bocca aperta quella mise, decisamente poco adatta ad una cena informale a tre.

“Francesca, ti piace il mio vestito?” chiese Daniela.
“Daniela, è bellissimo. E a te sta una meraviglia. Personalmente non mi ci sentirei a mio agio, ma a quanto vedo, sembra cucito addosso a te!” rispose con diplomazia mia moglie.
Nel frattempo, girò dietro di me per recarsi al forno dal quale estrasse dei rustici e delle pizzette che erano rimaste in caldo.
“Per mettere qualcosa in bocca come aperitivo! Dobbiamo mantenere la testa lucida per il prosieguo della serata” ci disse mentre ci porgeva il vassoio pieno di stuzzicanti involtini ai würstel, alle creme di formaggio ed al prosciutto e di pizzette rosse di pasta frolla.
Presi il vassoio e lo presentai a Francesca e poi a Daniela, poggiandolo quindi sul tavolo. Levai quindi il calice indicando un punto sopra la testa della padrona di casa e dissi “Allora, brindiamo alla serata e a quel che sarà!” intendendo la discussione che mi ripromettevo di affrontare durante e dopo cena; mi resi conto tuttavia che Daniela mi rispose con un ghigno e Francesca con uno sguardo perplesso. Stavo per correggere il tiro quando Daniela si alzò dallo sgabello e mi chiese di aiutarla con i piatti. “Paolo, per favore, passa questo a Francesca mentre prendo il vino” e mi porse un vassoio di carpaccio di manzo ricoperto di scaglie di parmigiano e di tartufo nero con foglie di rughetta. Poi si chinò per prendere dallo scalda vivande un piatto da portata pieno di patate novelle al forno. Lì mi accorsi che Daniela non portava né reggiseno né slip e rimasi stupito di questa sua audacia in presenza di mia moglie.

Aprii dietro sua richiesta la bottiglia di rosso che avevo portato e mangiammo con appetito e con piacere quei piatti così semplici e così gustosi, che completammo con un dessert, una splendida cheese-cake ai frutti di bosco. “L’ho presa alla pasticceria qui all’angolo con Via dell’Arte, sono fatti da loro ed era appena stata messa in frigo dopo la cottura” ci spiegò Daniela mentre serviva Francesca e poi me. In effetti, era particolarmente gustosa e ben realizzata. Anche Fra, di solito restia verso i dolci cremosi, la mangiò con piacere prendendone poi un altro pezzetto.

“Dai, mettiamoci comodi sui divani” ci disse alzandosi ed invitandoci ad accomodarci. Mi guidò verso il divano doppio e fece sedere Francesca nell’altro divano d’angolo, accanto a lei. Avevo modo di vedere entrambe in viso, e loro di vedere me. Ci raggiunse con tre bicchieri da liquore ed indicò le bottiglie contenute nell’incasso del tavolo che era nascosto da uno sportello a botola scorrevole.
“Paolo, forse a te fa piacere un goccio di whiskey o una grappa, serviti!” mi disse indicando una serie di bottiglie tra le quali l’Oban, il mio preferito.
“Francesca, tu cosa bevi?” chiese.
“Io nulla Daniela, sono a posto così. Domani devo operare di nuovo ed è buona cosa che mi astenga dai superalcolici” rispose con seria professionalità Francesca.
“E te Daniela cosa bevi?” le chiesi.
“Oh Paolo, grazie, prenderò anch’io un goccio di Oban, piace molto anche a me!” rispose porgendo il suo bicchiere.

“Allora, smettiamola di girare intorno” Daniela prese l’iniziativa ed affrontò il discorso.
“Il motivo per cui ci troviamo qui ed ho chiesto a Paolo di poterti vedere è molto semplice. Ho bisogno di aiuto per una questione di lavoro che sta molto a cuore a me ed a Paolo, e che potrebbe diventare un problema letale per entrambi.”
“Addirittura letale, Daniè! Non esageriamo!” la interruppi temendo che Francesca potesse a sua volta preoccuparsi.
“Paolo, non so se ti è chiaro, ma se non riusciamo a portare il Presidente dalla nostra parte, per me è finita e per te subito dopo!” ribadì con forza.
“Mi spiegate di cosa si tratta?” chiese mia moglie.
“Francesca, per farti capire devo spiegarti il mio ruolo in Azienda. Non so se Paolo te lo ha detto, ma io sono l’amante del Boss” disse senza mezzi termini.
“Non sono stata assunta per questo, ma diciamo che avevo conosciuto alcuni altissimi dirigenti della società madre della nostra quando ero una libera professionista…del sesso!” disse con grande semplicità e naturalezza.
“Si Francesca, io sono una escort. O meglio, ero una escort fino a quando il Boss non mi ha conosciuta, mi ha scopata e mi ha fatto entrare in azienda con la promessa che avrei fatto sesso solo con lui ogni qual volta ne avesse avuto voglia, in cambio di uno stipendio da dirigente ed una posizione di assistente personale dell’Amministratore delegato. Prima facevo la escort part-time per pagarmi quei vizietti che non riuscivo a soddisfare con lo stipendio da addetta alle poste”.
“Poi, qualcuno dei miei clienti parlò al Boss di me e lui mi ingaggiò per una notte a Milano. Ricordo che presi il suo stesso aereo senza saperlo, perché ci incontrammo in albergo scendendo uno dietro l’altro dai rispettivi taxi. Fu una notte molto …movimentata, in un certo senso, che significò per me un futuro meno triste e meno pericoloso.”
“Ma dopo qualche mese di dedizione totale e quasi schiavitù sessuale, successe un fatto che mi provocò un grande fastidio. Mi chiese di andare a letto con un tizio di un Ministero, un pezzo grosso del gabinetto del Ministro, e di parlargli di un certo progetto che gli stava a cuore. In un primo momento esitai, volevo tirarmi fuori, ma poi mi dissi che alla fine non era diverso da ciò che avevo fatto fino a pochi mesi prima e che, per come erano andate le cose, il Boss era solo un pezzo di merda privo di morale e che era stupido pensare a lui come un amante. Accettai ma chiesi un bonus del 5 per mille su ogni affare procacciato grazie alla mia opera. Un miliardo di contratto? Cinque milioni a me. In bianco, con contributi, al netto delle tasse.”
“Lì per lì nicchiò, poi si fece i suoi conti ed accettò, e da quel giorno divenni la risolutrice degli affari più complessi, laddove la sua capacità di irretire il burocrate di turno era insufficiente.” continuò a narrare mentre si torturava le dita evidentemente in difficoltà al ricordo dei fatti.

Io stesso non avevo mai saputo di queste storie fino a quando Daniela stessa non me lo aveva accennato pochi giorni prima. Non avevo grande stima del Boss, solo un po’ di terrore per il suo ghigno satanico che mostrava quando doveva forzare qualcuno ad accettare il suo punto di vista.

“Dovetti fare sesso pure con una deputata della DC, tutta casa e chiesa, zitella per vocazione. Fu, credo, l’esperienza peggiore della mia vita: sappiate che non si era mai depilata in nessuna parte del corpo e, a quarantacinque anni, potete immaginare cosa fossero gambe, braccia e …li sotto!” ci raccontò con una smorfia di schifo. “Per fortuna me la cavai sverginandola con un dildo che mi ero portata da casa e che le lasciai in regalo; credo lo abbia ancora anche se, forse per mio merito, ora si cura e non fa più schifo come tre anni fa. E’ come se fosse sbocciata ed infatti si accompagna ad un ragazzo che è il suo nuovo portaborse…” ci raccontò.
“Ma la cosa peggiore fu quando mi presentò a due suoi clienti siciliani, avete presente i classici mafiosi anni 60, azzimati, capelli impomatati di brillantina Linetti, scarpe lucide e pantaloni a cicca? Ecco, quel tipo lì”.

Capii subito a chi si stesse riferendo, avevo partecipato ad una riunione tecnico-commerciale per un progetto molto grosso della Regione Sicilia con la sponsorizzazione di un politico di altissimo calibro del Partito Socialista. A momenti mi alzavo e me ne andavo per lo schifo a cui dovetti assistere, trattenuto solo dal mio capo ed amico Donato che mi strattonò la mano e mi costrinse a star buono.

“Non c’era bisogno della mia presenza, lì si trattava solo di trovare il sistema di far uscire i soldi per pagare i loro servigi, eppure il Boss mi squadrò con uno sguardo cattivo quando entrai nella stanza ed i due mafiosi fecero apprezzamenti ad alta voce su di me. Ricordo che lasciai le carte che mi aveva chiesto ed uscii di corsa per andare a casa, quelle persone mi avevano messo in angoscia” raccontò con passione.
“Ma dopo solo cinque minuti mi chiamò all’interfono “Daniela, vieni subito da me” ed attaccò immediatamente. Ebbi un brivido freddo perché pensavo che mi avrebbe chiesto di fare qualcosa che il mio corpo rifiutava di fare. Entrai pertanto dentro la sua stanza ed osservai dritti negli occhi i due: avevano l’aspetto di due lupi pronti a sbranarmi.” continuò.

Immaginare Daniela nei panni di un agnello era per me molto difficile, ma la passione con cui narrava ed il disagio evidente che stava provando al ricordo mi convinsero a crederle. Francesca era quasi rapita ed intuivo che la situazione stava generando un forte senso di empatia nei confronti della mia collaboratrice.

“«Daniela, chiama la Svizzerotta e fissa un Tavolo12 per noi quattro» mi disse. Fui terrorizzata. Avevo già avuto esperienze con più uomini assieme, ma il loro sguardo famelico tradiva una voglia di violenza e di orrore che non volevo provare” narrò sottovoce.
“Provai a nicchiare, a rifiutarmi. Presi la scusa di andare a chiamare dalla mia scrivania sperando di ricevere un rifiuto ma, quasi avesse letto nei miei pensieri, mi disse «Mia cara, chiama da qui, non serve che vai in stanza tua.» Fui pertanto costretta a chiamare e a prenotare davanti a loro. Ebbi un attimo di speranza quando mi disse che era impossibile all’ora richiesta, ma fui gelata quando mi aggiunse che se avessimo tardato un’oretta sarebbe stato tutto pronto. Purtroppo nel silenzio generale la voce del maitre risuonava anche attraverso il microtelefono per cui mi fu impossibile barare.”
Si interruppe un momento ed ebbe un sussulto, quasi un brivido.
“Ebbi paura, l’idea che potessero farmi del male gratuitamente mi atterrì.”
“Arrivò l’ora di andare e chiamai un taxi per percorrere i pochi metri che ci separavano dal ristorante. A piedi ci avremmo messo solo qualche minuto, in macchina ci impiegammo quasi dieci minuti complice il maledetto traffico serale di Prati. Mi fecero sedere in mezzo a loro, sul sedile di dietro, con le loro mani che iniziarono ad accarezzare le cosce. Il Boss era seduto accanto al tassista e si era girato verso di loro per raccontare una stupida barzelletta nell’intento di distrarre l’autista. Ogni tanto gli diceva «Gira di qui! Vai là» per obbligarlo a guardare avanti e non fargli vedere che mi stavano alzando la gonna ed infilando le mani sotto!” e singhiozzò. Francesca si sporse verso di lei e le prese una mano tra le sue.
“Daniela, perché ci vuoi raccontare questo? Vedo che ti fa star male, lascia perdere!” le disse mia moglie con un tono quasi materno e protettivo.
“No, sento che devo farlo. Tranquilli, mi passa subito!” le rispose, versò un’abbondante dose di whiskey nel bicchiere e lo trangugiò. Dopo quale istante riprese il racconto.
“Quando arrivammo alla Svizzerotta, il maitre ci venne incontro e dopo aver salutato con un sorriso me ed il Boss, subito divenne scuro in volto quando vide i due picciotti entrare nel suo locale. Ma fu questione di attimi, perché subito ci fece strada verso il salottino centrale, che aveva una sorta di divano a quattro piazze ed un grande tavolo rettangolare per otto persone, apparecchiato però solo per quattro.”

“Voglio farvela breve: quella volta ebbi veramente paura. Il Boss mi consegnò a loro dicendogli «Fate di lei ciò che volete, è il vostro giocattolo stasera!». Vi dico solo che mi picchiarono, mi spaccarono il labbro, mi strinsero con cattiveria i capezzoli, mi spensero una cicca di sigaretta sulle natiche, mi violentarono in due contemporaneamente, mi spaccarono il culo entrando assieme e poi mi fecero scopare la bottiglia di magnum che il Boss aveva fatto arrivare. Uno dei due prese un coltello a serramanico e lo appoggiò al capezzolo per obbligarmi a farmi bere il piscio dell’altro. Tutte cose che non avrei disdegnato in altri frangenti e con altre persone, ma che in quella situazione con quella gente mi provocarono vomito e terrore.
Non contenti, mi obbligarono a leccare la suola delle loro scarpe con le quali avevano calpestato il mio vomito ed il loro piscio.”
“Poi se ne andarono e mi lasciarono lì, semi svenuta dopo aver ancora abusato del mio culo infilandoci una bottiglia fino in fondo. Sentii il Boss che parlava con il maître «La signora Daniela è affaticata. La lasci riposare fino all’una, poi la metta in un tassì e la faccia portare a casa. Mi spiace, i signori sono stati un po’ esuberanti ed hanno sporcato un po’. Metta una mancia extra di centomila lire ai ragazzi sul mio conto. Paghi anche il tassì e dica all’autista di accertarsi che la signora rientri in casa sua.»” e si interruppe nel racconto mentre alcune lacrime le solcavano le gote.
Francesca la abbracciò stretta e le dette un bacio sulla guancia mentre le stringeva il capo alla sua spalla. Poi, presa come da un raptus, le prese la testa tra le mani e guardandola negli occhi le disse “Erano dei veri bastardi. Tranquilla, non potrà più succedere”. Poi avvicinò le sue labbra a quelle di Daniela e la baciò sulla bocca.
Lì per lì credetti che fosse solo un gesto di profonda partecipazione a quel momento di dolore, invece in pochi istanti si trasformò in un bacio saffico, lingua contro lingua.
Rimasi basito perché non mi aspettavo proprio un comportamento così da mia moglie.
Si, c’erano state numerose occasioni nelle quali avevamo fatto sesso tra coppie e le due donne si erano scambiate effusioni varie, anche più spinte, ma negli ultimi tempi non era mai capitato, nemmeno con Dede.

Almeno così credevo.

“Ahem, scusate ragazze…” dissi visibilmente imbarazzato anche se vedere quelle due donne così belle e dannatamente sensuali, che avevano entrambe ampiamente goduto della mia virilità, mi stavano eccitando generando un inizio di erezione a mala pena contenuta dal pantalone che tirava da seduto.
“Francesca!!!” chiamai a voce più forte cercando di attrarre la sua attenzione e di scuoterla da quella sorta di trance erotica nella quale l’avevo già più volte vista entrare. Nulla.
Mi avvicinai e la toccai sulla schiena dietro la spalla proprio mentre la sua mano si infilava sotto il vestito aperto di Daniela alla ricerca del suo seno. Si girò verso di me e mi disse: “Non vedi che sono impegnata?” e si ributtò tra le braccia della mia segretaria a farsi mangiare la bocca.
Rimasi lì come un ebete a fissare quella scena assurda. Mille pensieri si affastellavano nella mia mente, pensavo a come uscire da quella situazione senza fare la parte del coglione da un lato e senza rischiare che Francesca venisse a sapere di quanto era successo con Daniela la settimana prima.

Poi le cose precipitarono.
Francesca si alzò in piedi, si sfilò il vestito e lo slip rimanendo nuda davanti a Daniela la quale, dal suo canto, la imitò slacciando la cintura e facendo cadere il caftano ai suoi piedi, anch’essa totalmente nuda.
Le due si studiarono con interesse lascivo, si abbracciarono di nuovo poi Daniela fece distendere mia moglie sul divano, le allargò le gambe, infilò la testa in mezzo alle cosce e si dedicò a suggerle il frutto carnoso e già lucido di umori. Francesca prese la testa e la accompagnò al suo pube tenendola stretta a lei mentre Daniela la leccava dentro e fuori.

Avrei voluto partecipare a quel gioco, ma non riuscii a trovare le forze per entrarvi.
Mi misi seduto su una poltrona in disparte, in attesa che la loro bramosia lasciasse il posto ad un minimo di raziocinio.
Mentre quello spettacolo di sesso andava avanti, per la prima volta mi trovai a pensare a quel che era successo negli ultimi tempi, dopo sposati. E ricordai una per una le storie che mi erano arrivate all’orecchio su Francesca e Dede, che erano state viste in coppia di frequente nei locali più prestigiosi della città. Non volevo credere che mia moglie fosse lesbica, cazzo, aveva appena saputo di essere incinta e di aspettare un figlio!
Nessuno mi aveva mai sussurrato di avventure con altri uomini anche se correva voce che una volta la sua amica fosse state riaccompagnate a casa da un famoso attore noto per i suoi attributi virili più che per le doti di recitazione, e sapevo che mia moglie era stata assieme a lei alla stessa festa.
Sapevo che le storie di sesso che avevamo avuto in Grecia erano state la chiave di volta del percorso di “erudizione sessuale” di Francesca che era tornata da quella vacanza molto cambiata.
Ma mai avrei immaginato che mia moglie avrebbe accettato un rapporto saffico con una mia conoscente davanti a me senza dirmi nulla.
Oggi, a distanza di anni, mi sembra ancora assurdo come fosse nato quel rapporto e mi stupisco per come i fatti si evolvettero in quelle settimane.

Assistetti a quelle scene con un misto di eccitazione e di sconvolgimento interiore. Lo stimolo sessuale era forte ma privo di quella carica di erotismo che da sempre aveva accompagnato il mio far sesso con Francesca, e che comunque mi aveva guidato nel tradirla con la stessa Daniela di cui stavo ammirando le evoluzioni sul corpo di mia moglie.

Poi, dopo un po’, Francesca ebbe il suo orgasmo bagnatissimo, quasi urlando, mentre Daniela la stimolava con due dita in vagina. Fu a quel punto che si ricordò di me e mi fece un cenno con il dito di raggiungerla. Mi alzai dalla poltrona mentre Daniela si ritirava un momento in bagno andandole incontro. Mia moglie si alzò, mi abbracciò e mi sussurrò all’orecchio: “Ti voglio dentro di me! Ora, qui, subito!”.

Mi schernii e mi staccai da lei con un gesto di stizza e le dissi: “Ma ti rendi conto di quel che hai fatto?”
“Ho fatto sesso con Daniela: e allora? Mi piaceva l’idea e pure a lei, mica ti ho messo le corna!” mi rispose con uno sguardo a metà tra il duro e lo strafottente. Conoscevo quello sguardo, non presagiva nulla di buono. Ogni volta era stato prodromico a grandi discussioni e litigi terminati però tutti a letto con del gran bel sesso.
“Tecnicamente si, mi hai messo le corna” ribattei
“Un ditalino da una donna non vale come corna, Paolo!” si intromise Daniela, nel frattempo rientrata in sala.
Mi si avvicinò e mi accarezzò la patta con la mano mentre prendeva sottobraccio Francesca.
“Tuo marito si è eccitato ma non ha detto nulla ed è rimasto in disparte: non credi che meriti un premio per la sua discrezione e la sua liberalità?” disse rivolgendosi con un occhiolino a mia moglie.

Scostai con decisione, quasi con violenza la mano di Daniela e mi allontanai dal divano.
Andai a passo svelto verso la porta di casa di Daniela, cercando di infilarmi al volo la giacca che avevo tolto pocanzi.
Fui bloccato dalla stessa Daniela che con voce minacciosa mi disse: “Tu non esci da quella porta. Almeno, non finché non ci avrai soddisfatto entrambe!”. Aveva usato quel tono anche quando mi aveva aggredito la domenica mattina dopo che il venerdì avevamo avuto quell’incontro alla Svizzerotta. Anche in questo caso, per un momento fui tentato di sfidarla apertamente ed andare allo scontro poi, grazie ad un momento di ritrovata lucidità, ragionai rapidamente sulla situazione che si era venuta a creare.

Mi ritornò in mente ciò che qualche tempo prima mi aveva detto Adriano in merito a Daniela: «… si fa pure le mogli, soprattutto se sono bone. Strano che non ti abbia chiesto di uscire assieme a Francesca!».
Adriano la conosceva bene, soprattutto per essere stato il suo ragazzo qualche anno prima di sposarsi.
«Quella se ti prende ti succhia come un cannolicchio e poi ti lascia svuotato!» le sue parole ancora mi risuonavano in testa.

«Ora torna dalla tua mogliettina e fai quello che ti chiede, anzi, scopala per bene pensando che ci sia io al posto suo, sono certo che riuscirai a farla godere come hai fatto godere me. E chissà che la prossima volta non andiamo a cena assieme tutti e tre, magari con un bel Tavolo12!». Mi tornarono immediatamente in mente le parole minacciose di Daniela prima che riuscissi, grazie al precipitare degli eventi, a rintuzzare il suo attacco.
Ma la minaccia era sempre valida, anche se Francesca sembrava al momento più interessata a Daniela ed alla sua ostrica che al mio cannolicchio.

Decisi di ingoiare tutto il mio orgoglio e di dichiarare forfait.
Annuii pertanto a Daniela, chinai la testa, mi sfilai la giacca e mi recai all’angolo bar del tavolino in salotto ove presi un bicchiere e vi versai una robusta dose di Jack Daniel’s assieme ad un paio di cubetti di ghiaccio. Per quanto quello non fosse un vero bourbon, non riuscivo a berlo liscio e lo annacquai “on the rocks”. Mi misi seduto sulla poltrona di fronte al divano su cui giaceva nuda mia moglie e fui avvicinato alle spalle da Daniela che infilò le mani nella mia camicia accarezzandomi il torace e passando le unghie sui capezzoli che, bastardi!, reagirono rizzandosi animati da un’autonoma volontà.
Sempre da dietro, mentre appoggiava il suo seno alle mie spalle, con una mano mi slacciò la camicia e con l’altra aprì prima la fibbia della cintura, poi slacciò il cintino e quindi abbassò la zip della patta. Liberatomi dalla camicia, infilò l’altra mano dentro i pantaloni abbassandomeli fino a mezza coscia mettendo in bella mostra il mio membro di fatto in aperta insurrezione al mio volere, visto che era afflitto da una quasi dolorosa erezione.
“Francesca, posso?” chiese Daniela a mia moglie mentre scorreva con una mano lungo l’asta e con l’altra mi stava strizzando le palle.
Francesca annuì, allargò le gambe ed iniziò ad accarezzarsi il sesso.
Daniela girò attorno alla poltrona, si mise in ginocchio davanti a me, si chinò e mi prese in bocca fino alla radice in un sol colpo. Iniziò quindi a scoparmi lentamente con la bocca, arrivando a prendermi tutto fino alla radice del pene quasi soffocando e reprimendo qualche conato.
Francesca mi stava guardando con aria quasi disinteressata, quindi si alzò e si mise accanto a Daniela, anch’essa in ginocchio ai miei piedi. Le prese la testa e la spinse su e giù per qualche istante.
La mia segretaria risollevò il capo, si sfilò il cazzo dalla gola e lo tirò fuori luccicante di una densa secrezione mucosa che colava lungo l’asta formando una pozzetta nella fossetta pubica.
Francesca si avvicinò a sua volta al mio pisello e, prendendolo con una mano iniziò a masturbarlo mentre leccava la cappella e percorreva l’asta con la lingua. Poi si volse verso Daniela cercando la sua bocca e la baciò. Daniela restituì il bacio mentre la sua mano sinistra si insinuava tra i miei glutei alla ricerca del mio sfintere.
“Direi che è pronto, non credi?” disse Daniela a Francesca la quale annuì.
“Tuo marito ha proprio un gran bel cazzo. Fammi riempire il culo da lui, me lo permetti?” le chiese.
“Si, purché tu non lo faccia venire. Lo voglio anch’io!”.

La mia segretaria si mise a cavalcioni dandomi le spalle, si umettò lo sfintere con un po’ di saliva e si posizionò con l’ano proprio sopra il mio glande. Francesca l’aiutò tenendomi l’uccello dritto dalla radice mentre la sua “partner per una sera” cercava con un po’ di fatica ad impalarsi.
Preso da un senso di rivalsa e stimolato da due diversi tocchi, prima applicai una pressione costante che dilatò il buchetto, poi detti un colpo di reni ed entrai con tutta la cappella e parte dell’asta dentro di lei, provocandole un verso di dolore. Insensibile alle sue sensazioni, iniziai a pompare con decisione dentro di lei, generando presto una forte eccitazione. Francesca si era chinata sul suo sesso e ne suggeva il bocciolo mentre le infilava ritmicamente un paio di dita dentro la vagina alla ricerca del suo punto G. In poco tempo Daniela passò da uno stato di lieve sofferenza a quello di profonda eccitazione ed intenso piacere.
Ebbe un paio di orgasmi a brevissima distanza, uno dei quali mi sputò fuori dal suo culo che nel frattempo era diventato molto accogliente.

“Ecco, ora tocca a me!” disse Francesca approfittando del fatto che ero uscito.
Si mise anch’essa in ginocchio sulla poltrona, a cavalcioni delle mie cosce, ma di fronte a me. MI abbracciò con entrambe le braccia e cercò la mia bocca, mentre tra un bacio e l’altro mi sussurrava “Prendimi, ti voglio!”. Fu Daniela che decise per me e per lei. Prese in bocca il mio cazzo, lo leccò per bene e lo bagnò. Poi allargò i glutei di mia moglie, le scoprì il suo sfintere e lo leccò infilandole la lingua dentro e bagnandolo abbondantemente. Poi, mentre Francesca si strusciava il sesso sulla mia pancia, la segretaria prese il mio uccello e lo guidò nel culo di mia moglie.
Francesca si sforzò di accogliermi cercando di dilatarsi al massimo ma io non volevo approfittare, pensando di poterle fare del male senza un’adeguata preparazione, anche se ormai il sesso anale era per noi una pratica sdoganata e di frequente godimento.
Poi, tutto ad un tratto, l’anello di muscoli cedette rilassandosi ed io mi trovai dentro fino a quasi la radice, provocandole un verso di piacere intenso.
Iniziammo a muoverci in sincrono, io spingevo e lei si calava su di me, io mi tiravo indietro e lei si sollevava un po’, mentre il suo seno, un po’ più teso degli altri giorni, strusciava contro il mio petto.
Daniela decise di partecipare attivamente. Dapprima infilò la mano tra me e Francesca cercando di stimolarle il clitoride poi, visto che mia moglie preferiva il contatto con il mio pube, girò attorno alla poltrona e si intromise con il volto tra noi due ed iniziò un roteare di lingue, io che cercavo quella di Fra, Daniela che si alternava tra me e lei, Francesca che le rispondeva colpo su colpo.
Quindi prese la mia mano e se la portò all’inguine facendomi sentire quanto era bagnata. Le infilai prima uno, poi due dita in vagina ritirandole fuori fradice del suo piacere.

Venni quasi urlando, riempiendo l’intestino di mia moglie con intensi getti di cui lei sentiva le contrazioni.
Lo tirai fuori ma non feci in tempo che subito Daniela ci si buttò a capofitto nettandolo e succhiandolo fino all’ultima stilla.

Francesca rimase avvinghiata a me, continuando a strusciare il suo pube contro il mio fino a che non venne anche lei accompagnata da tremiti che la scossero violentemente.

Ci abbandonammo alla piacevole sensazione di completezza e di soddisfazione fisica. Purtroppo, come la prima testa riprese il sopravvento sulla seconda, ricomparvero i dubbi, le incertezze, le domande senza risposta.
Era stato un caso? Perché Francesca, per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, aveva in un certo senso preso l’iniziativa in un rapporto saffico?
Perché stava scivolando verso clivi in territori a me ostili e comunque inesplorati? E poi, soprattutto in quel momento, con la gravidanza appena iniziata?

Ma soprattutto: come potevo affidare il mio futuro lavorativo e della mia famiglia, in un certo senso, ad una donna – in pratica, una escort – che avrebbe dovuto pensare a come salvare una posizione quando invece pensava solo a collezionare nuove figurine da attaccare nell’album della sua collezione di scopate più o meno memorabili?

Senza proferire parola mi alzai dalla poltrona, mi tenni su con una mano i pantaloni, raccolsi la camicia e mi diressi verso il bagno.
Mi tolsi pantaloni, scarpe e calze con gesti rabbiosi e mi buttai dentro la doccia di Daniela, fregandomene del fatto che ero ospite. Cercai tra i suoi saponi profumati un qualcosa di neutro e trovai in un cassetto un panetto di sapone di Marsiglia: perfetto!
Aprii l’acqua e mi insaponai dalla testa ai piedi strofinando forte, a togliermi di dosso lo sporco, l’odore di sesso ed una sensazione di ripulsa nei confronti di mia moglie e di Daniela, quasi a purificarmi dopo un gesto di profanazione.

Rimasi sotto l’acqua per qualche minuto cercando di raccogliere le idee e di pianificare le azioni da intraprendere. Ero stato troppo succube di entrambe le donne che avevo lasciato in salone, dovevo riappropriarmi della mia vita, del mio spazio, della mia razionalità.

E soprattutto, dovevo prendere le misure al mostro che avevo scatenato anni prima in Grecia.

Colpo d’azienda

Avevo preso una decisione importante: mi sarei dovuto fidare solo di me stesso. Partendo dal concetto che in azienda ero quello che aveva più da perdere e che l’insuccesso del mio progetto sarebbe stato catastrofico per me ed in potenza per la piccola che sarebbe dovuta nascere, decisi di basarmi solo sulle mie capacità e sul mio istinto.

Donato, il mio capo, aveva la buona abitudine di arrivare alle 7:20 in ufficio.
Abitava quasi al lungotevere dei Mellini. Scendeva di casa, si fermava all’edicola all’angolo tra Via Belli e via Cesi e comprava un pacco di quotidiani: Il Messaggero, il Corriere, la Repubblica, il Corriere dello Sport, il Sole 24Ore. Poi si fermava al bar all’angolo tra via Cassiodoro e via Tacito e si faceva preparare un cappuccino con molta schiuma ed un cornetto semplice da Giovanni, il proprietario. Quindi si metteva a parlare con lui della Roma fino alle 7:15. Poi, lento pede, arrivava sempre per primo in ufficio, saliva al piano nobile e si sistemava nella sua stanza direzionale, apriva il primo giornale (rigorosamente il Corriere dello Sport e dava una scorsa ai titoli. Poi si concentrava sulla lettura delle pagine politiche dei quotidiani “seri”.
Ex democristiano di ferro, divenuto berlusconiano doc, vagheggiava un’Europa unita dal Portogallo agli Urali, dalla Finlandia alla Sicilia, «con la Libia che deve essere la nostra quarta sponda, a fermare lì le invasioni barbariche che arriveranno da sud se non agiamo per tempo. E poi c’hanno il gas ed il petrolio, che a noi serve come il pane, e tu vai a fare a schiaffi con Al Khadafi? Ma tu a quello gli devi porgere l’altra guancia, ed anche altra parte anatomica, se necessario! Ah, l’Albania rappresenta la ventunesima regione d’Italia. Mandiamo i Carabinieri di Sua Maestà, un po’ di poliziotti e qualche prefetto alla Dalla Chiesa, un bel repulisti e diventa la nostra Guangzhou.».

Era il mio mentore anche se, negli ultimi tempi, mi ero un po’allontanato anche se eravamo comunque in ottimi rapporti, perchè non dipendevo più gerarchicamente da lui, ma riportavo direttamente al Boss, all’Amministratore delegato.

Passai a trovarlo, l’indomani mattina presto, prima che il casino in ufficio rendesse impossibile una conversazione privata e riservata.
“Donato, sto in mezzo ad un mare di guai. In realtà, stiamo tutti in mezzo ai guai!” premisi.
“Avrai saputo dei tre commerciali che il Boss ha voluto portare dentro ed ai quali vuole affidare alcune funzioni, no?” gli dissi accennando il discorso che mi aveva fatto Daniela.
Donato poggiò il giornale sul tavolo, lo chiuse, tolse gli occhiali, si alzò in piedi e mi disse: “Usciamo. Andiamo a prendere un caffè in centro”. Si recò all’attaccapanni, prese la sciarpa in seta, il paltò (il paletot, come gli piaceva dire) ed il cappello.

“Aiutami!” mi disse chiedendomi di favorirlo ad infilare il braccio nella manica del cappotto. Lo indossò e, con il cappello in mano, senza aggiungere nulla, uscì dalla stanza, scese le scale davanti a me, mi attese che uscissi fuori dall’androne, mi prese sotto braccio e mi condusse verso Piazza Cavour.
“Ragazzo caro, noto con piacere e con soddisfazione che qualche mio insegnamento è stato recepito. Finalmente ti sei degnato di venire a conferire con il tuo Maestro, giovane Adso![4]” mi disse con malcelato orgoglio.
“Donato, lo so, ma hai visto che negli ultimi tempi la vita è diventata un po’ complicata per me. Il lavoro mi sta uccidendo, e tu sai benissimo perché, e la famiglia è traballante” gli spiegai.
“Quali problemi familiari ti crucciano, mio giovine pard[5]?”
“Donato, diventerò padre! Francesca ed io aspettiamo un figlio, anzi, io sono certo che sarà una figlia!”
“Ottima notizia. Meriterebbe di essere festeggiata a dovere, ma reputo disdicevole bere alcolici prima delle 18:30 della sera, oltre al vino a tavola, ovviamente. Escluse celebrazioni ufficiali, battesimi, cresime, matrimoni e promozioni, naturlich. Per questo motivo, ti invito a levare il calice questa sera, a chiusura di bottega!” concluse.
“Tutto qui?”
“No Donato, questa è la parte bella. Purtroppo ho problemi molto più grossi. E non so da che parte incominciare” gli risposi.
“Io di solito inizio dal principio. Nell’ordine soggetto, predicato, complemento. Proposizione principale, proposizioni subordinate. Dai, lo sai bene. Ho sempre affermato che a differenza di tanti giovanotti, hai una discreta padronanza della lingua italiana e sei uno dei pochissimi a cui posso pensare di affidare il compito di scrivere qualcosa che vada oltre la banale offerta di vendita in commercialese” mi blandì.
“In poche ed elette parole…” dissi chiosando un uso intercalare frequente “mia moglie è diventata lesbica, il Boss ha deciso di farci fuori tutti e tre e Daniela è una escort che fa le marchette per conto del Boss. E che si è scopata prima me e poi mia moglie. Pensi che possa bastare a definire la mia una situazione di merda o credi che debba aggiungere qualche altra sciagura?” gli risposi in maniera un po’ aggressiva.

Per la prima volta vidi Donato accusare il colpo e ponderare attentamente quanto dire. Pensai che la situazione era veramente complessa se non era capace di rispondermi al volo con una delle sue battute.

“Paolo, ti dirò tre cose. Una riguarda tua moglie, e credo che non abbia problemi a mantenerla tra noi perché non saresti stupido ad andare a dirla in giro, le altre due capirai da solo, senza necessità di mie ulteriori raccomandazioni, quanto siano delicate e riservate.” iniziò mentre, le mani dietro la schiena e lo sguardo a terra, sembrava stesse raccogliendo forza ed ispirazione.

“Francesca è una bella figliola, so da terze parti che ha un futuro da chirurgo plastico che definire roseo è riduttivo. Ha una bella testa, è molto autonoma, ha un carattere un po’ spigoloso ma è molto, molto intelligente. Ha un difetto, ahimè: è lesbica. Ti racconterò un fatto a cui non ho assistito personalmente ma che mi è stato riportato da persona degna della mia massima stima e fiducia che ho avuto l’onore di consigliare quando venne da me a chiedermi se fosse stato il caso di avvertirti su quanto aveva occasione di assistere.”
“Era il tuo ricevimento di matrimonio e tu eri con i tuoi amici e compagni di classe a festeggiare. In realtà ti stavano lanciando in aria come un fuscello, ma ipotizzo che fosse un trattamento speciale riservato a poche ed elette simpatie. La tua signora fu presa e portata in bagno delle donne dalla sua testimone, quella Domitilla un po’ cavallona, un po’ svampita, che sembra sempre o ubriaca o che ha appena assunto un paio di dosi di cocaina…”
“Ah si, parli di Dede!” lo interruppi.
“Si, lei!”
“È la migliore amica di Francesca!” ribattei.
“Si, non credo possa essere definita diversamente. Sicuramente è la migliore. Ho problemi a concordare sul termine amica, perché immagino sarebbe più opportuno definirla amante”.
Fossimo stati in un film, a questo punto ci sarebbe stato uno stacco musicale a sottolineare il colpo di scena mentre la camera inquadra il protagonista con lo sguardo sbarrato, la bocca aperta, bloccato dalla sorpresa e dal terrore di venire a conoscenza del resto.

“Caro il mio accolito, mi sento colpevole, in quanto tuo testimone di matrimonio, a non aver saputo usare tatto e diplomazia nell’avvisarti di quanto successe quella sera, ma la mia signora e padrona, che mi aveva raccontato il fatto, mi aveva fatto promettere che avrei taciuto”.
“Ora tu sai quanto io sia ligio alle promesse ed alle parole date, anche in affari, e non ho avuto pertanto motivo di dirti nulla, fino ad oggi, essendo il mio giuramento più solido di accadimenti magari imputabili ad eccessi alcolici o di altro tipo” continuò.
“E cosa ti avrebbe fatto cambiare idea, allora, scusa?” gli chiesi.
“La mia signora medesima, accompagnando la nostra figliola da un chirurgo plastico per mostrargli la cicatrice dell’intervento all’anca, si è imbattuta in tua moglie che era lì’ per un consulto, convocata dallo stesso chirurgo, ignorante del fatto che la sua collega fosse tua moglie e fosse ben conosciuta da mia moglie.” iniziò a spiegare.
“Ora, a parte la figura di merda che Teodolinda ed io abbiamo fatto con tua moglie e con te, visto che non abbiamo proprio pensato a coinvolgervi ed interpellarvi in alcun modo, quando le due sciagurate madre e figlia sono uscite dalla stanza di visita, hanno incontrato la vostra amica sciroccata Dede che però non ha avuto modo di riconoscerle” continuò.
“E allora? Non capisco!” mi intromisi.
“Porta pazienza e fammi spiegare. La tua signora è uscita immediatamente dopo di loro ed è stata salutata in maniera molto affettuosa, se mi è consentito il dire, dalla sua amica” e fece una pausa per consentirmi di metabolizzare l’informazione.
“In che senso affettuosa?” chiesi, sperando di aver capito male.
“Nel senso che lei ha abbracciato Francesca e l’ha baciata più che fraternamente sulle labbra.” rispose Donato.
“Vabbè, un bacio, se lo danno sempre un bacio sulla bocca!” cercai di mitigare il fatto e di convincere me stesso che non era nulla di che.
“Anche al ristorante, al tavolo nascosto dal separé, bocca a bocca come avresti potuto fare tu con lei se fossi stato da solo a casa sul talamo in procinto di agire «procreandi causa»?”
“E poi…non sta bene che una signora si faccia toccare le tette in pubblico!” aggiunse scuotendo la testa.

Donato mi aveva appena confermato ciò che sapevo da tempo e che avevo sempre rifiutato di accettare.
Francesca aveva una doppia vita e Dede era stata – e forse lo era ancora – la sua amante.

“Bene, il primo cazzotto da KO l’ho ricevuto: avanti con gli altri”.
“Mio giovine amico, la vita è dura, ma val sempre la pena di viverla fino in fondo. Ricordati che siamo nati per soffrire, soffriamo per vivere, moriamo avendo vissuto.”
“Si, vabbè, la tua solita filosofia stoica. A te Seneca ti fa una sega.”
“Tu sai perfettamente che Seneca di stoico aveva solo il desiderio di sopravvivere al suo ex-protegè…” alludendo al fatto che, secondo lui, non esisteva prova che Seneca fosse stato considerato veramente un filosofo dai suoi coevi, ma che abbia ottenuto la nomea solo in virtù della sua opposizione alle nefandezze di Lucio Domizio Enobarbo, poi detto Nerone.
“Vabbè… non voglio discutere di filosofia. Non adesso, almeno. Vorrei sapere che cosa ne sai di quel che sta succedendo in azienda. Sai perfettamente che quel progetto potrebbe significare miliardi di commesse da oggi in avanti per dieci anni!” gli dissi ribadendo quanto peraltro già sapeva, essendo stato uno di quelli che aveva appoggiato il mio progetto.”
“Si, lo so, Paolo. E la tua idea potrebbe generare ulteriori opportunità in tantissimi settori connessi. Quindi, sono assolutamente conscio della importanza dell’iniziativa. Quel che invece sono venuto a sapere, invece…” e qui si interruppe, si fermò, si girò verso di me e mi guardò diritto negli occhi ”…è che il tuo progetto, o meglio, il progetto dell’azienda si è scontrato con alcuni settori della politica che hanno tuttora grandissima influenza. Per meglio spiegarti, se il progetto fosse stato presentato da quella concorrente del parastato che già lavora nel settore agricolo sarebbe stato già finanziato al 100%. Tu saresti diventato un manager di quell’azienda e tutti saremmo contenti per te e per noi. Invece, la segreteria del Partito ha deciso che quel progetto potrà essere svolto solo da una società cooperativa che fa capo ad un’altra coop del ravennate.
Non mi far dire nomi, so che hai capito!” concluse.
“Quindi, è inutile che facciamo la presentazione, che ci sbattiamo, che convinciamo il capo di gabinetto… è tutta fatica sprecata!” dissi.
“Assolutamente sbagliato! Tutt’altro” intervenne con enfasi Donato.
“La tua presentazione deve, e ribadisco DEVE, andare al meglio. La stampa dovrà riportare la cosa evidenziando la genialità dell’idea. Io concederò un paio di interviste in qualità di Direttore commerciale e tu mi affiancherai come responsabile dei progetti speciali dell’Azienda. Poi, interverranno talmente tante persone che qualsiasi cosa succeda, tutti gli addetti ai lavori ricorderanno te, me e l’Azienda. A prescindere.”
“Ma noi non faremo niente, però!” ribadii.
“Non faremo nulla di pratico. Venderemo il progetto, l’idea. Anzi, regaleremo l’idea ed il know how che c’è dietro.”
“In cambio di?” chiesi.
“In cambio dell’avere mani libere su una torta ancora più grossa, di quelle che ci mangeremo tutti per vent’anni” mi rispose, e riprese a camminare.
“E allora, i tre moschettieri?”

“La nostra società cederà un ramo d’azienda nel quale saranno presenti un direttore d’area, un responsabile vendite ed un capo progetto più una serie di specialisti che già conoscono l’ambiente Agricoltura.”
“Usciamo da quel mercato, e cediamo a titolo definitivo una ventina di persone. L’unico che sarebbe rientrato nel giro ma che non passa sei tu” mi spiegò.
“Io? E cosa c’entro?” chiesi.
“C’entri perché sei tu il detentore del know-how. Ma noi abbiamo già fatto sapere che tu hai rifiutato la proposta di passare dietro la promessa della nomina a dirigente. Dovrai però passare le consegne e tutta la documentazione di analisi, idee, flussi, processi…tutto. Sarà un lavoraccio che ti porterà via almeno tre mesi. Tre mesi duri, mio caro amico, durante i quali sarai vessato e bistrattato dai tre stronzetti” mi spiegò.
“Vabbè, scusa, ma io cosa ci guadagno in tutto ciò?” gli chiesi.
“Innanzitutto, non verrai licenziato. Poi avrai un congruo aumento, diciamo che ho ottenuto per te un sostanzioso incremento sul coacervo, e la dotazione di un telefono cellulare aziendale. Poi, quando avrai finito, e sarà entrato il nuovo progetto, se avrai fatto bene il tuo lavoro anche in quell’ambito, avrai la gestione totale del progetto e delle 200 persone che abbiamo ipotizzato saranno necessarie. Significa dirigenza, segretaria, benefit…devo continuare?”
Feci un cenno di diniego con la testa, continuando a guardare per terra.

“E la terza?” gli chiesi.
“Oh, è semplice. Ho dato le dimissioni. Ho deciso di accettare un posto da cliente, anziché da fornitore. Lascio a voi la gestione delle cose commerciali”.
“E scusa, il tuo posto chi lo prende?” gli chiesi.
“Le filiali Pubblica Amministrazione, centrale e locale, verranno accorpate in un’unica struttura che sarà seguita da Michele. Tranquillo, per te non cambia nulla. Hai capito, responsabile dei progetti speciali? Mio giovane Dirk Pitt?” mi rispose facendo l’occhiolino e dandomi una manata leggera sulla spalla. Dirk Pitt era il protagonista dei romanzi di Clive Cussler, di cui ero pazzo, ed era per l’appunto il responsabile dei progetti speciali della NUMA, una mitica agenzia americana, segreta ma non troppo.
“Ma che dici, scusa?” gli chiesi. Non avevo afferrato per bene la cosa.
“Dico che dal prossimo mese sarai il responsabile di tutti i progetti speciali dell’Azienda. Intendo dire che tutte le cazzate più o meno importanti, le attività che richiedono inventiva, capacità organizzative, il reperire materiali e componenti speciali passeranno sotto la tua giurisdizione. Nel tuo gruppo sarete te e … te. Forse avrai il supporto di Daniela per organizzare trasferte, cene, pranzi e spedizioni. Più avanti, in base ai casini che farai e a quel che inventerai, ti verranno assegnate delle risorse. Al momento, sei un cane sciolto che risponde solo al Boss. Per ingaggiarti, i vari direttori di filiale dovranno chiedere a lui. Ed al direttore tecnico, ovviamente, che però non avrà giurisdizione su di te. Hai compreso?” mi disse prima di entrare al bar, la mano sulla maniglia.
“Si, Donato, ho compreso. Ma non è che hai posto per me, da te?” gli chiesi con una faccia tosta non indifferente.
“Ho promesso che non avrei preso nessuno per un anno. Tu non fai parte della lista dei possibili. A quanto pare, le nostre strade si dividono qui, mio caro amico!” mi disse mentre si apriva il cappotto per prendere il portafoglio dalla giacca.

Prendemmo il caffè in silenzio, ancora non avevo metabolizzato del tutto la quantità di notizie che avevo ricevuto in pochi minuti.

Uscimmo quindi dal bar, sempre in silenzio. Stavo ragionando ancora sulla cosa. In effetti, la mia vita sarebbe potuta cambiare nell’arco di qualche settimana, al massimo tre mesi.

“Ovviamente, ciò non collima per nulla con quanto ti può aver detto Daniela. Un’altra cosa, al riguardo. La signora ha grandi capacità seduttive che il nostro Boss ha usato spesso e volentieri per piegare il destino ai suoi voleri. Anche questa volta ha voluto mandare un segnale all’esterno attraverso Daniela che, però, non sa nulla dei reali obiettivi. A lei è stata raccontata una storia diversa, anche perché in un primo momento sembrava che anche lei fosse contemplata nel carve-out. Qui è intervenuto Michele il quale ha giustamente fatto notare che certi comportamenti dei tre ragazzacci nei confronti della ragazza avrebbero potuto generare alcuni giustificati risentimenti in lei, e che quindi non era il caso di metterla fuori. Ma ha condiviso la decisione di ridurne influenza e capacità di fare danni. Da oggi quindi la parola d’ordine è: tagliati il pisello ma lascia perdere Daniela. Stalle a metri di distanza. Attento a ciò che dici e racconti. Ma questo ti verrà spiegato meglio dal Boss stesso con il quale, mi pare, hai un incontro assieme a me e a Michele per l’ora di pranzo.”
“Ma io non ne sapevo nulla!” risposi sorpreso.
“Non dovevi saperne nulla. E tu NON SAI NULLA. Spero che ciò ti sia sufficientemente chiaro”.
“Chiaro, Donato. Chiarissimo. Solo che…” e feci una pausa ad effetto.
“Solo cosa?” mi chiese.
“Solo che Daniela e Francesca hanno fatto sesso assieme, ieri sera. Io, ovviamente, ci sono rimasto di merda.”
“Ah!” rispose Donato, questa volta sorpreso dalla notizia che gli avevo appena dato.
“Paolo, devi assolutamente rimettere ordine nella tua vita familiare al più presto. Prevedo altrimenti periodi tristi e situazioni sciagurate. Considera che siamo a Roma, in Prati, ad un passo dal Vaticano, a due passi dai palazzi del Potere, frequentati da persone che sono pronte a bastonare i tuoi vizi privati manifestando la loro pubblica virtù mentre poi in camera sono più sozzi e laidi dei peggiori sicofanti e lenoni in circolazione.”
“A loro piace frequentare di nascosto quella gente, ma poi sono i primi a spararti addosso per «lo schifo e la depravazione». Quindi, in campana!”.

SI, decisamente era il momento di raddrizzare un po’ Francesca, la futura madre di mia figlia.

Verso il convegno

Come anticipato da Donato, fui chiamato direttamente dal Boss al telefono, senza intermediari.
“Paolo, potresti dedicarmi cinque minuti. Siamo qui da me con Donato e Michele e vorremmo dirti alcune cose.”
“Mi devo preoccupare?” risposi pensando di fare una battuta per dimostrare di essere all’oscuro di quanto spiegatomi da Donato stesso poco prima.
“Tu devi sempre preoccuparti. Sempre. Le persone in gamba sanno che tutto può accadere e che bisogna essere pronti. Ma in questo caso, no, non devi preoccuparti. Dai, scendi giù che ne parliamo a voce. Muoviti!” mi disse con tono scherzoso.
Era la prima volta che mi trattava in quel modo, fino ad allora, complice la mia soggezione, avevo sempre avuto la sensazione di essere Fracchia sul pouf a sacco che non si reggeva in piedi.
Scesi quindi di corsa, bussai alla sua porta e stavolta senza attendere l’”Avanti” entrai.
Sui divani erano seduti il Boss e Michele da un lato e Donato sul divano di fronte.
Il Boss si alzò, mi strinse la mano e mi fece cenno di sedere accanto al mio mentore.

“Paolo, credo che sia venuto il momento di spiegarti ciò che sta per succedere e che avverrà nei prossimi giorni. Ti ho lasciato all’oscuro per farti comunque impegnare al massimo su questo progetto che però non porterà benefici diretti né all’Azienda né a noi, almeno nei prossimi tre mesi.
Ma giacché ti sei dimostrato ottimo conduttore ed organizzatore, ma soprattutto hai avuto questa idea geniale sulla base dati integrata, ritengo che sia corretto spiegarti il tutto.” ed iniziò a illustrare quanto mi aveva già detto Donato a quattr’occhi.
Feci finta di stupirmi, anche di essere dispiaciuto di quanto stava per avvenire e per il fatto che la mia idea non avrebbe avuto conseguenze dirette per me, ma fui costretto a sbarrare gli occhi quando tirò fuori la lettera del Personale con la quale mi si cambiava il contratto a far data da lì a tre mesi, passando direttamente dirigente responsabile dei progetti speciali con un miglioramento del 25% dello stipendio e con i benefit legati alla nuova posizione contrattuale.
“Credo che tu abbia bisogno di tutto questo, perché abbiamo saputo che presto sarai padre! È giusto quindi che l’Azienda, provveda anche a questo, offrendoti questa nuova posizione. Così avrai modo di passare molto più tempo in ufficio a lavorare invece di stare appresso a pappine e pannolini sporchi… che ne pensi?” e fece quel suo sorriso caratterizzato da un ghigno e dallo sguardo freddo e pericoloso.

Ero tuttavia molto contento di quanto mi era capitato.

Anche questa volta dovetti ammettere che Donato mi aveva raccontato solo una parte. Voleva tranquillizzarmi, ma voleva anche che fosse evidente la sorpresa che, obiettivamente, fu totale.
“Se ti avessi detto tutto prima, Il Boss se ne sarebbe accorto ed io avrei fatto una figura da pisquano proprio il giorno prima delle mie dimissioni ufficiali!” disse, lasciando sul mio tavolo l’ultimo pezzetto di verità.

“Ma quando vai via, scusa?” chiesi.
“Fine mese. Chiudiamo questa farsa e poi dieci giorni di ferie fino a fine mese. Il 2 maggio prendo servizio presso il mio nuovo datore di lavoro. Tranquillo, lavoreremo assieme ancora. Solo che io sarò il tuo cliente.
E saranno augelli senza zucchero, per te.”

Mi dedicai per il tempo rimanente anima e corpo al progetto. Sapevo che non avrebbe avuto un futuro, ma le promesse fattemi da Donato valevano tutti i miei sforzi.
Preparai il tutto con la massima cura. La presentazione, i demo, i dati reali recuperati tramite amicizie al Ministero, insomma, avevo curato tutto quanto era in mio potere e sotto il mio controllo personale.

Mi trasferii un paio di giorni prima dell’evento a Cesena. Purtroppo, non avevamo trovato da dormire se non in Riviera, a quasi trenta chilometri e, con il traffico della fiera, quasi un’ora di macchina.
Alla fine Francesca, causa problemi di nausee e di gravidanza, aveva dovuto dare forfait complicando un po’ la vita di Daniela, la quale non riusciva a capire il motivo del mio “sconsiderato menefreghismo” nei confronti della situazione.
Sapevo, grazie a Donato, cose che lei non conosceva e ciò mi aveva tranquillizzato, certo di dovermi concentrare solo sul risultato tecnico per quel che apparentemente era una mera questione tecnologica.
Daniela ed io alloggiavamo in alberghi diversi, io a Cesenatico, lei a Bellaria. Eravamo pertanto liberi di fare ciascuno la propria vita; ciò non mi esimette dall’invitarla a cena la prima sera. Passai a prenderla al suo albergo, entrai nella hall e chiesi alla reception di chiamarla. La receptionist, una verace ragazza romagnola che rispettava l’ideale femminile felliniano, annuì, contattò la stanza poi, staccando un momento l’orecchio dalla cornetta, mi disse che la signora mi chiedeva se volessi salire un momento in camera.
Risposi “Dica alla signora che l’aspetto qui ma che si sbrigasse, ho fame e sono molto stanco”.
La ragazza annuì, fece una smorfia come per dire “Contento te!” e riferì. Annuì ancora e poi, attaccando il telefono, mi disse: “La signora ha detto di attenderla. Finisce di prepararsi e scende. Nel frattempo, posso offrirle io un aperitivo?”
Accettai di buon grado e la ragazza si spostò al banco del bar per preparare un po’ di noccioline, patatine e salatini da affiancare al “Punt e Mes” con ghiaccio che le avevo chiesto.

Mi sedetti al banco su uno degli sgabelli e attesi.
Rimuginavo sul fatto che le cose avevano preso strade diverse da quanto pianificato e che il profondo cambiamento annunciato da Donato avrebbe sicuramente impattato sul mio quotidiano.

E poi, c’era sempre il problema Francesca.
La sua irrequietezza sessuale mi metteva in difficoltà oltre a provocare profonde discussioni con i miei ed i suoi genitori che addossavano a me le colpe dei suoi comportamenti.
Purtroppo, persone cattive e meschine erano andate a riferire a mia madre di aver visto Francesca in compagnia di una donna in atteggiamenti lascivi. E la stessa persona, non contenta, era andata a raccontarlo al fratello di Francesca il quale, con un atteggiamento fanciullesco ed immaturo, aveva tirato fuori l’argomento durante uno dei rari incontri tra noi e la famiglia di origine di mia moglie.
Mia madre da cattolica praticante e beghina fino al midollo aveva fatto le sue telefonate ed era giunta alla conclusione che Francesca era posseduta dal demonio e che necessitava di un esorcista per cacciare via il diavolo. Era arrivata a contattare tramite le sue amicizie parrocchiane addirittura il famoso padre Amort, noto esorcista romano, che però (per fortuna!) aveva derubricato il fatto ad una “deviazione dall’ordine naturale delle cose, indipendente dalle azioni del demonio”.

Mia suocera invece mi aveva incolpato di aver plagiato la figlia, “tutta casa e chiesa fino a che non mi aveva conosciuto” e che ero io la causa di questa disgrazia. “Ed adesso la bambina nascerà malata anche lei!” concluse provocando un vaffanculo! all’unisono da parte di Francesca e mia con conseguente lite ed uscita dalla casa della suocera. A nulla valsero le telefonate di scuse sue, di mio suocero e di quel cretino di mio cognato: alla fine, tutte finivano con un immancabile “ma tanto, da uno come te, che ci si deve aspettare?” da parte di mia suocera convinta, more solito, di aver ragione.
Discussi ferocemente con mia madre al punto di non chiamarla per giorni. Poi, la convinsi del fatto che l’istinto materno avrebbe compensato tanti squilibri che al momento si manifestavano anche se, in cuor mio, sapevo che una volta presa coscienza della propria inclinazione sessuale, difficilmente Francesca vi avrebbe rinunciato.
Decisi comunque di affrontare il problema “di petto”. Ne avrei parlato con lei al mio ritorno, chiarendole esattamente cosa era successo, quel che mi aveva detto Donato e ciò che sarebbe successo nei successivi mesi.

Mi concentrai pertanto sull’obiettivo a breve: la riuscita del convegno.

Stavo ancora ripassando mentalmente la lista delle cose da fare e cercavo un modo per bypassare le leggi di Murphy, o almeno di rendere meno catastrofico possibile il verificarsi di uno o più eventi negativi, quando sentii una mano che si appoggiava alla mia spalla ed un paio di labbra poggiarsi sulla mia guancia.

“Ciao Paolo, vedo che ti sei fatto servire!” mi disse Daniela.
Mi voltai per salutarla a mia volta e rimasi anche questa volta colpito dalla sua eleganza ma anche dalla sensualità che emanava.
Pur essendo ancora la metà di aprile, le giornate erano già più tiepide ed in Riviera di Romagna la temperatura mite invitava ad osare gambe e braccia scoperte e scollature più generose. Ed infatti Daniela aveva osato, indossando un abito leggero, uno chemisier a fantasia sul giallo e sui temi dei blu, stretto in vita da una fusciacca in tinta unita blu come le scarpe e la mini Kelly di Hermes. Tenuto sbottonato sul davanti a mostrare la separazione tra i seni ed un petto già abbronzato, evidenziato da una collana d’oro e tessere smaltate di lapislazzuli, rendeva impossibile non notarla ed ammirarla, senza con ciò scadere nel volgare o nell’eccessivo.
Mi alzai dallo sgabello per aiutarla a salire su quello accanto al mio mentre la ragazza dell’accoglienza veniva a chiedere se “la signora gradiva un aperitivo”. Daniela ringraziò sorridendo e rispose “Lo stesso del dottore, grazie” indicando con un dito della mano perfettamente curata il mio bicchiere.
“Che cosa bevi, per curiosità?” mi chiese.
“Ma come, chiedi «lo stesso» senza sapere di cosa si tratta?” risposi.
“Mi fido del tuo buon gusto. Un signore come te difficilmente beve robaccia” ribatté a sua volta, sorridendo un po’ beffarda.
“In effetti sto bevendo una cosa da vecchi, un Punt e Mes. Spero ti piaccia”
“Non è il mio preferito ma credo che sopravviverò”
“Sopravvivere…nessuno è mai morto per un Punt e Mes, dai! Al massimo si è strozzato per il nocciuolo d’oliva andata per traverso. Ma non ti preoccupare, con me non rischi. Conosco bene la manovra di Heimlich, e comunque qui in sala ci sono almeno una dozzina di medici. C’è un convegno da queste parti, ho letto su un cartellone. Purtroppo per noi, non c’è rischio. Devo trovare un altro sistema per farti fuori” conclusi ridacchiando mentre levavo il bicchiere alla sua.
“Stronzo! Non mi capacito di come tu possa essere così rilassato e tranquillo in questa situazione” ribatté un po’ seccamente.
“Cara, sto attentamente rivalutando le priorità. Da qualche giorno a questa parte ho deciso di cambiare approccio alla vita. Nello specifico, so di aver fatto tutto il possibile perché l’evento abbia successo, cercando di eliminare o minimizzare tutte le possibili cause di problemi. Dal punto di vista tecnico domani faremo l’ultimo collaudo. Ho parlato con l’Ente Fiera che mi ha assicurato che al posto del videowall potrebbero fornirci un proiettore ad alta risoluzione che è già montato in sala, proiettando sul telone che sarebbe alle spalle del tavolo dei relatori. Hanno un PC dedicato alle presentazioni, utilizzano lo stesso programma Storyboard di IBM e ho controllato, hanno la stessa versione che ho usato io. L’unico problema potrebbe essere in caso di incendio della sala, ma in questo caso andremmo a finire senz’altro sui giornali e sarebbe pubblicità gratuita senza sforzo. Già immagino il titolo: «Incendio nella sala congressi durante la presentazione della soluzione informatica della XXXX. Morta in sala una donna, organizzatrice dell’evento» con la tua foto a fianco. Anzi, che foto vuoi che mettiamo? Ne hai una in bikini da darci? Il bikini spacca!” conclusi ridendo.
“SEI UNO STRONZO!” sibilò, ma poi resasi conto dell’assurdità della cosa, scoppiò a ridere pure lei.

“Dai, andiamo a cena, ho fame” le dissi.
“Sai già dove andare?” mi chiese.
“Non ho assolutamente idea. Che dici, chiediamo alla signorina o andiamo alla ventura?”
“Andiamo alla ventura!” mi rispose, infilando il suo braccio sotto al mio e mettendosi al mio fianco con gesto affettuoso.
Entrammo in macchina e non potei esimermi dal notare che lo chemisier, seppur appena sopra al ginocchio, era rimasto sbottonato per molti bottoni scoprendo gran parte della coscia. Daniela notò il mio sguardo ma non dette impressione di preoccuparsene, anzi, rincarò: “Ma come, ancora ti sorprendi? Mi hai scardinato il bagagliaio di fronte a tua moglie non più tardi di una settimana fa, hai allargato tutti i miei sfinteri e ricoperta del tuo seme e ancora mi guardi così? Allora stasera si scopa!”
“Daniela, scusa, ma credo che tu abbia frainteso. Ti guardavo perché forse sei un po’ eccessiva stasera. Io avrei chiuso almeno un paio di quei bottoni. E no, stasera non si scopa. Almeno, noi due stasera non scoperemo. Poi, se quando rientri trovi qualche bel dottorino che ti faccia una visita approfondita, buon per te. Io passo.”
“Nemmeno se lo chiedo a Francesca?” buttò lì, dandomi ad intendere che c’erano stati altri contatti successivi all’ultima volta in cui c’eravamo visti assieme a casa sua.
“E certo, ora chiami Francesca, che per inciso non è a casa…”
“Si lo so, è in clinica perché ha un intervento urgente per ricostruire il naso di Aaaa Bbbbb, l’attrice, distrutto in un incidente casalingo: pare che abbia dato una nasata contro il pugno del suo fidanzato gelosetto che l’aveva trovata a letto con il suo miglior amico…”
“Ah, vedo che sai già. E immagino che ti avrà detto di circolare lontano da me…” sottolineai.
“No, ha detto che di te non gliene importa nulla, mi ha ordinato di stare lontano da altri uomini e, soprattutto, da altre donne!” ammiccò mentre poggiava la mano sulla mia spalla.
“Daniela, non è il caso. Dai, mettiti seduta per bene, chiudi un paio di quei cazzo di bottoni e cerca un posto per mangiare che non sia di merda. Ho fame e quando ho fame sragiono.” le dissi con un tono che non ammetteva repliche.
Ed infatti, Daniela si tacitò per un istante. Si morse le labbra per qualche secondo, poi ribattè incapace di abbozzare: “Uh come siamo sensibili! Non vuoi scopare con me stasera? E va bene, me ne farò una ragione. Ma non credere che non lo dica a Francesca!”
“Ah, adesso lo dici TU a Francesca? Ma questo è il mondo alla rovescia” dissi ad alta voce sbattendo la mano sul volante per sottolineare l’assurdità della situazione.
“Non c’è bisogno che ti scaldi. Francesca mi ha solo chiesto di darti un’occhiata e di aiutarti per quanto è possibile. Ha capito la situazione che si è venuta a creare ed è preoccupata per te. Mi ha detto che era giusto che lei si tenesse fuori da questa storia per te e per noi, e che comunque visto che le nausee peggiorano non era proprio il caso di fare 400 chilometri in macchina e sottoporsi allo stress. Si, perché LEI mi ha detto di essere incinta, mentre TU non mi ha detto nulla!” concluse non senza astio.
“Quanto al sesso, è per l’appunto solo sesso. Come quello che abbiamo già fatto un paio di volte. A me non fa male, a te nemmeno, Francesca in questo è agnostica. Sa che il sesso è una cosa, l’amore un’altra.”
“Il fatto che Francesca abbia una visione diversa dalla mia sul sesso non mi consente di fare come mi pare. E non mi pare il caso di continuare con questa storia del sesso tra di noi. Daniela, devi scordarti me come oggetto del tuo desiderio. IO NON TI SCOPERÒ PIÙ. Spero sia chiaro. Non è per te. È per me, per mia moglie e per mia figlia. Cerca di capire.” le dissi con voce serena, convinta e speravo convincente.

Un semaforo divenuto rosso all’improvviso mi salvò da una rispostaccia che sentivo stava per arrivare. Dovetti infatti frenare all’improvviso per evitare di attraversare un incrocio pericolo. Il fatto mi diede occasione di imbattermi in una trattoria quasi sul mare, lungo la statale che unisce Bellaria a Cesenatico.
“Irma e Maurizio” era il nome che campeggiava su un’insegna in legno bianco con lettere blu illuminate da un faretto. Il locale sembrava piccolo ed accogliente, ben frequentato a vedere il numero delle auto parcheggiate. Misi la freccia ed al verde accostai per entrare nel park di fronte al locale.
“Ma lo conosci?” mi chiese Daniela.
“No, ma credo che non ci troveremo male. Guarda quante macchine e che macchine” dissi.
In effetti c’erano Mercedes, Lancia, Citroen, Jaguar, un paio di Porsche ed un’immancabile Ferrari, oltre a qualche Rover ed altre berline di fascia alta.
Parcheggiai dove l’omino mi indicava. Si precipitò ad aprire lo sportello a Daniela per rimanere fulminato dalle cosce completamente scoperte mostrate dalla mia segretaria che non si era ricomposta per nulla. Dubito che si sarebbe scordato di noi, per cui gli allungai subito 1.000 lire di mancia per il servizio. Lui si tolse il cappello, fece un inchino e ringraziò “Grazie dottore, grazie signora. Se mi lascia la chiave le porto la macchina di fronte all’uscita quando finite” mi disse.
Volevo rifiutare ma poi ci ripensai: non lo avevo comprato io, era stata Daniela che, con la sua presenza, lo aveva annichilito e ridotto in servitù. Solo a me non faceva più effetto.

Entrammo nel locale, un piccolo ristorante con una decina di tavoli al massimo, per lo più tutti occupati.
Già disperavo di riuscire a sedere prima di una mezz’ora, ma non avevo tenuto conto delle doti di convincimento di Daniela. Al proprietario bastò uno suo sguardo languido per comandare al cameriere “Separa quel tavolo da quattro, sono in ritardo, aspettano” per darci il tavolo d’angolo, più riparato e intimo.
“Esattamente il tavolo che volevo!” esclamai sottovoce alla mia segretaria.
“Vedi che significa andare con i bottoni slacciati? E aspetta che mi guardi le tette dall’alto!” disse scoprendo ancor più il decolté. “Vedrai che godremo di un servizio perfetto!” aggiunse ridacchiando. Non dubitai, sapevo ed avevo provato sulla mia pelle le capacità che Daniela sapeva mettere in campo.

Il cameriere arrivò sollecito con le carte del menù e dei vini.
“Immagino che qui si mangi soprattutto pesce” dissi rivolto a me stesso. Non amavo la cucina di mare, preferivo di gran lunga una salsiccia ad uno scampo o una fiorentina ad una spigola, ma a Bellaria, nei pressi del mare, era impensabile altrimenti.
“Se il signore gradisce, potrei vedere se in cucina possono prepararle una piccatina di vitello”.
Nicchiai, avevo visto che nel menù c’era pesce al forno e orata al sale.
“Daniela, la prenderesti anche tu un’orata al sale? Ne facciamo preparare una un po’ più grossa invece di due piccole, se le hanno” dissi.
“Si, senz’altro, mi fa piacere il pesce, soprattutto se è grosso!” rispose facendomi l’occhiolino mentre fissava il ragazzo leccandosi le labbra.
“Io… credo di sì. Forse c’è una spigola o un fragolino se vogliono… chiedo in cucina” e sparì di corsa.
“Daniela, PIANTALA! Ora quello torna ancora più impacciato e fa casino. Chiudi quella scollatura!”
“Ma perché, si vede che non porto il reggiseno? Mica è trasparente il vestito .. beh, si un pochino.” e nel frattempo scostò lo scollo dal seno scoprendo appena un capezzolo.
In quel momento tornò il cameriere che, colpito dal seno di fuori, iniziò a deglutire ed a boccheggiare.
“Allora, si, dicevamo… che si può se volete.”
“Si può cosa?” chiesi.
“Si può fare un pesce più grosso. Abbiamo un’orata per due persone abbondanti, diciamo tre, o altrimenti un fragolino un po’ più piccolo. Tutti pescati la scorsa alba qui davanti” aggiunse mentre compulsava freneticamente i suoi appunti cercando di non guardare dentro la scollatura di Daniela che era sempre più allargata e scostata a scoprirle il seno.
“Allora va bene l’orata al sale. Come contorno ho visto che avete patate fritte. E’ possibile averle cotte al forno?” chiesi.
“A me porta un’insalata verde, invece” si intromise la mia segretaria.
“Si, credo di sì. Le abbiamo fatte per il rombo, credo che ce ne sia una porzione per lei.” Aggiunse.
“E come antipasto o primo, prendete qualcosa?” chiese ad entrambi.
“Io prenderei un piatto di crudités” rispose Daniela.
“Per me delle cozze al pomodoro” dissi.
“Ottimo. Da bere?”
“Ho visto una bottiglia di Pagadebit. Ne avete ancora?”
“Certo signore!” e scappò via.
Tornò dopo qualche minuto con la bottiglia del vino, quella dell’acqua ed il cestino del pane. Aprì le bottiglie e ci riempì entrambi i bicchieri. Poi, dopo una rapida occhiata alle tette di Daniela, ora veramente visibili senza sforzi, scappò in cucina.
“La fai finita? Tanto non puoi scopartelo stasera!” buttai lì a ridere.
“Lo dici tu!” rispose guardandomi di sottecchi.
“Ma dai… hai fior fior di medici, uomini e donne, in albergo. Perché accontentarti di un ragazzetto che avrà si e no 19 anni e che se tanto mi dà tanto, è il tipo da eiaculazione precoce?”
“Perché i medici si sentono esseri superiori e quando sono in convegno sono tutti porci.”
“Anche le donne?”
“Soprattutto le donne” rispose col tono di chi la sapeva lunga.

Il cameriere si affrettò a tornare con gli antipasti.

Mentre metteva il piatto delle crudités davanti a Daniela ebbe modo di osservarle le cosce. Notai che si soffermò per un po’ con gli occhi bassi e ne dedussi che, probabilmente, Daniela aveva lasciato qualcos’altro di scoperto.

La cena scorse tranquilla, io forte della mia ritrovata serenità, almeno sul lavoro, Daniela che invece si appoggiava sulle mie nuove certezze e su un paio di bicchieri di troppo di Pagadebit.

Era il momento del conto e chiamai il ragazzo con un cenno. Lui capì immediatamente e mi portò il classico contenitore con lo scontrino all’interno. Io presi la mia carta di credito America Express e la mostrai. Il ragazzo tornò con la macchinetta per passare la carta e mi fece firmare la ricevuta. Misi 5.000 lire dentro il portacarte e mi alzai mentre lui spostava la sedia di Daniela.
“Hai deciso, poi? Rimani in zona o vuoi che ti porti in albergo?” le chiesi davanti al ragazzo.

Credevo di metterla in difficoltà ma lei rispose senza batter ciglio.

Prese il mento del ragazzo tra pollice e indice, gli girò il viso verso di sé e gli disse: “E’ vero che mi accompagni tu a Bellaria all’albergo?”.
Il ragazzo nicchiò e le rispose “Signora, se vuole le trovo un tassì. Da qui a Bellaria sono dieci minuti, anche meno”.
“Ma io non voglio un tassì, voglio te”.
“Signora, io l’accompagnerei con piacere ma viene a prendermi la mia morosa all’uscita”.
Sapevo che Daniela avrebbe risposto “E allora diciamolo anche a lei!” ma la precedetti.
“Dai Daniela, ti porto io in albergo. Prendiamo l’ultimo bicchiere assieme e se c’è un bel mediconzolo ti ci affido.”
La mia segretaria, visibilmente alticcia (colpa delle due bottiglie di vino, quel Pagadebit era veramente bastardo), si fece guidare alla porta ove, quasi per magia, ci attendeva la mia macchina con il parcheggiatore che mi stava porgendo le chiavi.

Gli lasciai altre 2.000 lire di mancia, mi feci aiutare dal cameriere a mettere per bene seduta la mia collega, chiusi la porta e partii verso l’albergo.
“Non c’è bisogno che corri, né che prendiamo il bicchiere della staffa. Ho bevuto abbastanza per stasera e domattina devo svegliarmi presto, come te, peraltro. Dì la verità, sono brava come attrice? Hai visto la faccia del ragazzetto quando mi ha risposto «Signora, viene la mia morosa»? Era terrorizzato!” mi disse. Sembrava come se non avesse bevuto nulla.
“Ma … “
“Si, ho bevuto, ma non sapevi che posso assumere grandi quantità di alcol senza conseguenze. Se ci hai fatto caso, ho lasciato metà e passa dell’aperitivo ed il primo bicchiere di vino l’ho bevuto solo dopo l’antipasto, a stomaco già semipieno. Il trucco è lì. Far bere l’altro ma far finta di bere. Devi mantenerti sempre lucida, soprattutto quando fai certi lavori!” concluse facendo riferimento al suo passato da escort.
“Quindi non sei sbronza?”
“No. Assolutamente no. Ciò non significa che sia molto stanca. Certo, mi farebbe piacere addormentarmi dopo che mi hai scopata per bene, ma tu non vuoi e non posso di certo violentarti. Vuol dire che cercherò un vecchio medico, se è ancora in piedi.”
Detto ciò, visto che eravamo arrivati davanti al suo albergo, aprì la porta, si chinò verso di me per baciarmi sulle labbra, scese dalla macchina, prese dal sedile posteriore il soprabito che si pose sulle spalle, fece un cenno di saluto con la mano ed entrò da sola nella hall.
Risposi al suo cenno con un mio cenno, riaccesi l’auto e tornai in albergo.

Ero stanco ma riuscii a chiamare Francesca, salutarla, raccontarle un po’ di cose e sentire dalla sua voce come si sentiva. Stranamente mi chiese di Daniela, interrogandomi se eravamo stati assieme anche dopo cena. Le confermai che ero da solo e che non avevo alcuna intenzione di condividere il mio letto con nessuna che non fosse lei. Francesca mi mandò dei baci, mi disse con la sua vocina da gatta quanto le mancassi, e mi promise che al mio ritorno mi avrebbe fatto capire quanto avessimo bisogno l’uno dell’altro. Stemmo al telefono qualche altro minuto prima di salutarci e di addormentarmi.
L’indomani sarebbe stata una giornata complicata.

Alla Fiera

Avevo avuto una giornata veramente convulsa, faticosa, stressante. Avevo buttato ore a discutere con il mio staff su come dovesse configurato lo stand, sul tipo di informazioni che avremmo potuto fornire, eccetera. Mi ero anche accorto che il dépliant che era stato prodotto su specifica richiesta di Michele era sbagliato. Il numero di telefono era quello dello stampatore, e non quello del centralino dell’Azienda.
Chiesi quindi a Daniela che non si era accorta dell’errore di trovare un sistema di stampare un migliaio di etichette autoadesive con i recapiti corretti. Lei, ancora in stato semicomatoso per la bagarre che aveva vissuto in nottata dopo che me ne ero andato, era scoppiata a piangere per il nervosismo e dovetti pensare anche a quel particolare.
Chiamai Monia, una delle collaboratrici che sarebbero state allo stand e le dissi di seguirmi.

Ci recammo alla direzione della Fiera chiedendo aiuto. Trovai una signorina che, grazie agli occhi di Monia e miei (sospetto più quelli di Monia) tirò fuori una scatola di etichette e ci aiutò a stamparle.

Lasciai Monia con la ragazza in Direzione Fiera ed andai finalmente in Sala Convegni ove stavano montando il Videowall che era appena arrivato.

Ero appena uscito dalla sala per entrare in sala regia che sentii un botto pazzesco. Rientrai di corsa in sala e mi ghiacciò il sangue nelle vene: il Videowall era per due terzi a terra in un mucchio di vetri rotti.

Si sentiva puzza di bruciato e vidi all’improvviso un fil di fumo levarsi da dietro la struttura per buona parte crollata.
“AL FUOCO!” gridai cercando di richiamare l’attenzione degli operai che stavano cercando di capire come fosse potuto succedere quel che era accaduto.
Si scrollarono immediatamente e corsero a staccare l’alimentazione dei display e degli apparati.
Il fumo diminuì subito ma nell’aria rimase un puzzo di gomma e di avvolgimenti bruciati.

Credetti di morire di infarto. Il mio cuore sembrava prima fermo, immobile, poi riprese a battere impazzito.
Nel frattempo, iniziai a sudare a dirotto, grondavo gocce dalla fronte e stillavo rivoli dal petto, fradiciando la camicia e la giacca.

Mi avvicinai al disastro e feci un cenno al caposquadra dei montatori che mi raggiunse immediatamente.
“E mo’?” gli dissi.
“E mo’ so’ cazzi” mi rispose.
Si mise le mani nei capelli e scosse la testa.
Poi si ricompose e chiamò a raccolta i due ragazzi che lo aiutavano.
“Voi smontate tutto e ripulite per terra. Io vado a chiama’ er principale e je spiego la cosa” disse.
Poi, rivolto a me: “Dottò, che je dico? Deve avè ceduto la struttura de fero, s’è piegata e ha strappato gli ancoraggi e s’accartocciata. Poi i monitor se so’ staccati e so’ caduti pe’ tera. Se ne so’ salvati solo tre o quattro. Ce ne servono almeno nove per fa’ la matrice, ma noi eravamo sulla matrice 4×4. Nun so che dije.
Mo’ sento er capo” e scappò via.
Dovevo avvisare Donato ed il Boss, non potevo rischiare, ma prima volevo verificare il piano B.

Uscii di corsa dal salone ove erano arrivate un mucchio di curiosi ed i vigili del fuoco e mi recai verso la sala regia. Lì trovai il responsabile, con il quale avevo più volte parlato nei giorni precedenti, lo salutai e gli feci un cenno indicando il caos nella sala sottostante.
Lui annuì e mi disse “Siamo in un bel cazzo di casino”.
“Entro un’ora è tutto pulito” risposi. “Ora vado in Direzione Fiera e chiedo un supporto per le pulizie. Poi vediamo. Però dobbiamo attivare il proiettore.” gli dissi ricordando quanto ci eravamo detto più volte per telefono.
“C’è un problema. Si è rotta la lampada e la stiamo cercando. A Bologna le hanno finite, stiamo provando a Milano”.
“Posso chiamare?” gli chiesi.
“Si certo” e mi allungò il telefono.
“9 per uscire” mi disse.

Digitai il numero di telefono di Marina, la capo segreteria. Mi rispose al secondo squillo.

“Marina, sono Paolo Sforza Cesarani. Ho bisogno del suo aiuto. Le mando per fax il codice di una lampada per un proiettore dati. Deve essere qui in fiera a Cesena entro stasera alle 19, costi quel che costi. Il che significa che ha un’ora di tempo per trovarlo. Mi richiami a questo numero: è il numero della sala regia della sala convegni della Fiera di Cesena”.
Marina era una rompicoglioni, ma era anche intelligentissima e, soprattutto, sapeva tutto di tutti. E sapeva già della mia nuova posizione, anche se non ancora ufficiale, per cui non stette a chiedere perché e percome.
Mi rispose “Provvedo immediatamente, dottore. La richiamo come ho notizia” ed attaccò.

Poi scrissi su un foglio di carta bianca il codice della lampada e marca e modello del proiettore e lo inviai al fax diretto di Marina, quello del Boss il cui numero era a conoscenza di pochi.
Feci poi un altro gesto come implorando un’altra chiamata e digitai il numero di Donato. Lo chiamai, e gli spiegai la situazione. Gli chiesi di aiutarmi chiamando lui la nostra sede di Milano e chiedendo se poteva mandare qualcuno a vedere presso il nostro fornitore locale, gli compitai i codici della lampada e del proiettore e gli dettai il numero al quale sarei stato reperibile.
Poi mi rivolsi al responsabile e gli spiegai cosa stavo cercando di fare.
“Noi abbiamo una sede a Milano ma non sono molto organizzati. Il nostro trovarobe è a Roma e si sta dando da fare per trovare una lampada sostitutiva, ma sono certo che se non la trova, mi cercherà un proiettore sostitutivo. Dove abbiamo modo di piazzarlo, in caso fosse possibile?” gli dissi.
Lui mi indicò gli attacchi di quello in uso, con i vari cavi coassiali BNC che lo collegavano al banco di regia ed all’impianto audio. “Sperando che siano compatibili!” mi disse.
“Ma scusi, come avrebbe gestito le conferenze di domani senza proiettore?” gli chiesi.
“Contavamo sul vostro sistema di videowall” mi rispose non senza imbarazzo.
“Allora dovremo aiutarci a vicenda. Mi aiuti a trovare qualcuno che aiuti a smontare il tutto e mandi via i Vigili del Fuoco. Non si è fatto male nessuno, non c’è incendio, solo cortocircuiti locali sugli apparati, nessun danno alle cose della Fiera. Può sentire lei il Direttore?” gli chiesi.
“Sono suo figlio, credo di poterla aiutare” mi rispose.
Prese a sua volta il telefono e fece due o tre tentativi fin quando non trovò il padre.
“Babbo, ti han detto che è successo?”
“No, nessun danno, si sono rotti solo i loro apparati”.
“Si, lo so, è strano”
“Si, la roba nostra funziona meno il proiettore”.
“Si, ti ho detto che si è bruciata la lampada”
“La sto facendo cercare a Milano, a Bologna non ce l’hanno”
”Come dici? A Rimini? No, non ho provato. Si, ora chiamo.”
”Senti, puoi mandare qui una squadra ad aiutare a smontare e a pulire? Ci sono un sacco di vetri in terra.”
”Si, e a togliere di mezzo i Vigili, non è successo nulla di grave”
“Ok. Grazie, ti faccio sapere. Qui c’è il dottor Sforza che si sta dando da fare per la lampada. Te lo passo” e mi passò il telefono.
Parlai brevemente con il Direttore, gli spiegai cosa era successo e come pensavamo di risolvere il problema per tempo. Lui mi spiegò del loro supporto a Rimini e mi pregò di aiutarli perché il proiettore era vitale per loro come per noi. Lo tranquillizzai e ripassai il telefono al figlio, il quale rispose una serie di “si” a domande che probabilmente non voleva che ascoltassi.
Alla fine chiuse la chiamata e mi spiegò.
“Mio padre mi ha detto che la storia del nostro proiettore è meglio che non venga fuori. È colpa mia, avrei dovuto controllare prima. Le siamo molto grati dell’aiuto che ci dà” mi riassunse il senso della seconda parte della chiamata.
“Io vado” gli dissi.
“Sono al mio stand. Mi faccia chiamare per interfono se ci sono novità ed uscii dalla porta.
Non feci in tempo a scendere due scalini che sentii squillare il telefono.
“Dottor Sforza, può venire un momento? La vogliono!” sentii dire ad alta voce.
Tornai rapidamente sui miei passi, presi il microfono e ascoltai.
“Dottore, ci sono due possibilità. Una è più economica ma arriva solo domattina per le 7:30/8:00. La persona le porterebbe la lampada di persona e gliela monterebbe direttamente sul posto, per tempo perché mi pare che l’apertura sia alle 9:00 ma il primo intervento sia alle 9:30 o alle 10:00. Saremmo un po’ al limite.
L’altra possibilità è che mandano subito un ragazzo con un proiettore uguale, tempo cinque ore ed è da voi. Però ci costa quasi due milioni per una giornata.”
Credo che Marina avesse sentito il mio muto deglutire, perché mi aggiunse: “Lo so, è molto, molto, molto. Però…” e lasciò morire lì la frase.
“Mi passi Donato, per favore” le chiesi.
“Subito” e sentii il cicalino della messa in attesa.
“Dimmi Paolo” mi rispose.
“Domani mattina alle 9:00 con il rischio di andare fuori tempo massimo. Costo 400.000. Oppure stasera alle 19:00, o anche alle 20:00, ma costo due milioni. Prendere o lasciare. Io prenderei.”
“Io pure. Fai. È la tua responsabilità. Sei tu che devi decidere. Se mi chiedi un parere, sono d’accordo con te. Fammi andare” e chiuse la chiamata.
Richiamai subito Marina e le dissi di procedere con l’opzione più cara e più sicura.
Spiegai al responsabile come ero rimasto e mi disse che era la soluzione migliore.
Gli spiegai che avrei dovuto però chiedere un contributo alle spese se volevano tenere il proiettore per tutta la giornata. Prese di nuovo il telefono, richiamò il Direttore e gli spiegò la situazione e come ne era venuto a capo. Sentii chiaramente la sua voce dirgli “Passami il Dott. Sforza” e mi tese il microfono.
“Dottore, mi spiace, ho capito che la soluzione più sicura richiede un notevole esborso. Mi dia il numero dell’Azienda che la contatto io e tratto per un prolungamento fino almeno a domani. Semmai, facciamo che voi pagate il viaggio ed il resto lo paghiamo noi”.
Mi sembrava una soluzione accettabile e gli diedi il numero di Marina, in modo da metterlo in contatto con il fornitore.
“Attendo sempre la squadra per le pulizie” gli ricordai.
“Dovrebbe essere già lì, ora faccio controllare. A dopo”.
“Aspetti! La persona non arriverà prima delle 19:00/20:00. C’è modo di farlo entrare per l’installazione?” gli chiesi
“Si, ovviamente. Ma ne riparliamo più tardi, Mi faccia chiamare il suo fornitore.” e chiuse la chiamata.

Scesi in salone proprio mentre rientrava il caposquadra.
“Dottò, è un casino. L’altro furgone s’è rotto e nun possono venì. Me sa che nun potemo fa’ nulla.”
Gli dissi che avevo trovato la soluzione e che comunque avremmo impiegato un proiettore. Gli spiegai in poche parole i problemi che stavamo incontrando con la lampada rotta e lui: “Dottò, posso vedello ‘sto proiettore? Perché me sa che si ho capito bbene, questo è un Sony XYZ che c’hà un problema coi contatti che a caldo s‘allentano e la diagnostica dice de cambià la lampada che è sana. Devono solo da strigne i contatti” mi spiegò.
Lo portai con me di nuovo in sala regia e spiegai al volo al responsabile quel che stava succedendo.
Intanto il tecnico aveva accesso il proiettore, messo in modalità test e stava picchiettando con il manico del giravite la testa di proiezione che magicamente iniziò a lampeggiare.
“Je lo dicevo io… so sti maledetti contatti.”
“Sicuro? Quanto ci mette a controllare?” gli chiesi.
“Un minuto.” Rispose mentre apriva lo sportello di accesso alla lampada ed al portalampade. Tolse con un pezzo di carta la lampadina dal portalampade e la osservò in controluce.
“È perfetta. Il filamento manco balla” disse.
Poi prese un paio di pinze dalla tasca e strinse un po’ i petali del connettore.
Soffiò per togliere la polvere, riprese la lampada e la reinserì.
Quindi riaccese il proiettore ed immediatamente potemmo osservare dalla finestrella di proiezione il logo del produttore sulla parete della sala convegni.

“FUNZIONA!” gridai indicando il proiettore e la scritta. Il responsabile osservò attentamente il quadro, premette un paio di bottoni ed il telo di proiezione in sala iniziò a scendere dietro al tavolo degli speaker. Poi spense alcune delle luci in sala e mandò in proiezione un filmato promozionale della Fiera.
“Funziona!” confermò.

Chiamai di corsa Marina per bloccare tutto.
“Marina, abbiamo risolto qui. Avvisi che non c’à più necessità”.
Dopo qualche minuto mio richiamò per confermare che era riuscita a contattare giusto in tempo il tecnico che stava per partire.
Poi mi chiese una cosa strana.
“Mi scusi Dottore, ma Daniela è lì? Perché qui la cercano i Carabinieri”.

Gelo. Muto.
Non sapevo cosa rispondere.
Le dissi balbettando che si, Daniela era in Fiera ma non stava con me, che sarei andato subito allo stand e avrei fatto in modo che la chiamasse subito.
“Eh, ma quando una è puttana!” sentii mormorare mentre attaccava il telefono.
Chiesi al responsabile della squadra se potesse controllare se, tra i ricambi in furgone, gli avanzava una lampada di back-up. Poi andai di corsa a cercare Daniela.
La trovai in stato catatonico seduta su una sedia nello sgabuzzino dietro lo stand, intenta ad applicare le etichette che nel frattempo Monia aveva portato sui dépliant a correggere indirizzo e telefono dell’Azienda.

“Daniela, vieni con me. Ora!” le dissi in un tono che non ammetteva risposte contrarie.
Attesi di essere in un’area relativamente isolata per dirle quanto avevo appena saputo.
“Sono venuti a cercarti i Carabinieri in ufficio. Sono da Marina. Io credo che sarebbe opportuno che andassimo ad una cabina a chiamare in ufficio prima che ti vengano a cercare qui. Non credi?”
Daniela si riscosse immediatamente e disse a mezza bocca “Bastardo! Ma io lo rovino!” ed immediatamente ritornò la Daniela che conoscevo.

“Tutto a posto, Daniela? Che succede? Perché ti cercano?” chiesi con insistenza.
“Paolo, non ho fatto nulla di male. Ho solo una denuncia per molestie da parte di un onorevole che mi ha messo le mani addosso quando non volevo. Gli ho mollato un pizzone e gli ho fatto saltare un dente. Ma io ho le prove della sua violenza. E alla fine, sono pronta a mandare foto e film alla moglie di questo bastardo.
Democristiani!!! Tze!” ed entrò nella cabina nel frattempo libera. Chiamò Marina lasciando la porta aperta e le chiese di passarle i carabinieri se stavano ancora lì.
Le rispose un maresciallo che si qualificò con grado e cognome e le spiegò il motivo per cui erano lì. Le dissero che avevano ricevuto una querela per percosse e violenza privata contro di lei e che volevano interrogarla in merito.

Lei spiegò in maniera lucida ed efficace che era a Cesena alla Fiera del MecFrut, che l’indomani ci sarebbe stato quest’evento e che il giorno successivo sarebbe passata in Stazione a mostrare le prove del fatto di essersi solo difesa dal tentativo di violenza a cui era stata sottoposta da parte dell’onorevole.
“Ma noi non le abbiamo detto chi ha fatto la denuncia” si schernì il maresciallo la cui voce riuscivo chiaramente a sentire attraverso il microfono lasciato scostato dall’orecchio di Daniela.
“Maresciallo, se vuole più tardi mi faccio accompagnare in Caserma qui a Cesena e sporgo regolare denuncia per i fatti che lo ho accennato, ma poi però deve attendere il tutto” gli spiegò.
“No signora, aspetti. Lei quando pensa di rientrare a Roma?” le chiese il maresciallo.
“Domani sera, al massimo dopodomani mattina sono da voi” rispose.
“Facciamo così. Lei se rientra prima delle 19:00 passa al comando di Piazza di San Lorenzo in Lucina e cerca di me, del Maresciallo XXXXX. Così mi spiega tutto. Se non ci riesce, mi chiami comunque e vuol dire che aspetto dopodomani. Mi raccomando! Non mi faccia venire a cercarla da altre parti in giro per l’Italia!” e la salutò.
Daniela attaccò il telefono e mi spiegò.

“Due settimane fa sono uscita con un deputato democristiano del Veneto. Sai uno di quelli teoricamente tutta casa e Chiesa, che dice di andare a messa tutte le mattine, continua a chiedere l’abolizione della legge sull’aborto e sul divorzio, vorrebbe cancellare la prostituzione dalle strade poi è il primo a mettere le corna alla moglie con le escort che gli rimedia il portiere di notte dell’albergo in cui dorme. E qualche volta è rientrato con un travestito” mi raccontò.
“Avevo organizzato pertanto un Tavolo 12 alla Svizzerotta e avevo chiesto al maître di registrare tutto. Lo so, non si fa. È reato. Ma ero certa che avrebbe cercato di approfittarne e volevo prove. Il fatto è che ad un certo punto mi ha preso e mi ha sputato in bocca dopo che gli avevo fatto un pompino. E non ci ho visto più e gli ho mollato un man rovescio così forte che con l’anello” – e mi mostrò l’anello massiccio che portava al mignolo sinistro – “gli ho rotto labbro e dente. Beh, scheggiato, non rotto” aggiunse.
“Poi ho ripreso le mie cose al volo e sono scappata. Il maître non mi ha fermato ma ha chiuso inavvertitamente la porta in faccia all’onorevole che mi stava inseguendo in mutande. Poi è intervenuta la scorta che ha raccattato l’onorevole che stava dando in escandescenze seminudo per strada.”
“Ho una copia dei filmati di sicurezza ed un paio di foto compromettenti. Non voglio darle ai carabinieri, ma pensavo di farle arrivare alla moglie assieme ad una lettera in cui accuso il marito di essere un porco. Credevo che sarebbe bastato ma a quanto pare non è sufficiente.” concluse.

“Io dico che queste situazioni vanno evitate. Sono persone piccine, che credono di avere un grande potere mentre invece fanno solo sfoggio della loro piccineria. Ma per curiosità, l’Azienda è coinvolta?” le dissi.

“Cattive non sapere, domande non fare” mi rispose.
Voleva dire che stava lavorando ad un livello ancora più alto e ne era la riprova l’intervento dei Carabinieri.
“Dubito che ci sia una querela. Potrebbe diventare pubblica ed ottenere il risultato opposto. Io invece credo che qualcuno ha subodorato la possibilità che esistano prove della presenza dell’Onorevole alla Svizzerotta con una donna che non è la moglie, e che qualcuno abbia chiesto ai Carabinieri di verificare con tatto e discrezione. Altrimenti avrebbero mandato qualcuno qui a cercarti. No, vogliono solo scoprire quali carte hai in mano e terrorizzarti” dissi ragionando ad alta voce.
“E quindi?” mi chiese.
“Quindi niente. Stai tranquilla. Non dire delle foto o dei filmati, sono illegali e sarebbe un bel casino. Lascia che si sappia che ci sono persone che hanno visto e che sanno. L’onorevole deve stare in campana. Vedrai che la prossima settimana ti chiamerà e ti chiederà un altro incontro. E questa volta sarà molto più disponibile e gentile.”
“E i Carabinieri?” chiese.
“Domani sera chiami il maresciallo e gli chiedi il numero di protocollo della querela in modo da poter consentire al tuo avvocato di poter accedere agli atti. Vedrai che tempo due giorni ti chiameranno dicendo che la querela è stata rimessa.” conclusi.
“Cioè?”
“Niente. La querela non esiste. E non esisterà mai. Il maresciallo ti ha detto di chiamarlo, non di andare da lui. Voleva essere sicuro di incontrarti e con la scusa di metterti a tuo agio, ti avrebbe invitata da Ciampini a prendere un caffè al tavolo, ma non avrebbe fatto nulla di ufficiale. Scommetto che ti ha dato il suo numero diretto. E scommetto che è andato in borghese a cercarti” le spiegai.
“Insomma mi stai dicendo di non preoccuparmi” disse Daniela.
“Si. Non devi preoccuparti per questo. Chi si deve preoccupare è l’onorevole. Vedrai che tempo tre giorni ti chiamerà lui e potrai chiedergli quel che ti serve. Quanto è, adesso?” chiesi.
“Quanto cosa?”
“Il business a cui stai lavorando” specificai.
“Ottanta”.
“Solo ottanta milioni?” chiesi, quasi deluso.
“Ottanta miliardi” specificò Daniela.
“Cazzo!” esclamai, e poi aggiunsi: “Non dirmi nulla, non voglio sapere niente. Bella giornata, eh? Chissà se piove!” esclamai mentre giravo su me stesso e tornavo verso la sala convegni.

“Dottò, la stavo a cercà” mi apostrofò il tecnico del videowall.

Cosa altro poteva succedere?
Scommisi su cavallette e piaghe, perché l’inondazione c’era già stata, il terremoto localizzato aveva schiantato il videowall e Daniela era terrorizzata.

“Mi dica. Che succede?” gli chiesi.
“Ho sentito il capo giù a Roma, mi ha detto che se non serve qui devo rientra’ visto che s’è rotto l’artro furgone…” mentre si grattava la testa con la mano.
“Si, qui non serve più. Dovete sgomberare la parete da ciò che resta e poi potete andare. Dica al suo capo che… no, niente. Non dica nulla. Ci faremo sentire noi quando rientro, la prossima settimana” gli dissi.
Avevo intenzione di non pagare una lira una di quel noleggio e l’avrei minacciato di chiedere i danni.
Poi, mi ricordai di una lezione ricevuta da Michele: “I fornitori sono il nostro pane, soprattutto quando abbiamo bisogno di loro. Un fornitore contento ti darà sempre un ottimo servizio. Uno scontento, alla prima occasione te lo mette in culo. Quindi, anche se fanno casino, trattali bene, perché alla fine se lavorano male è anche colpa tua che non hai controllato il loro operato.”

Memore di questa perla di saggezza, accompagnai il ragazzo al bar, gli offrii un caffè e lo pregai di essere il più rapido possibile.
Lui mi garantì che da lì ad un paio d’ore sarebbe partito con ciò che rimaneva dell’attrezzatura.
“E la lampada? Ha guardato?”
“Dottò, io ce ne avrei una che amo sostituito su un proiettore come er vostro. La lampada è ancora bbona, je la posso pure lassà, ma nun je prometto gniente. Quella lampada è facile che je se rompe appena l’accenne perché è vecchia. Però si la volete, io je la lascio tanto qui sur furgone finisce che se rompe co’ ‘e buche”
“Ok, grazie, poi mi fa sapere l’eventuale costo” lo ringraziai.
“Ma quale costo: quella è un fero vecchio da butta’. Me creda, nun me ringrazi perché si domani la cambia, poi me manna li peggio mortacci mia” concluse mentre mi salutava andando via.

Mattina successiva, ore 8.
Ero in auto, in fila nel traffico verso la Fiera. Non avevo previsto tanto traffico, ero in coda da mezz’ora in attesa di poter entrare nello spiazzo dietro l’edificio dove mi era stato riservato un posto. Alla fine, tra un colpo di clacson ed una sbuffata, riesco ad entrare nell’area di parcheggio. Daniela era accanto a me, ancora rincretinita dal sonno. Non si era vestita, preferendo infilarsi in una tuta. Mi chiese aiuto per portare la sua sacca con il cambio; si sarebbe vestita nel camerino dietro il nostro stand.

“Sarà una giornata folle, cerca di non fare stronzate, almeno tu!” le ringhiai, lo stomaco contratto per le fitte che provavo come pensavo alle possibili conseguenze di un fallimento o di un contrattempo.
Ero certo di aver controllato tutto, di aver previsto tutte le possibilità, ma dentro di me aleggiava il fantasma di Murphy con il suo maledetto postulato n. 4: «Se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andare male, e si prevengono, immediatamente se ne rivelerà un quinto.»
Cosa altro sarebbe potuto succedere?

Il convegno

Alle 10 in punto si presentarono il Boss, Donato e Michele assieme ai tre commerciali che presto ci avrebbero lasciato.
Raccontai al Boss brevemente gli avvenimenti del giorno prima e gli accennai la soluzione che avevo messo in piedi per garantire il massimo successo della presentazione.
Apparve Daniela, vestita con un classicissimo tailleur grigio fumo, indossato però “nature” senza camicia, lo scollo ad evidenziare il solco tra i seni. La gonna, appena sopra il ginocchio, esaltava le sue gambe magre fasciate da seriche calze fumé, sorrette da un elegante paio di décolleté con tacco. Impossibile non guardarla, sprizzava sesso da tutti i pori. Ed il Boss, giratosi per osservarla, atteggiò le labbra con quel ghigno satanico foriero di pensieri lubrichi e perversi. Povera Daniela! Non avrei desiderato essere nei suoi panni, in quel momento.
Anche i suoi tre scherani si girarono a guardare la mia segretaria personale con occhio sadico. Decisi di rimetterli al loro posto.
“Daniela, so che stamattina il Capo di Gabinetto ti ha cercato in albergo!” buttai lì.
“Oh si, Paolo. Mi ha confermato di essere in viaggio verso l’aeroporto e che sarebbe arrivato per le 11 circa. Mi ha anche chiesto se avevamo organizzato per il dopo pranzo: lui ed il suo staff avrebbero piacere di riposare un attimo prima di ripartire…” concluse con una smorfia ironica disegnata sul viso.
“E tu hai già fatto tutto, no?” le chiesi, già conoscendo la sua risposta.
“Ho studiato il Capo di Gabinetto; conosco le sue abitudini, le sue fissazioni, ciò che gli piace. Sapevi che odia i leccaculi? Una volta ha detto che il vero potere di una persona lo si percepisce quando si è in grado di umiliare i lecchini mostrando loro quanto sia inutile il loro prostrarsi a terra” mi rispose con un occhiolino, non vista dai tre che trasalirono e si guardarono con fare interrogativo per poi adombrarsi e girarsi verso il Boss.
“Brava Daniela, ottimo lavoro, come sempre. La classe non è acqua” dissi rivolgendomi al Boss che annuì.
“Fammi capire, Daniela: hai prenotato delle stanze d’albergo?” le chiese il grande Capo.
“In realtà, il ristorante in cui ho fissato il tavolo è anche una locanda, un hotel bijoux con alcune stanze. Una volta era uno hotel a ore, oggi è un posto di lusso. Ho prenotato tre stanze, qualora qualcuno di noi dovesse averne bisogno.” proseguì con un sorrisetto mentre osservava il Boss.
“Piuttosto, vorrei mostrarti come ho organizzato i tavoli: al tavolo principale ci saremo noi con il Capo di Gabinetto e la sua segretaria personale. All’altro tavolo siederanno il suo staff ed i nostri commerciali.” spiegò il suo piano al nostro capo che approvò annuendo.
“Ma… non sarebbe meglio mettere Paolo e Daniela con lo staff? Sarebbe meglio che ci fossimo noi, con il nostro ospite” disse uno dei tre, il più viscido.

“Il MIO ospite, caro!” esclamò seccamente il Boss.
“Brava Daniela, ottima scelta. Vieni, accompagnami al bar, voglio un caffè. Paolo, spiega esattamente a Donato e Michele cosa dovranno fare durante la presentazione. Voglio che siano pronti a supportarti in ogni modo durante il tuo intervento” concluse mentre prendeva Daniela sottobraccio e si avviava verso la buvette.
Poi, accortosi che i tre commerciali lo seguivano, si girò e li apostrofò: “Non vi ho detto di andare al bar. Mi pare di avervi portato qui per lavorare, non in vacanza. Andate ad ascoltare quel che vi spiegherà il Dott. Sforza. Sono certo che imparerete qualcosa.” concluse.
Conoscevo il Boss. Aveva utilizzato per i suoi scopi quei tre ed ora, divenuti inutili, li scaricava senza rimorsi.
Tremai all’idea che mi sarei potuto trovare anch’io, un giorno, nella medesima situazione.

Alle 11 e mezza, in leggero ritardo, si palesò il Capo di Gabinetto con il suo vociante codazzo di assistenti, parvenue della politica, sindacalisti e cooperati.
I tre commerciali scattarono all’unisono e corsero ad accoglierlo sulla porta della sala convegni mentre il Boss, Donato e Michele lo attendevano a metà corridoio. Io ero con Daniela subito dietro, in preda ad un attacco d’ansia: avevo appena visto un tremolio del fascio luminoso del proiettore che in quel momento stava visualizzando la locandina dell’evento.

Nel frattempo Daniela mi strinse la mano e si staccò da me, dirigendosi verso il Capo di Gabinetto. Gli porse la mano per salutarlo, in quel modo caratteristico delle signore che vogliono ottenere il baciamano. “Cavaliere, che piacere vederla! Sono Daniela, la segretaria del Dott. Sforza. Le do il benvenuto! Mi permetta di presentarle il nostro top management: il Boss, il Dott. Donato e l’ing. Michele. Ha viaggiato bene?” gli chiese con un sorriso a trentadue denti. Nel frattempo si rivolse alla Segretaria: “Dottoressa, è un piacere conoscerla di persona! Ma che splendido vestito!”. Inutile dire che catturò immediatamente la loro simpatia ed attenzione.
Il Boss, Michele e Donato si presentarono ed iniziarono i saluti, ma intervenne Daniela a guidare l’attenzione verso di me. “Questo è invece il dott. Sforza, la mente che ha concepito questa meraviglia dell’informatica!” disse tirandomi per la manica per avvicinarmi agli ospiti.
“Ah, si certo, il dott. Sforza. Abbiamo sentito cose egregie su di lei, sono certo che la sua presentazione sarà interessantissima” mi apostrofò il Cavaliere mentre stringeva, scuotendola con intensità, la mia mano.
Mi prese sotto braccio e mi guidò verso il palco, mentre mi chiedeva alcuni lumi su quanto avrei presentato da lì a poco.

La presentazione fu un grande successo. Giornalisti di settore, esperti agronomi, alcuni competitor, tutti a domandare dettagli, richiedere ulteriori informazioni, interessati ad un futuro a breve di quella tecnologia così promettente. La conferenza stampa successiva ebbe grande partecipazione e numerose domande furono indirizzate al Capo di Gabinetto in merito alla adozione di una così promettente tecnologia che avrebbe potuto rivoluzionare il mondo dell’agricoltura da lì a breve.

Al termine, il nostro gruppetto di auto fu addirittura scortato da due motociclisti della Polizia fino al ristorante, ove prendemmo posto ai tavoli assegnati.
Il pranzo scorse piacevole tra una portata e l’altra, innaffiate da ottimi vini locali, per chiudere con un giro di liquori a conclusione del banchetto.
Avevo bevuto un po’ troppo e la testa mi girava un po’. La tensione venuta meno mi aveva dato il colpo di grazia ed una stanchezza profonda mi intorpidiva la mente e le membra.

Il Boss, Donato e Michele si accomiatarono facendo i complimenti a me e a Daniela per la perfetta riuscita della manifestazione mentre i tre commerciali, fino ad allora in disparte, cercavano di riguadagnare qualche punto sperticandosi in lodi verso il progetto e magnificando l’interesse delle numerose Aziende che si erano date da fare per ottenere da loro informazioni.

Li salutai con gratitudine avvisandoli che sarei rientrato a Roma con calma, il giorno dopo, e che ci saremmo visti in ufficio la settimana successiva. Mi salutarono con una pacca sulle spalle, ma Donato mi si avvicinò sussurrandomi “Ragazzo, sei stanco. Vai a riposare. Possibilmente da solo, mi raccomando. Ma mi rendo conto che un po’ di sano sesso ti farebbe solo del bene. Però, eviterei che si venga a saperlo in giro, per cui, attento a te.” e si diresse verso l’auto che lo attendeva nel parcheggio. Lo salutai con il braccio e mi rivolsi verso Daniela.

“Sono stanco da morire, ho bevuto troppo e non ti ho ancora ringraziato. Senza di te, probabilmente sarebbe stato un fiasco” le dissi con sincerità guardandola negli occhi e prendendole la mano tra le mie in un gesto di affettuosa riconoscenza.

“Credi che potrei approfittare di una delle stanze? Una pennichella di certo non mi farebbe male” aggiunsi cercando di non sottintendere nulla.
“Certamente! Sono lì apposta per noi. Le paghiamo comunque, sai?” mi rispose sorridente.
“Ti dirò: ho anch’io molto sonno ed ho bevuto pure io un po’ troppo. Di certo non sarei in grado di guidare per tornare in albergo” aggiunse.
“Ma non avevi detto che …niente più sesso tra di noi?” sussurrò guardandomi in tralice.
“E chi ha parlato di sesso? Io ho solo voglia di dormire un po’” le risposi.
“Purtroppo c’è solo una stanza disponibile per entrambi. Le altre due sono state occupate…” ribatté con sguardo speranzoso.
“Toglitelo dalla testa: non ho intenzione di fare sesso con te, e soprattutto, non credo proprio di essere in grado di fare alcunché, in questo momento!” ribadii con fermezza.
“Va bene, va bene, come vuoi tu. Però telefoniamo a Francesca, eh?”

Francesca! Non avevo ancora avuto modo di chiamarla.
Avevo piacere di raccontarle tutto quel che era successo, ma non volevo farlo presente Daniela. Non che non sapesse che eravamo assieme, ma avevo promesso a me stesso di mettere qualche punto fermo in opposizione alla deriva che avrebbe potuto trascinare la mia famiglia e la mia carriera.

Mi feci indicare da Daniela la stanza e mi feci lasciare la chiave. Entrai e mi gettai vestito sul letto, dopo essermi giusto sfilato le scarpe. Alzai la cornetta del telefono sul comodino e mi feci passare la linea esterna. Composi quindi il numero della clinica di mia moglie e parlai con il centralino chiedendo di parlarle.
“La dottoressa sta facendo il giro delle visite, ne avrà per un’ora circa” m rispose la segretaria del reparto. “Se vuole lasciar detto a me…” aggiunse. Mi qualificai e lasciai il numero della locanda, avvertendo che mi sarei trattenuto per un paio d’ore al massimo, dopodiché mi sarei spostato e casomai l’avrei richiamata.

Chiusa la comunicazione, mi rialzai, mi spogliai e mi misi sotto il lenzuolo senza preoccuparmi di raccogliere i miei vestiti ed i miei panni abbandonati a terra. Caddi immediatamente in un sonno profondo, perdendo il contatto con la realtà, sostituita dopo un po’ da un sogno confuso nel quale Marina, la segretaria del boss, avanzava nuda verso di me, si inginocchiava in mezzo alle mie gambe e me lo succhiava avidamente mentre cercavo di combattere ed impedire che ciò avvenisse urlando “Non voglio, non voglio, amo mia moglie, tra un po’ avremo una bambina, non voglio, non voglio…”.
Ma come un mostro famelico, Marina faceva scomparire il mio pene dentro di lei mentre si avvicinava con la bocca alle mie labbra.

Urlai dibattendomi e mi svegliai di colpo: realizzai che Marina si era trasformata in Daniela, completamente nuda, che si agitava sopra di me sussurrandomi all’orecchio “stai buono, lasciami fare, ho diritto di scoparti, me lo ha permesso Francesca!”.
Era troppo tardi per tirarmi indietro, un incontrollato orgasmo mi scosse facendomi riversare grandi quantità di fluidi dentro il corpo della mia segretaria la quale, continuando a muoversi in su e giù sul mio membro, mi baciò con passione e si unì al mio orgasmo con un grido liberatorio. Si accasciò quindi al mio fianco, si distese e posò il capo sul mio petto, tenendo la mia mano sul suo ventre.
“Te ne sono grata, Paolo.” mi disse.
“Grazie a te, i tre commerciali non rappresentano più un problema e oggi mi sono presa una rivincita” continuò.
“Grazie al successo di oggi, con il Ministero che approverà il progetto, saranno impegnati a leccare i culi da altre parti. E se permetti, un po’ è anche merito mio.” concluse mentre mi mordicchiava il lobo dell’orecchio e la sua mano accarezzava la mia intimità.

Il trillo del telefono mi colse di sorpresa. Realizzai immediatamente che poteva essere solo mia moglie e mi sporsi per rispondere, ma fui preceduto da Daniela che si appropriò del microfono e rispose al posto mio.
“Sono la segretaria del Dott. Sforza, con chi parlo?” interloquì con tono professionale e distaccata.
“Francesca, che piacere, sono Daniela!” disse assumendo un tono amichevole e complice.
“Si, siamo qui in camera, Paolo era distrutto ed è venuto a schiacciare un pisolino. Io sono salita a controllare che stesse bene e lo ho aiutato a rilassarsi completamente, sai cosa intendo…“ proseguì, generando immediatamente in me un senso di colpa.
“Si, come mi avevi detto di fare!” rispose a qualche domanda di mia moglie.
“Si, certo, l’ho succhiato mentre dormiva per drizzarlo, poi sono salita su di lui e me lo sono scopato.” affermò provocando il mio stupore.
“Si, credo che avesse un incubo prima di venire, perché urlava e si dibatteva… chissà per chi mi aveva preso…”
“No, non eri tu, Francesca. E ti confermo, si è negato più volte in questi giorni anche se gli ho detto che noi due eravamo d’accordo che lo avrei tenuto d’occhio e svuotato ogni sera… ma non ha mai accettato.” spiegò a mia moglie.
“No, Francesca, non ha avuto nessuno. L’ho fatto controllare dalle cameriere dell’albergo. Nessuna avventura, nessuna traccia sconosciuta, il letto sfatto solo dalla sua parte. Insomma, un angioletto. Vedessi come era bello mentre dormiva… si, te lo passo. Ciao amore!” e mi passò il microfono.
“Scusa Fra, non è colpa mia, io dormivo, Daniela si è approfittata della mia stanchezza. Pensa che ho sognato che era Marina, la segretaria del boss!” e, mentre lo dicevo, Daniela mi dette uno schiaffetto sulla cappella che iniziava a scoprirsi mentre mi accarezzava.
“Paolo, non sentirti in colpa. Ho chiesto io a Daniela di farti rilassare nel migliore dei modi. Ed entrambi sappiamo quanto il sesso sia per te un calmante naturale. Non sono gelosa di Daniela, so che tu ami me e nostra figlia che porto in grembo, e visto che non potevo essere lì con te, le ho chiesto di sostituirmi.”
“Ma… io…“ balbettai. “Io non capisco: perché?” mi lamentai.
“Perché voglio che il padre di mia figlia sia rilassato nel momento in cui deve prendere decisioni importanti per la mia famiglia” rispose con una certa sicumera.
“Ed ora raccontami come è andata”

Le raccontai per filo e per segno, facendo violenza alla mia natura di limitarmi al riassunto del riassunto, un Bignami ragionato contenente solo i fatti essenziali. Le dissi del Capo di Gabinetto e della sua segretaria, del Boss, di Donato e Michele, dei giornalisti, dei vari addetti ai lavori e dell’interesse suscitato dal mio progetto.
Daniela nel frattempo, continuava ad accarezzarmi il pisello passandoci sopra le unghie, provocando di nuovo una vistosa e robusta erezione.

Mentre parlavo, Daniela mi strappò il microfono ed intervenne: “Franci, amore, Paolo ha bisogno di ulteriore rilassamento, sapessi come risponde alle mie cure… pensa che è già pronto nonostante sia al telefono con te” disse con un ghigno sulle labbra. Staccò il microfono dall’orecchio per farmi sentire chiaramente “PORCO! DIGLI CHE È UN PORCO!”
“Vuoi che lo lasci da solo, Franci?” disse con voce melliflua.
“NO, DANI. FALLO SVENIRE. DIGLI PERÒ CHE PER OGNI SUO ORGASMO, DOVRÀ CONCEDERMENE DUE CON TE E DUE CON LUI!” aggiunse.

Basito, non ebbi modo di ribattere che Daniela aveva già attaccato il microfono.
“Hai sentito tua moglie: mi autorizza a concederti tutto pur di rilassarti. E giacché sono molto interessata alla punizione che ti infliggeremo quando torneremo a casa, non ti farò sconti. Non ce ne andremo da qui fino a che non ti avrò preso in tutti i miei orifizi e fino a quando non uscirà più nulla da quelle sacchette che hai in mezzo alle gambe…” concionò prima di avventarsi con la bocca sul mio membro del tutto eretto.

Inutile dire che non dormimmo più fino a sera, quando ci facemmo portare la cena in camera e Daniela si divertì a scandalizzare il cameriere aprendogli la porta con l’accappatoio aperto senza nulla sotto.

“Daniela, io non ce la faccio più!” dissi stremato dopo l’ennesimo orgasmo.
“Diciamo che mi sono rifatta con gli interessi del Tavolo12…” ridacchiò.

Rientro a casa

Partii la mattina successiva, dopo aver trascorso il resto della notte a cercare di riprendermi dagli eccessi sessuali del pomeriggio con Daniela la quale, grazie al cielo, dovette rientrare a Roma prima di me a causa di una serie di impegni con il Boss.

Approfittai per fare un po’ di shopping per Francesca e per la bimba.

Mi fermai a Bologna ed andai in un negozio di abbigliamento firmato per gestanti e per neonati, e presi una salopette per mia moglie ed una serie di camiciole, magliette, ghettine e bavaglini sulle tonalità del rosa, certo che stesse per arrivare una femmina.

Poco oltre il negozio di abbigliamento per bambini incontrai un sexy shop, diverso da quelli che avevo visto a Roma. Sembrava un negozio di gadget di lusso, vetrine illuminate con la biancheria intima esposta, panoplie di cassette porno ed una miriade di godemichet di tutte le fogge e dimensioni.

Preso da un improvviso raptus, entrai e chiesi di poter vedere qualche dildo.
Mi era rimasto impresso il discorso che aveva fatto Dede in Grecia a proposito del suo “Mandingo”, un dildo nero enorme.
Chiesi al commesso se avesse avuto qualcosa da mostrarmi al riguardo; gli si illuminarono gli occhi e mi accompagnò in una saletta attigua ove c’erano vetrine piene di dildi ad una, due e anche tre cappelle, con e senza vibrazione, neri, rosa, gialli, bianchi, realistici e lisci, con e senza ventosa, di dimensioni variabili dal minidotato al mostro di Lochness dei cazzi finti.

Mi mostrò orgoglioso la linea “di lusso”, caratterizzata da un grado di somiglianza con un membro reale talmente elevato da sembrare quasi vero: venature, dettagli, pliche, la forma asimmetrica del glande e dei testicoli…
Scelse per me quello nero di media dimensione.
“Medio questo bastone? Ma con questo se la spacca!” dissi atterrito al pensiero che siffatta nerchia sfondasse la micia di mia moglie.
“Si lasci servire! Conosco il mio mestiere. Lei inizi così e vedrà che tra due settimane al massimo sarà qui a prendere la misura più grande!” disse con il tono di chi la sa lunga e ne ha viste di cotte e di crude.

“Si, ma così non vorrà più me!” esclamai preoccupato di essere spodestato da un dildo, seppur top class.
“E adesso pensiamo anche a lei. Quanto ce l’ha grosso alla base?” mi chiese, sempre con un tono professionale.
“Mah, non saprei con esattezza, sono abbastanza grosso ma non enorme. Diciamo così” e mostrai la mano con il pugno semiaperto per far capire grosso modo il diametro. “Diciamo che non riesco a toccare pollice e indice quando …” e feci il gesto della masturbazione.
“Ok, allora le dò questa misura. È una taglia large, comoda, e comunque cede un po’” e mi porse un pacchettino con l’immagine di un anello.
“E scusi, cosa sarebbe questa cosa?” gli chiesi.
“È un anello penico. Si indossa facendolo arrivare alla base del pisello. Serve a stringere per impedire il reflusso del sangue. Ma mi raccomando, come sente fastidio lo tolga. Non deve diventare una tortura, e poi potrebbe farle male. Lo usi solo con lubrificanti a base acquosa, così come il dildo, perché con quelli a base oleosa spaccano la gomma e poi è da buttare” mi spiegò con tono professionale.
Prima di andare in cassa, mi fece prendere un flacone di lubrificante ed uno di olio da massaggio.
“Mi raccomando, lavi bene sia il dildo che l’anello dopo che sono entrati in contatto con l’olio: potrebbero rovinarsi. Acqua e sapone neutro, meglio quello di Marsiglia!” e mi consegnò il pacchetto.
Ripresi il viaggio e dopo ulteriori quattro ore di macchina arrivai a casa.

Dopo aver parcheggiato e scaricato i bagagli, salii in casa.

Ero certo di trovare solo la filippina, in quanto mia moglie avrebbe dovuto essere di turno in clinica.
Invece, sembrava non esserci nessuno. Andai in camera e la trovai a letto, chiusa nella sua vestaglia.
“Amore, che hai? Come stai? Perché stai a casa?” le chiesi temendo un suo malore.
“Mi sono fatta sostituire, per fortuna non avevo interventi ma solo una guardia. Ho detto che non mi sentivo bene e mi hanno pregato in pratica di rimanere a casa…Ben tornato, amore mio! Divertito ieri? Ti ricordi cosa ti ho detto? Oggi tocca a me…” ed aprì la vestaglia, mostrando di non indossare nulla sotto.
La gravidanza aveva reso più morbidi i fianchi e disegnato una curva sul ventre. Il pube appariva più gonfio e faceva da preludio al suo sesso, perfettamente depilato ma già rigonfio di desiderio.
“Spogliati e vieni qui a letto, ho aspettato tutto il giorno… e ho tanta voglia” e così dicendo passò un dito tra le labbra infilandolo poi nella sua intimità.
Mi spogliai senza indugi e mi gettai su di lei baciandole le labbra, i seni, il ventre e poi a scendere verso il suo sesso, rigonfio e bagnato.

Mi ricordai del pacchetto con il dildo, mi alzai e lo presi dalla sacca.
“Guarda cosa ti ho portato?” le dissi porgendole il regalo.
Francesca prese la scatola e la scartò con circospezione fino a che, libera dalla carta, apparve l’illustrazione del dildo.
“Ti ho preso l’uomo nero, visto che ogni tanto ti piaceva fantasticare, ebbene, eccolo qui!”
Mia moglie osservò con particolare interesse e con sguardo lubrico il contenuto della scatola.
“Lo vorresti provare?” le chiesi speranzoso.
“Certo, ma prima lavalo e disinfettalo” mi chiese.
Mi alzai e andai in bagno per lavare l’oggetto con acqua ed abbondante sapone.
Quindi scartai anche il pacchetto contenente l’anello e lavai pure quello. Mi accinsi quindi ad indossarlo. Ero già abbastanza eccitato e mi aiutai con dell’acqua saponata per farlo scivolare fino alla base.
Ritornai quindi in camera e presi dalla sacca la boccetta con il lubrificante.
“Eccotelo…” e le porsi il dildo.
“Ma è enorme!”
“E’ il tuo uomo nero, ricordi?” e le porsi la boccetta del lubrificante. Francesca la aprì e ne versò una abbondante dose in mano, poi prese il cazzo finto e lo bagnò con quel liquido denso e gelatinoso.
“Fai da sola o vuoi una mano?” le chiesi.
“Aiutami tu, ma fai piano, ti prego!” mi rispose con voce rotta dall’eccitazione.

Mi inginocchiai tra le sue gambe e applicai un po’ di gel tra le grandi labbra, quindi infilai due dita nella sua vulva già rigonfia e dilatata mentre con l’altra mano le stuzzicavo il clitoride.
Francesca iniziò ad ansimare ed a sollevare ed abbassare ritmicamente il bacino mentre la penetrazione delle dita diveniva più profonda ed andavo a stimolarle le rugosità interne.
“Dai, fammelo sentire, ti prego!”
Presi il dildo ed iniziai a farlo scorrere su e giù sulla sua vagina, l’enorme cappella che ora strusciava sul clitoride, ora separava le piccole labbra avvicinandosi sempre più all’anfratto.
“Dai, ti prego, mettimelo dentro!” quasi urlò. Prese la mia mano che sorreggeva il godemichet e fece in modo di far capitare la sommità all’altezza della vagina. Quindi, con una spinta del bacino fece entrare la sommità di quel mostro dentro di sé.
“Oh si, quanto è grosso, mi riempie tutta!” disse urlando. Osservavo quasi distaccato quel bastone di plastica nera divaricare le pareti del suo sesso, entrare ed uscire lucido del lubrificante e delle abbondanti secrezioni di cui ne stava stimolando la produzione. Quasi ipnotizzato, iniziai a spingerlo più all’indentro fino a quando ne scomparse buona parte.
“Fermati, ora è troppo… ecco, muovilo piano piano su e giù!” mi chiese mentre con un dito stimolava il suo clitoride, le labbra strette in una smorfia di intenso piacere misto a dolore.

Preso da una sorta di raptus, la feci girare su un fianco, le gambe divaricate, il dildo piantato nelle sue viscere. Volevo penetrarla di dietro, sfondarle il culo quasi a punire la sua sfrontatezza, poi la parte razionale in me prese il sopravvento e mi ricordò che quella donna era mia moglie, il mio amore, e che portava in grembo nostra figlia.
“Fra, ti voglio anch’io”
“Aspetta un attimo, fammi godere ancora un po’”
“Perché, io non ti basto?”
“No, che c’entra, tu sei tu…l’uomo nero è più grosso e mi riempie di più…” e tirò un gemito, quasi un urlo strozzato mentre lo faceva entrare ed uscire con maggiore intensità dal suo sesso e mentre il ritmo della masturbazione era divenuto frenetico. Pochi secondi ed urlò accompagnata da un intenso getto che mi prese in pieno viso e petto. Poi, ancora scossa dall’orgasmo, mi abbracciò cercando con insistenza la mia bocca.
“Grazie per il regalo, lo so, ne avevamo parlato, ma non pensavo che alla fine mi avresti portato …l’uomo nero” mi sussurrò all’orecchio, mentre mi mordicchiava il lobo.
“E non essere geloso: alla fine, quello è solo un pezzo di plastica, non può certo sostituire il padre di mio figlio!”
“Figlia, Fra, sarà una figlia!” risposi ridendo, presi la sua bocca e la baciai con un trasporto ed una passione che non ricordavo di aver provato per lei da tempo.

Orgia con l’uomo nero

Lo ammetto: avrei dovuto essere più guardingo e lungimirante nella scelta.
L’uomo nero presto divenne quasi insostituibile compagno di avventure e condomino del talamo. Francesca amava essere presa da me e da lui: la doppia penetrazione era divenuta una pietanza frequente del nostro menù.
La cosa non mi riempiva di gioia, causando fastidi alla mia autostima, vista l’evidente differenza di centimetri, il color carbone e la sua inarrivabile persistenza.

Non avevo proprio pensato, però, che sarebbe divenuto il compagno di orge tra lei e Daniela.
Già, Daniela.
La mia ex-segretaria, divenuta ora l’interfaccia pubblica della struttura Progetti speciali da me diretta, era divenuta la compagnia di giochi preferiti di Francesca, avendo sostituito anche la sua intima amica Dede.

Più di una volta me la trovai in casa, a cena e poi, dopo cena, a condividere il letto con Francesca relegando me al divano in studio.
“Ti prego, lasciaci stare tranquille!” mi chiedeva Francesca.
“Si dai, lasciala in pace, poverina. Non vedi quanto è stanca e quanto soffre per la pancia?”
“Ma se si vede appena! Non è ancora nemmeno al quinto mese!”
“Ma che ne sapete voi uomini delle donne? Fate presto, voi: ci trattate come generatrici del vostro piacere, ci scopate, ci mettete incinte e poi pretendete che noi siamo lì, ai vostri comodi, a portare le vostre illusioni di eternità in grembo e nel contempo a chiederci di soddisfare le vostre voglie!” concionò Daniela, coperta da un impalpabile négligé lasciato aperto davanti, mentre abbracciava da dietro Francesca baciandole l’orecchio.
“Ma non vi pare di esagerare, ora?” dissi, un po’ sull’incazzato.
“No no. Stasera dormi sul divano. Via! Via! Sciò!” mi rispose alzandosi dal letto, mi prese per mano e mi accompagnò alla porta della camera.

Inutile, protestare non avrebbe portato a nulla.
Presi il mio cuscino, pigiama, vestaglia e pantofole e mestamente mi ritirai in studio, conscio di dovermi adattare ad usare il divano. Per fortuna, non era troppo scomodo, alla fine.
Presi un libro e mi coricai, sperando che la levità del titolo (“L’uso del limes romano come strumento di controllo strategico del territorio”, una cosetta leggera leggera!) e la stanchezza comunque accumulata mi facessero addormentare presto.
Invece, il libro si rivelò più interessante ed affascinante del previsto e, purtroppo, mugolii di piacere e gridolini provenienti dalla stanza a fianco superarono la parete della libreria provocando il risveglio totale mio e del fratellone in mezzo alle gambe.
Mi alzai quindi dal divano, infilai le pantofole e coperto dalla sola t-shirt mi avvicinai verso la porta della mia camera da letto, desideroso di dare risposte alla mia eccitata curiosità.

La porta era socchiusa. Dall’apertura potevo osservare lo specchio sul comò che rifletteva quanto avveniva sul letto ove Francesca, stesa sulla schiena a gambe raccolte e aperte, accoglieva il dildo nero che la mano di Daniela stava infilandole nella vagina, oscenamente gonfia e divaricata. Chinata carponi su mia moglie, Daniela a sua volta mostrava il suo sesso lucido e enfio, come al solito totalmente depilato.

Spalancai la porta ed entrai, evidenziando una rabbiosa erezione. Salii in ginocchio sul letto dietro le terga di Daniela e borbottando approfittai di lei ed entrai con un colpo secco dentro il suo sesso.
“Oh si, che bello!” sospirò con forza.
“Paolo, però così non vale! Questa sera era solo per noi!” proruppe Francesca mentre con un dito stimolava energicamente il clitoride continuando ad offrirsi alla penetrazione con l’uomo nero.
“Dovevate fare più piano. Mi avete svegliato? Ora pagate…” risposi prendendo con foga Daniela, il mio pene che si infilava prepotente tra le sue grandi labbra. Poi, in un attimo di eccessiva foga, penetrai non volendo ma con violenza il suo sfintere.
“Ahia!” urlò Daniela ritraendosi e liberando il suo ano dal mio membro. Si mise a sedere piagnucolando dal dolore. “Mi hai fatto male! Perché? Che ti ho fatto?” disse credendo che avessi voluto punirla.
“A parte che non avevo nessuna intenzione di farti del male, diciamo che mi è scappato un colpo… e poi meriteresti di peggio, visto che ti sei intromessa tra me e mia moglie…e se permetti, sono anche un po’ incazzato, per questo” ribattei con stizza.
In effetti, era stato l’istinto a guidarmi dentro di lei, di certo non un’azione ragionata.
“A te sembra normale che io debba chiederti il permesso per dormire con mia moglie e che debba ritirarmi in studio per permettere a te e a lei di lesbicare?” continuai con tono secco, che denotava la rabbia che stava montando.
“E dei miei desideri non se ne fa carico nessuno, scusa? Mi hai chiesto forse se preferisco stare con te o con Daniela, stanotte? Non credi che la mia opinione dovrebbe essere la più importante considerate le mie condizioni?” intervenne Francesca, anche lei seccata della mia intromissione nel loro ménage a due.
“Fra, non mi sembra che sia tutto normale in questa situazione, non credi?” ribattei.
“Non pensi che ci sia qualcosa da chiarire tra noi, che io debba avere qualche spiegazione?” continuai.
“Posso capire che tu abbia voglia di sesso, so che negli ultimi tempi ne abbiamo fatto poco, ma nelle tue condizioni …”  
“LE MIE CONDIZIONI? E DA QUANDO ESSERE INCINTA È UNA CONDIZIONE? CHE C’ENTRA CON IL SESSO?” mi urlò addosso interrompendomi. “SE VOGLIO FARMI SCOPARE DA DANIELA, NON SONO AFFARI TUOI. E SE MI VA, MI FACCIO SCOPARE DAL PRIMO CHE CAPITA, E VEDIAMO SE LUI PENSA CHE NELLE MIE CONDIZIONI NON POSSA SCOPARE” continuò accalorandosi.

Mi ritirai in buon ordine. Avevo già capito l’antifona. Continuare avrebbe portato ad una lite violenta, stato a cui non volevo assolutamente arrivare. Con il pisello moscio come il mio ego, tornai in studio e mi ridistesi. Dormire era impossibile, la tensione era troppa.
Mi rialzai, aprii la bottiglia di Oban e me ne versai due dita abbondanti che bevvi con gusto.
Dopo qualche minuto, cercavo di fare mente locale alla situazione e tentavo di trovare dei razionali che mi permettessero di definire un piano, un comportamento, insomma, che mi permettessero di affrontare con un po’ di serenità il casino in cui ero precipitato.
L’Oban fece però il suo effetto, annebbiandomi la mente ed ottundendomi i sensi, e caddi in un sonno pesante sulla poltrona in cui mi ero seduto.

Sognai, o meglio, ebbi un incubo. Vedevo Francesca che si avvicinava a me con un coltello sussurrando “Te lo taglio, così non potrai più scoparmi!”; puntava al mio pene eretto e con voce melliflua mi diceva “Tranquillo, non ti farò male. Sono un chirurgo estetico, i punti non si vedranno nemmeno!”. Poi apriva la bocca e ingoiava il mio pene eretto come fosse stata una banana.

Urlai nel sonno, cercando di scacciarla, di allontanarla. All’improvviso, Francesca si trasformò in Daniela che in effetti, mi aveva preso in bocca e mi succhiava.
“Uhm buono… sai ancora di me. Dai, continuiamo dove abbiamo lasciato, vieni!” mi sussurrò prendendomi per mano e riportandomi verso il divano-letto.
“Ma non ti è bastato quello che è successo prima?” le chiesi, ancora stordito per essere stato svegliato così.
“Dai, mi devo far perdonare. Ma non mettermelo nel culo, mi fa ancora male. Vediamo se riesco a prendervi tutti e due assieme!” bisbigliò con tono lascivo.
“Tutti e due chi?” chiesi incuriosito ed al contempo preoccupato.
“C’è qualcun altro in casa mia?” dissi.
“Si, si… c’è l’uomo nero!” rispose brandendo il dildo di Francesca, ancora lucido delle secrezioni di chissà quale delle due.
“E cosa ci vuoi fare? Hai detto che nel culo ti fa male!” replicai.
“Mica esiste solo il culo. Vediamo se mi entrano tutti e due assieme…”  e si rigettò sul mio pene di nuovo eretto mentre l’uomo nero spariva dentro le sue carni, avvolto dalle altre labbra.

“Dai, sei pronto” disse risollevandosi e asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
“Entra dentro di me” e mi salì sopra, accogliendomi dentro di sè.
“A me sembra una follia!” risposi.
Mi riscossi e cercai di liberarmi dall’amplesso facendola smontare da cavallo.
“Daniela, è tutto sbagliato. Francesca è di là, così mi sembra di tradirla. Non posso. Ti prego, rientrate in voi. Non vi rendete conto come tutto questo sia assurdo, irreale?” dissi con tono affranto.
“Taci e scopami!” rispose mentre mi rispingeva con le spalle indietro e riprendeva in mano il mio membro per infilarlo di nuovo dentro di lei. Quindi afferrò il dildo e cercò di farsi strada dilatando le pareti vaginali.
“Ma dai! BASTA!” le dissi con tono secco, sfilandomi di nuovo ed allontanandola da me.
La guardai con aria stizzita e con uno sguardo pregno di rimprovero.
“Daniela, adesso basta. Non ti rendi conto dell’assurdità della situazione che stai cercando di creare? Sei qui in casa mia, entri in camera dopo aver finito di scopare con mia moglie. Non contenta, mi monti sopra e vuoi non solo scopare di nuovo, ma pretendi di infilarti anche un altro cazzo in fica. Ma sei scema o che? Cosa ti ha preso?” questa volta con un tono preoccupato.
“Non so Paolo, non so cosa mi prenda. Ogni tanto ho veramente bisogno di sesso estremo, maschi, femmine, vibratori, cazzi finti… anche ortaggi, se serve. Basta che mi senta piena” mi rispose come se stesse parlando della necessità di bere un po’ d’acqua ogni tanto.

Rabbrividii.
In altre situazioni, avrei approfittato della cosa e mi sarei goduto il momento ma allora ebbi veramente paura. Daniela stava corrompendo Francesca in misura deteriore rispetto a quanto già aveva fatto Dede.
Domitilla tutto sommato era “normale” nella sua bisessualità conclamata, non amava lo scandalo anche se la sua vena esibizionista ogni tanto le faceva superare i limiti della decenza.
Daniela no. Non aveva limiti. Aveva ottenuto di poter usufruire dei miei servizi sessuali “a gratis”, un free pass per il mio cazzo con la benedizione di mia moglie, della quale era divenuta la mefistofelica compagna.

Rimasi immobile, con la sensazione che qualcosa si fosse rotto definitivamente tra me e Francesca. Il suo sguardo era lontano, come se mi vedesse solo di riflesso. Non mi aveva detto nulla, ma non serviva. Lo sentivo nel corpo, nella pelle. Daniela, con la bocca ancora umida, si era sistemata in fretta. Mi lanciò uno sguardo di complicità, che io non ricambiai. Avevo solo voglia di tornare a casa, fingere che tutto fosse normale, anche se nulla lo era più.

Tornammo in silenzio. Francesca guidava. Io fissavo i fari delle auto che ci superavano. Pensavo a quando tutto era semplice. A quando Francesca arrossiva per un complimento. Ora era una donna diversa. Bellissima, libera, inaccessibile.

Mi chiesi se avevo mai davvero capito chi fosse. O se avessi solo amato un’idea di lei.

L’ultimo Tavolo 12

Il messaggio era arrivato sul telefono aziendale in forma anonima: “Tavolo 12. Ore 21. Puntualità. Porta tua moglie.” Nessun altro dettaglio. Nessuna firma. Ma il significato era chiaro. Sapevo che “Tavolo 12” non era un semplice incontro. Era un richiamo. Un giudizio. Una prova.

Con mano tremante poggiai il telefono sul tavolo basso del salone e mi gettai sullo schienale del divano, un rivolo di sudore freddo che scendeva dalla fronte in mezzo alle sopracciglia.
Francesca entrò nella stanza e vide la mia prostrazione, la mia agitazione.
“Paolo, che è successo?”
Balbettai qualche sillaba, la bocca secca ed il fiato corto. Il cuore mi batteva talmente forte che credetti di avere un colpo a breve.
Presi il telefono, aprii i messaggi e glielo feci leggere. Francesca mi guardò con aria interrogativa, non capendo.
“Che vuol dire? Cosa è il tavolo 12?” mi chiese.
Già, lei non sapeva. Non glielo avevo mai spiegato.
E nemmeno Daniela, a quanto pareva.

Stavo cercando le parole per spiegarle la situazione, quando il telefono che tenevo in mano squillò.
“Daniela!” esclamai, mentre rispondevo alla chiamata.

Misi in viva voce.
“Hai ricevuto anche tu, il messaggio?” chiese la mia segretaria.
“Si” risposi.
“Mi spiegate cosa significa, per favore?” si intromise Francesca, con voce seccata ed impaziente.
Daniela spiegò.

Francesca fu la prima a prepararsi. Indossò un abito nero lungo, senza reggiseno. La schiena scoperta, lo spacco vertiginoso fino all’anca. Si truccò con cura, con un’eleganza ostinata, come se volesse affermare un ultimo brandello di dignità. Io… io indossai la divisa aziendale: pantalone grigio, cravatta regimental, camicia bianca, giacca che sapeva di sconfitta.

Incontrammo Daniela all’ingresso della Svizzerotta.
Stavolta sembrava più fragile. Tacchi troppo alti per le sue gambe esitanti, un abito corto, rosso, troppo provocante. Il rossetto un po’ sbavato tradiva mani tremanti.

Ci fecero attendere davanti a quella porta che immetteva in quel corridoio.
Il maitre ci raggiunse immediatamente e ci accompagnò nella stanza a sinistra, diversa da quella in qui ero entrato la prima volta con Daniela.
Era tappezzata di velluto grigio scuro, con un lungo tavolo al centro, illuminata da luci soffuse. Due divani, uno di fronte all’altro, lungo i lati del tavolo, quasi a rimirare uno spettacolo in passerella. In fondo, dalla parte opposta all’ingresso della stanza, un paravento.
Uno sbuffo di fumo e l’odore forte, pungente di un sigaro toscano si palesarono dietro di esso: era il sigaro del Boss.
Uscì da dietro al paravento e rimase lì, in piedi, immobile. in smoking.
Gli occhi freddi come vetro rotto.
Nessuna parola di benvenuto.

«Bene,» disse infine. «Avete giocato tra voi, ora giocate per me. Vediamo quanto ci tenete ai vostri ruoli.»

Ci ordinò di spogliarci. Nessuno si mosse subito. Daniela fu la prima a cedere. Sfilò il vestito con un movimento lento, quasi doloroso. Si coprì il seno con le mani, poi abbassò lo sguardo. Francesca lo fece con più decisione, come chi ha già deciso di non concedere nulla, nemmeno la paura. Rimase nuda, diritta, fiera. Io esitai, poi tolsi tutto. Il gelo dell’umiliazione mi salì lungo la schiena.

Il Boss si sedette, incrociò le mani. «Tu,» disse rivolto a me, «comincia. Scopala.»

Indicava Daniela. Lei mi si avvicinò. Non mi guardava. Posò una mano sul mio petto, poi scivolò verso il basso. Il suo tocco era meccanico, distante. Mi baciò, ma fu un gesto vuoto. Non c’era desiderio. Solo obbedienza. Mi guidò verso il centro della stanza. Francesca ci osservava. In piedi. Le braccia conserte. Gli occhi duri, opachi.

Mi distesi sul divano.
“No, sul tavolo!” mi ordinò.

Mi distesi con le spalle sul ripiano, le gambe appena fuori, a penzoloni, mentre la mia segretaria saliva sopra di me
Si chinò con il bacino su di me, prese il mio membro con la mano e si infilzò, una smorfia di dolore accompagnò il gesto. Era secca, assolutamente non lubrificata, così come era la mia bocca con la salivazione azzerata.
Il suo corpo non rispondeva, era una danza finta, stanca.

Il Boss si alzò e si avvicinò alle nostre spalle. Allungò una mano, afferrò i fianchi di Daniela, la costrinse a piegarsi. La penetrò da dietro, brutalmente. Lei emise un grido, poi un gemito, poi più nulla. Io ero ancora dentro di lei. La doppia penetrazione fu uno choc. Il mio corpo reagiva, ma la mia mente si frantumava.

«Brava, puttana,» sussurrava lui. «Così si fa carriera.»
Daniela trasalì, soffrendo per l’improvviso dolore.
“Mi. Fai. Male!” disse quasi urlando.
“È quel che meriti!” rispose il boss, un ghigno satanico gli ripiegava il labbro superiore, stretto su quello inferiore mentre lo sforzo per mantenersi dentro lo sfintere di Daniela lo faceva ansimare.
Poi si sfilò, dette due forti schiaffi sulle natiche di Daniela e si girò a prendere mia moglie.

Francesca fu trascinata al centro del divano. Le afferrò la testa, spingendola verso il suo sesso ora sporco della violenza a Daniela.
“Prendimelo in bocca, succhialo e puliscimelo per bene!”
Lei si ritrasse con uno scatto.

«Fai come cazzo ti pare» disse con voce piatta, gelida, ferma, «ma non te lo succhio.»
Il Boss la fissò, per un attimo colpito da quel rifiuto. Poi rise. Una risata fredda, secca. «Allora tuo marito farà bene a cercarsi un altro lavoro.»

La scena finì in silenzio. Nessuno parlava. Nessuno respirava.


Epilogo

Mi dimisi la settimana seguente. Nessuna trattativa. Nessuna lettera. Solo un’uscita rapida, in silenzio, con gli sguardi di colleghi complici e pietosi insieme. Non ci fu festa di saluto. Solo un badge restituito e una porta che si chiuse.
Per fortuna, ricevetti una proposta per andare a dirigere un gruppo di sviluppo software in una multinazionale giapponese con sedi in tutto il mondo. Accettai, pronto a trasferirmi in capo al mondo pur di cambiare aria, amicizie, dimenticare tutto.

Daniela morì due mesi dopo. Stava attraversando la strada, all’uscita di un bar. Una Mercedes nera senza targa la travolse a tutta velocità. Morì sul colpo. La polizia trovò il veicolo abbandonato in provincia di Reggio Calabria. Dentro c’erano cocaina, guanti e una pistola. L’inchiesta fu archiviata in fretta: incidente con omissione di soccorso.

Ma nessuno ci credette davvero.

Francesca partorì in primavera. Una bambina. Sophia. Aveva occhi azzurri e la pelle chiara come il latte. Era bellissima.
Però, ogni volta che la prendevo in braccio, pensavo a quella stanza, a quel tavolo. E al silenzio di Francesca.

«Paolo, io ti voglio bene. Ma non ti basto e tu non basti a me. Abbiamo bisogno di altro. Di esperienze, di libertà. Di non mentirci.»

Rimasi in silenzio. E accettai. Per paura di perderla del tutto? Per codardia? Forse.

Da allora, la nostra relazione fu un’altalena. Ci furono momenti di passione intensa, giorni di freddezza, settimane di silenzio. Partecipammo a un paio di incontri con altre coppie, in cui vidi Francesca godere tra le braccia di altre donne. Una sera mi confessò di aver passato un weekend con una collega. Non chiesi dettagli. Non volevo sapere. O forse sì, ma non avevo il coraggio di sentirmeli dire.

Poi arrivò Luca. Il nostro secondo figlio. Non era previsto, ma nemmeno evitato. Era nato da una delle poche notti in cui ci eravamo cercati davvero.
Credevo che forse sarebbe potuto essere la motivazione a ricominciare il nostro rapporto di coppia, la nostra storia da vivere normalmente, come tutti.

Ma durò poco. Francesca cambiò ancora. Era inquieta. Cercava qualcosa che non trovava. Finché un giorno, tornando da una conferenza a Milano, mi parlò di Andrea. Una donna. Una certa Andrea conosciuta per caso in una galleria d’arte. Bella, carismatica, magnetica.

Ne parlava con una luce nuova negli occhi. Una luce che non vedevo da anni.
Non mi disse subito che se ne sarebbe andata. Ma lo capii. Lo capii da come cominciò a vestirsi. Da come usciva senza dire dove. Dai messaggi criptici sul telefono. Era iniziato qualcosa. E io, per la prima volta, sentii che non sarei stato in grado di competere.

Seppi che stava per iniziare un nuovo capitolo, un’altra storia.
Forse un altro Tavolo 12, ma con protagonisti diversi.
Un’altra prova.
Un’altra resa dei conti.

E forse, in quel nuovo racconto, avrei scoperto chi fosse davvero Andrea.
E chi, finalmente, fosse Francesca.


[1] Per chi non lo sapesse o non ricordasse, in quegli anni la mobilità nelle aziende IT era altissima. Talvolta erano interi gruppi di lavoro, formati e rodati, che venivano acquisiti in blocco, a determinare il successo di una nuova azienda.

[2] A quei tempi, i personal computers erano ancora poco diffusi e la documentazione veniva prima manoscritta poi dattiloscritta. Il copia & incolla era fatto con fotocopie, forbici e coccoina. Solo nel 1988/1989 iniziò l’adozione massiva di strumenti di informatica individuale tipo Wordstar, Lotus 1-2-3, ecc.

[3] A quei tempi, la comunicazione aziendale era affidata a riviste e periodici di tiratura non trascurabile, con articoli firmati da penne famose, dai contenuti non necessariamente istituzionali e sovente particolarmente curate nella parte grafica. Ricordo perfettamente la Rivista IBM, Notizie Olivetti, la rivista Notizie IRI, Dimensione Energia di ENEL ed altre analoghe.

[4] Adso da Melk, il novizio interprete assieme al suo maestro Guglielmo da Baskerville de Il nome della Rosa di Umberto Eco.

[5] Pard è il termine usato da Sergio Bonelli nel definire gli amici di Tex Willer: per l’appunto, Tex ed i suoi pards. E’ una forma arcaica soppiantata da partner.

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